Le molte anime di Alba sembrano coagularsi nella fiera del paese offerta al lettore come un microcosmo simbolico e pulsante: uno spazio in cui l’odore delle caldarroste e del torrone si mescola ai suoni discontinui delle attrazioni, mentre il tempo quotidiano si incrina e si lascia attraversare da una dimensione quasi rituale. Tirassegno, pesca magica, burattini e cavallucci non si esauriscono nella funzione decorativa ma assumono una valenza più profonda. Riflettono, in filigrana, la condizione emotiva di una comunità che avverte il bisogno di sottrarsi, foss’anche per un solo momento, alla pressione della Storia. È una collettività che porta ancora impressi i segni della Grande Guerra e che ora si trova avvolta, quasi anestetizzata, dall’apparente linda camicia nera del regime. In questo scenario sospeso tra rimozione e desiderio emerge una tensione sotterranea: distrarsi, sì, ma anche, forse senza saperlo, immaginare un altrove e un pensarsi altrimenti.
È dentro questo spazio saturo che Teresa e Francesco si incontrano o, più precisamente, è lei a esercitare per prima uno sguardo che è già una forma di scelta, di apertura. In quell’atto iniziale, minimo ma decisivo, si inscrive l’origine di una relazione che non è soltanto narrativa ma identitaria: l’intreccio di due modalità opposte di abitare il mondo.
Teresa avanza come trattenuta, quasi raccolta su sé stessa. I suoi abiti rattoppati non sono solo un segno di indigenza materiale ma diventano una seconda pelle che racconta una postura esistenziale, quella di chi ha appreso precocemente l’arte della sottrazione. Via Macrino, dove vive, con la sua densità umana e la sua precarietà, si iscrive nei gesti e nel corpo della ragazza, rendendola un luogo vivente di memoria e disciplina. Francesco al contrario incarna una vitalità esuberante, quasi irrisolta: figlio del macellaio, porta con sé i segni di una condizione relativamente più agiata ma soprattutto un’energia accecante che si manifesta nei capelli impomatati, nel sorriso pieno, nel movimento continuo e nel canto. La distanza tra i due non agisce come barriera bensì come dispositivo di intensificazione perché ciò che li separa è esattamente ciò che li rende reciprocamente necessari.
Le loro biografie familiari rivelano la matrice profonda di questa differenza. Francesco cresce in un contesto attraversato da tensioni latenti: accanto a un padre laborioso si staglia una madre grama che ha trasformato la propria ferita in ostilità sistemica verso il mondo maschile di cui il figlio è simbolo. Il linguaggio con cui lo definisce, «buono a nulla», «svizzero», non è solo insulto ma costruzione identitaria negativa, interiorizzazione di uno sguardo svalutante. Le sue ossessioni, come il gesto di ritagliare le immagini del Duce virile, rivelano un rapporto ambiguo con l’autorità: fascinazione, sottomissione e tentativo di appropriazione. Francesco cresce dunque in uno stato di orfanità simbolica, costretto a inventarsi attraverso l’urto, la prova fisica e le relazioni orizzontali con i pari.
Teresa invece è figlia di una mancanza che si declina nel silenzio. Il padre, reduce del Carso, è una presenza svuotata, quasi sottratta alla vita; il trauma si è tradotto in una forma di assenza che non ha bisogno di parole. La madre sarta, impegnata in una fragile opera di ricucitura quotidiana, offre un modello di resistenza minuta, priva di retorica. In questo contesto Teresa sviluppa una psicologia dell’ascolto e della compressione: trattiene il respiro, riduce il proprio ingombro emotivo, trasforma la paura in disciplina. La scelta di diventare maestra non appare casuale ma come tentativo etico di dare forma e senso a un mondo che altrimenti rischierebbe di restare informe. I caseggiati di via Macrino, con la loro rete di solidarietà silenziosa, costituiscono il tessuto entro cui si forma come soggetto.
Il contrasto tra Teresa e Francesco si gioca in profondità nelle modalità in cui ciascuno elabora la mancanza. Teresa la interiorizza, traducendola in linguaggio silenzioso, misura e cura degli altri; Francesco la espelle, trasformandola in azione, rischio, bugie, condoni ed esposizione del corpo. Le nuotate nel Tanaro, le scazzottate, le amicizie ambigue: tutto in lui è tentativo di sottrarsi a una definizione imposta. Tra loro non v’è divergenza solo caratteriale ma una differenza strutturale che riflette le rispettive provenienze sociali e familiari. È proprio in questa asimmetria che nasce la possibilità dell’incontro: Teresa intravede in Francesco un eccesso di vita che la chiama fuori da sé, Francesco riconosce in Teresa una forma di stabilità che lo inquieta perché non lo conferma ma lo mette in discussione. E così, quasi a ricomporre la distanza, la vita li conduce ad una nuova forma di unione, il matrimonio, come due punti cardinali opposti che trovano per un tratto, anche tra i mormorii della gente, una comune direzione all’interno di uno stesso quadrante.
