Una bambina di dieci anni si trova proiettata nei più grandi enigmi politici della Prima Repubblica in Italia – agli inizi degli anni ‘80 del Novecento – perché il padre abbandona all’improvviso la famiglia (moglie e due figlie) per nascondersi, temendo per la propria incolumità. Come si inserisce un’esperienza famigliare così dolorosa e straniante nell’infanzia, nella vita sociale e scolastica, nel percorso di crescita di un’anima “implume”, che merita ancora l’illusione del bene che vince sul male, e anela alla serenità?

Enrica Ferrara affronta la tematica in questione nel romanzo Mia madre aveva una cinquecento gialla, edito da Fazi (Febbraio 2024). Il titolo, che è anche l’incipit del romanzo, ci presenta subito la voce narrante del libro, che è proprio la bambina Gina, figlia del politico democristiano Mario Carafa. A rendere estremamente avvincente questa storia che si sviluppa poi nell’ambito della fiction, è la somiglianza tra le vicende narrate e quelle vissute in prima persona dall’autrice. Il padre di Enrica, Angelo Ferrara, vicedirettore della Sede Centrale del Banco di Napoli e figura di spicco della Democrazia Cristiana napoletana fu eletto consigliere nazionale nel 1980, e divenne protagonista di una vicenda giudiziaria per la quale si dichiarò sempre innocente, ma che lo invischiò nelle “melme” di uno dei più bui periodi della nostra politica. Dal compromesso storico al rapimento Moro, da episodi di corruzione a mai chiarite connivenze tra criminalità e classe dirigente, le ombre allungatesi sulla fine del ‘900 si sono proiettate sulla storia personale dell’autrice, il cui padre appunto – come quello di Gina Carafa protagonista del romanzo – abbandonò la famiglia per darsi a una lunga latitanza.

In un “intreccio tra realtà e finzione” come ci dice la scrittrice napoletana rifacendosi all’intuizione di Sciascia ne L’affaire Moro (Adelphi 1994) per cui “la verità potrebbe essere generata dalla letteratura”, Enrica passa il testimone a Gina Carafa (prestandole anche il nome da sposata, Enrica Coffey, come alter-ego in incognito) e lascia sia lei a raccontare, con voce dotata di limpidezza infantile, il tentativo di capire e riabilitare un padre nonostante l’abbandono, ma anche di dare un senso a ciò che resta intorno, a partire dall’ambiente sociale borghese in cui sin qui è vissuta. Tale sforzo è vanificato spesso dalla prematura consapevolezza di quanto “bugiardo” sia il mondo degli adulti: Ginetta è costretta a prenderne atto ogni qual volta si sforza di “sanare” il disincanto con cui la madre, ora sola con lei e la sorella Betta, guarda la nuova realtà.

Ma è proprio la cinquecento gialla che, nella “discesa” del loro ascensore sociale, si offre come magico antidoto.

La consapevolezza femminile che si affaccia in una donna ferita e abbandonata come la madre; i punti di forza e le insidie di un patto amicale; le piccole e grandi fughe dalle quali uscire più mature; una vacanza in fondo allo Stivale che permette nuove conoscenze e ampliate visioni, tutto si affronta più facilmente grazie alle “marce” in più che possiede il piccolo mezzo di trasporto. Con il suo colore solare illumina la vita delle tre donne, scalzate brutalmente fuori la zona di comfort da un maschio che – per rimediare ai propri errori o per semplice codardia – le ha lasciate sole. È proprio a questo dilemma in fondo, che Ginetta vorrebbe cercare una risposta.

Un senso di profonda onestà pervade la scrittura di Enrica Ferrara, la quale dichiara di aver attinto, tra gli altri, all’esempio dell’autrice irlandese Catherine Dunne (ndr con la quale la Ferrara è cofondatrice del FIILI, Festival of Italian and Irish literature in Ireland, che si svolge da 3 anni a Dublino, dove Enrica vive e insegna) grande indagatrice degli ambiti dedicati alla prima infanzia. La scelta di far parlare una bambina – anche quando ritroviamo la voce narrante cresciuta alla fine del libro – pone in primo piano la parola innocente, incontaminata, lasciando sullo sfondo quella sporca e ingannatrice della politica e della società.

Ho apprezzato il coraggio di questa autrice che “svela” il proprio vissuto vestendolo di finzione letteraria, e lo affida in questo modo a una catarsi che potrebbe in futuro consentirle di riprenderlo in mano e scioglierne i nodi.

Con una lingua priva di qualsiasi indugio descrittivo, fresca ed efficace, Enrica Ferrara mi ha regalato una lettura “tutta di un fiato”, che resterà tra quelle più godibili degli ultimi tempi.

Anna Bertini