L’arca di Noè, di Enzo Fileno Carabba, è una reinterpretazione del mito del diluvio in chiave poetica, umoristica e originale. Assistiamo al prima, al durante e al dopo di una delle storie bibliche più celebri, con il fuoco puntato su Noè, che sa vedere i mondi sottili che si tessono tra tutti gli esseri viventi.

Sono profondamente felice di aver letto questa storia e mi rammarico al tempo stesso di non poter abbracciare tutte le linee di analisi che emergono dai suoi capitoli e dai suoi personaggi. Ammiro molto chi ha la percezione sottile di cogliere ciò che rende unici gli individui su cui si posa lo sguardo. Ad esempio, in un film che conosciamo tutti, Zootropolis, il character design è eccellente: riesce a estrarre i tratti più caratteristici di ogni specie e a portarli a un punto di riconoscimento immediato per lo spettatore. Enzo Fileno Carabba ha questo dono, e i dettagli de L’arca di Noè lo dimostrano.

Il narratore non afferma: si interroga continuamente, immagina, si chiede come sia nato tutto questo (persino se il protagonista possa essere di un’altra specie). Il fuoco di quella immaginazione e di quelle domande è la compassione, la rete sottile che ci unisce e che Noè sapeva leggere con rara precisione. Solo quel livello di connessione ed empatia poteva portare l’arca in salvo. Solo lui avrebbe potuto farlo. Solo lui sapeva vedere quello specchio di sé stesso.

Il mondo di Noè è profondamente spirituale, ma anche meno ancorato alla realtà rispetto a quello di sua moglie, che è invece colei che gli rimette i piedi per terra e che porta sul tavolo i problemi più concreti da risolvere — soprattutto dentro l’arca.

I capitoli sono brevi e titolati, il che rende semplice navigare tra loro e tornare indietro. C’è sempre un paragrafo finale che riassume i punti essenziali e cerca di porre le domande che rimangono aperte. Sebbene la storia sia centrata sulla figura di Noè, compaiono altri personaggi che sono centrali e su cui si appoggiano diversi temi universali. Perché sull’arca non salirono solo gli animali e le persone, ma anche i conflitti, i pensieri, la filosofia, le parole, l’arte, la spiritualità – tutto ciò che avrebbe dato forma a una nuova civiltà. Non da zero, però: è sempre possibile riscrivere, rivisitare e migliorare ciò che già esiste.

Ci sono tre piani d’azione in cui si segue la figura di chi comanda, dell’illuminato”, una figura su cui gli altri si appoggiano e in cui ripongono fiducia. Per Noè è “l’angelo”, è la natura con le sue saggezze sottili; per gli animali è Noè; per la nuova terra sono questi individui con la loro saggezza ancestrale. L’arca non è solo qualcosa di fisico: è un rifugio metafisico dove ci si interroga su cosa sì, cosa no e come fare per sostenere l’armonia. Si dubita del significato di tutto. Chi merita di essere salvato? Cosa sanno gli animali sull’origine del mondo? Esiste ciò che non viene nominato? Quante vite innocenti sono rimaste fuori? Perché?

Iabal, il cane di Noè, è il traduttore del sottile: è colui che gli comunica le intenzioni degli animali e delle cose. È la sua fonte affidabile di saggezza. Il protagonista si lancia a fare ciò che non comprende del tutto, ma si fida dei segnali della natura, dell'”angelo”, e insieme imparano il modo per sopravvivere.

Il narratore racconta che Noè, in ogni compito che intraprendeva, compiva un atto votivo per gli esseri viventi del futuro: il preghiera delle sue mani era la sua preghiera. Ed Enzo Fileno Carabba esplora tutte quelle preghiere e tutto ciò che abbiamo ereditato in un romanzo che è esso stesso: un’arca colma di diversi processi cosmici in miniatura.

Agustina Colaprete

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