Ma la vita dei due protagonisti, almeno per un po’, non si svolge nel vuoto: Alba li osserva e li avvolge, intrecciando le loro storie personali con la Storia che attraversa la città. Alba non è semplice sfondo ma organismo vivo e personaggio corale. La quotidianità, i gesti ripetuti, i luoghi familiari, la prossimità feconda tra vicini, offre un senso di ordine e contenimento, mentre eventi storici improvvisi ne incrinano l’equilibrio: dalla fine della Grande Guerra all’ascesa del fascismo, dalla crisi economica globale alla Seconda Guerra Mondiale, fino alle fratture tra gli stessi connazionali: l’Italia. Tutto contribuisce a costruire una tensione diffusa nelle coscienze prima ancora che nei fatti. La Storia non si impone frontalmente ma filtra attraverso segni minuti: giornali, cinegiornali, scritte sui muri, conversazioni quotidiane. È una presenza carsica, fatta di rimozioni, adesioni, paure e improvvisi risvegli di coscienza, che prepara lentamente il terreno alla catastrofe. Dirà uno dei personaggi: «e verrà annunciato l’incendio che, ancora taciuto, sta già bruciando l’Europa e la ridurrà in cenere. La nuova catastrofe. In quale lingua? La lingua del fuoco.»
Attorno ai protagonisti si muove una costellazione di figure che, lungi dall’essere marginali, compongono il ritratto di un’Italia segnata da fratture profonde: reduci mutilati, donne indurite dall’esperienza, giovani ai margini o costretti a regredire, ebrei progressivamente esclusi dal vivere civile. Ognuno di loro incarna una declinazione della perdita, diventando parte di una memoria collettiva restituita con accorta precisione documentaria.
Da questo fondo corale emerge la figura di Francesco attraversato da una duplice tensione: da un lato la leggerezza che lo spinge verso l’azione; dall’altro la vicinanza con Teresa che introduce una dimensione nuova, più grave e vincolante. Quando questa possibilità si concretizza, la sua energia non basta più a sostenerlo come prima. Non diventa un uomo di ideali ma resta fedele alla propria natura irrequieta, trovando nella Resistenza un ambito coerente per esprimersi. Eppure, nelle pause della lontananza, riaffiora ciò che ha lasciato: Teresa, la misura di una vita alternativa e il peso dei debiti e delle responsabilità che bussano alla porta della donna, lasciata in balìa della miseria.
È in questa capacità di unire dimensione individuale e respiro storico che il romanzo di Elena Varvello trova la sua cifra più autentica. La vita sempre, pubblicato da Guanda, si costruisce attraverso frammenti densi e terse istantanee che non si limitano a descrivere, ma interrogano, suggeriscono e aprono spazi di riflessione. La scrittura, snella, partecipata e penetrante, restituisce la complessità di un’epoca senza cedere alla tentazione della semplificazione, trasformando ogni dettaglio in testimonianza viva. Teresa e Francesco, nella loro irriducibile differenza, sono due forme complementari di resistenza: trattenere e custodire, da un lato; muoversi e sfidare, dall’altro, in un equilibrio delicato e lirico che rende la loro esperienza universale e riconoscibile anche in altre vite segnate dalla Storia.
Questa tensione tra memoria individuale e Storia sembra radicarsi anche nell’urgenza personale della scrittrice: il romanzo nasce da un lavoro di scavo nelle tracce familiari, nei racconti ereditati e nelle esperienze vissute, come il soggiorno in Germania o la fotografia, quasi da divo del cinema, di un giovane pieno di vita su uno scoglio, che è passata di mano in mano. Varvello interroga così la propria scrittura, le dà nuova consistenza, trasformando la memoria privata in narrazione condivisa sulla vita di un’intera epoca.
Ed è in questa tensione che il romanzo trova il suo cuore: la vita, anche compressa, ferita o smarrita, anche quando «oltre il vetro ghiacciato della finestrella, il sole tramontava», continua a ritagliarsi spazi tra le ombre della Storia, riaffiorando nei margini, nelle crepe, nei silenzi come un respiro che non si spegne; perché, come ricordava Viktor Frankl, «chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come» e in questa ostinata fragilità la vita svela le sue carte: non semplice esistenza ma audace sopravvivenza, un piccolo miracolo sempre accesso e che parlerà ancora, vibrando in una nuova lingua del fuoco.
Claudio Musso
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