Avete presente la tensione che si respira nell’aria prima dello scoppio di un temporale? Ecco questo è il senso irrequietezza che permea tutta la narrazione del romanzo della scrittrice bosniaca pubblicato da Guanda, a partire dalla copertina del volume, nella quale è raffigurata una donna nel momento in cui si stacca dal terreno per saltare da una rupe: sotto di lei il vuoto un fiume e una valle, mentre sopra di lei si addensano nubi scure.
Non è facile scrivere di guerra e ancor meno lo è descrivere i momenti prima dello scoppio di un conflitto, ma Elvira Mujčić nel romanzo La stagione che non c’era riesce a far sì che il lettore viva, attraverso gli occhi dei protagonisti, i piccoli e grandi avvenimenti che hanno portato, all’inizio degli anni ‘90, allo scoppio del conflitto nella Ex Jugoslavia.
La narrazione si apre con un ritorno: Nene, una delle tre figure intorno a cui ruotano i fatti narrati, torna, dopo cinque anni trascorsi a Sarajevo, nel piccolo villaggio in cui è cresciuto, che gli è andato sempre stretto e da cui è partito lasciando dietro di sé il dolore dei genitori e tante voci di paese.
Non è solo il ritorno del figlio di Suada e di con i suoi racconti a turbare le dinamiche e le vicende del piccolo villaggio, del quale non viene specificato il nome a voler indicare che quello è solo uno dei tanti angoli dei Balcani occidentali, ma sono anche gli echi delle notizie che provengono dalle zone di confine.
Mentre i diversi popoli unificati dalla figura carismatica di Tito muovono i loro passi alla ricerca del modo per affermare la loro identità, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, anche Nene tenta di capire quale possa essere il suo posto nel mondo come artista, perennemente dilaniato tra le esperienze vissute a Sarajevo e la piccola realtà a cui ha fatto ritorno e alla quale si sente indissolubilmente legato e con lui Eliza, la bambina di 8 anni che si affaccia al mondo degli adulti con il suo desiderio di voler conoscere un padre che non ha mai potuto incontrare. Vi è poi Merima la giovane mamma di Eliza, amica d’infanzia di Nene, che non vuole in alcun modo che la figlia incontri il padre Gejka, con la quale la donna ho dovuto interrompere i contatti su imposizione ella famiglia del giovane non contraria alla diversità di religione ed etnica tra i due, e che crede in un mondo privo di guerre e di contrasti e si aggrappa con tutte le sue forze e le sue energie al passato.
Come quando si sente aria di tempesta si cercano dei luoghi nei quali ripararsi al sicuro così Nene si rifugia nello scambio di cartoline con il suo amico Zoke e nelle notizie che giungono da Sead, Eliza cerca la normalità nel sogno di partecipare alle Olimpiadi di nuoto sincronizzato con le sue compagne Vesna e Neira, i genitori di Merima e di Nene continuano a portare avanti le loro piccole abitudini e pregiudizi.
Ma come dice Merima sul finire del racconto a un certo punto vi è una linea che volenti o nolenti si è costretti a superare, da cui “non si può tornare indietro, d’ora in poi saremo uccisi perché siamo al di là di una linea. Un passo in più. La fine è dover stare al di là di una linea invalicabile.
Queste ultime parole risuonano al lettore che guarda ciò che accade intorno a lui come un monito pesante, così come la lettura di questo romanzo in chi, come me, ha avuto la fortuna/sfortuna di poter andare nei territori della Ex Jugoslavia negli anni immediatamente successivi al conflitto e ha conosciuto da vicino le persone che si sono trovate loro malgrado coinvolte nel conflitto ha smosso e fatto tornare a galla ricordi, la guerra è sempre un qualcosa che cade come un’onda, una terra che viene improvvisamente a mancare sotto i piedi di persone che non hanno alcuna colpa, il cui unico desiderio è trovare il proprio posto nel mondo.
La macro storia, fatta da Tito, da Karadžić, da Marković e tanti altri, si incontra con le infinite storie personali degli abitanti della Ex Jugoslavia fatte di preoccupazioni per la salute, di letture, di musica, di quadri, di paure, di desideri e di progetti e di tante piccole cose che messe insieme compongono un quadro complesso e colorato, merito di Elvira Mujčić l’aver dato voce con una scrittura così elegante e scorrevole a questi attimi ineffabili.
Maria Crevaroli
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