“Grazie all’anelito universale che percorre la narrazione, il “viaggio dell’eroe” Aniello Visconti e del complesso universo familiare che lo circonda diventa, infatti, il viaggio di ognuno noi, in un gioco magico e fascinoso di immedesimazione che è il significato intimo della vera letteratura. Accompagnato da una scrittura precisa, rigorosa e corrosiva, il lettore vive così sulla sua pelle le lacerazioni familiari, la fatica della ricerca di un senso, gli smarrimenti amorosi, le lusinghe della musica, la bellezza aspra del Salento e lo scorrere parallelo della storia epica e di quella intima. Il figlio ostinato è un romanzo di formazione e, insieme, una saga familiare che consente al lettore di cambiare, di conoscersi e di vivere insieme al protagonista.”

Lo scrittore Francesco Caringella applaude il nuovo romanzo della scrittrice Elisabetta Liguori e, proprio con queste parole, indirizza Il figlio ostinato verso la stregata magia di rientrare nella dozzina del Premio Strega 2026. Ma la speranza è già gloria per chi, come me, conosce e stima la narrativa sfaccettata, e onesta, di Elisabetta Liguori: pensatrice libera e ribelle che ha contribuito alla renaissance letteraria salentina, creando quell’atmosfera solida e solidale che caratterizza oggi la scena letteraria del tacco d’Italia.

“Credevo che mia madre le inventasse per me, le sue favole, e che, per questo, potessi farne ciò che volevo.
Riderne, dormirci dentro, trasformarle. Invece erano pezzi della sua vita e della vita della sua famiglia, cronaca autentica, resoconti dettagliati, e raccontarli serviva a lei quanto a me.
Erano regali, certo, ma fragili, da usare con parsimonia. Quando l’ho capito, però, era troppo tardi, quelle favole erano già diventate roba mia. Ricordo un’immagine in particolare.
Un uomo con cappello e bastone da passeggio che fischietta tra le vie del paese. Un uomo pieno di fascino, alla ricerca della sua felicità.”

Con Il figlio ostinato Liguori manifesta con garbo e talento la sua duplice vocazione letteraria. Da un lato resta fedele, anzi onora, la sua terra; dall’altro sfonda gli argini della voce monotematica e intraprende un lussuoso, e ben riuscito, viaggio nella saga familiare a sfondo storico. Dove, seppure ci sono tracce di un “’cunto” di famiglia, la scrittrice ha adoperato gli strumenti della finzione letteraria per conferire alla verità storica di diventare universale, creando un vero e proprio immaginario narrativo, personale e politico insieme.

“Specchia era un borgo di pietra friabile e inconsapevole, bloccato sul suo arrocco collinare sin dall’anno Mille. I primi pastori l’avevano occupato per elevarsi sopra il livello del mare e mettersi al riparo dai saraceni. Delle antiche mura non restava niente più di un ricordo claustrofobico.
Due strade maestre in croce davanti a due torri smozzicate; una era via Mura di Ponente, dove abitava la famiglia Visconti, l’altra, perpendicolare, era via Mura di Levante.
Il confine ultimo di entrambe le strade era segnato dalla pietra gialla delle torri quattrocentesche, ormai del tutto inglobate nelle costruzioni successive.”

La Puglia di Liguori è attraversata dal veleno dell’arrivismo e della superstizione. La vicenda parte nel 1892 da Specchia, si passa per Bari dove “tutto era più spazioso”, si approda nell’austera Sannicandro Garganico, per rientrare infine in Salento nel 1952, con un capitolo bellissimo che omaggia la genealogia intellettuale del luogo, raccontando l’esperienza letteraria di Girolamo Comi, Oreste Macrì e della salentina d’adozione Maria Corti. La puglia che visitiamo è una terra multisfaccettata e arida, ingrata e affettivamente dipendente dai propri “figli”. Un luogo da cui è impossibile emanciparsi, ed è doveroso fare i conti con questa radicalità territoriale che non accoglie i talenti se non per spezzarli, ammutolirli, renderli sterili.

“A otto anni, Aniello era già una pena di Cristo. Alfredo Visconti lo chiamava Uastàsi, benché fosse stato lui stesso a dargli il nome di Aniello, nella speranza che gli portasse fortuna. In famiglia ognuno aveva un nome che cominciava per A, nella certezza, vana quanto incrollabile, che solo così si potesse restare ciò che si era all’origine, saldi e fedeli al migliore auspicio. Alfredo dirigeva la banda del suo paese, Specchia, oramai da anni, eppure tremava a ogni nuova prova come un principiante.”

La storia ruota intorno a tre generazioni, in un arco temporale a cavallo tra due secoli. Cuore del romanzo è la famiglia Visconti che si contende, sangue dello stesso sangue, il primato del talento musicale fino a impedirsi a vicenda di coltivarlo. Il motivo, in apparenza curioso, si rivela drammaticamente noto. Siamo in una terra ingrata nei confronti dei propri talenti. Un contesto che li costringe a realizzarsi a discapito degli altri oppure andandosene. Quando gli altri sono padri e figli, la storia è incandescente. Illumina ogni pagina a volte di rabbia a volte di tenerezza. Il figlio ostinato è soprattutto per chi l’ha scritto, e per chi lo legge, un approdo felice al romanzo di impianto storico, con una struttura a quadri che inscena una famiglia di musicisti salentini alle prese con le gelosie più bieche e le fortune più inquietanti: un talento naturale per la musica che caratterizza tutti gli uomini. Liguori tiene saldi i fili della trama, dei non detti, degli stati d’animo e delle voci dei personaggi.

Il figlio ostinato parla a tutti di legami familiari, di credenze ancestrali, di riscatti cari quanto la pelle. La voce narrante ci rimpalla una domanda che ossessiona il Visconti più riuscito, Aniello detto Uastàsi. Chi saremmo senza il destino che le nostre origini hanno scelto per noi? Un interrogativo che si muove nella riuscita ambizione di raccontare le conseguenze del talento. La musica per i Visconti è patria e destino. A differenza della terra di origine non è possibile abbandonarla.

Alessandra Minervini