Ammetto provo una certa stanchezza e noia a dover scrivere sulla vicenda Carlotta Vagnoli (Valeria Fonte, Benedetta Sabene plus) e Selvaggia Lucarelli. Non ve la ricostruisco più di tanto. Ci sono messaggi privati e chat in cui si denigrano pesantemente una serie di persone, dalla Murgia a Mattarella. Messaggi privati al vetriolo, sequestrati nel corso di una indagine. Di questo si occuperanno i giudici. Non vi parlerò di questo. Né entrerò nel campo spinato di una supposta divisione tra pubblico e privato, tra vicende giudiziarie e personaggio pubblico; sembra la ripetizione di un’altra storia. “La diffamazione e lo stalking sono reati. Ho dei dubbi sugli insulti nelle chat private”, scrive la poetessa Alessandra Carnaroli. Tritacarne digitale, scrivono i giornali (uso qui questa espressione ma non la ripeterò, è solo un’altra espressione del gergo che serve a distogliere l’attenzione). Io dubbi non ne ho, ma forse mi sbaglio; piuttosto però vorrei parlarvi qui del posizionamento di alcune figure di spicco della stampa italiana e del femminismo rispetto alla vicenda. Persone che in passato hanno sostenuto l’attivista ed influencer Carlotta Vagnoli, che l’hanno invitata a partecipare nei loro libri, l’hanno intervistata ed ora si sentono un po’ scomode. Appena, appena. Dei riposizionamenti sulla scacchiera della cultura italiana per continuare a dividersi la torta, anzi a masticare e a passarsi sempre lo stesso boccone. Le mosse astute e i salti mortali per giustificare l’ingiustificabile. E siccome gli scacchi li sanno giocare in pochi (neanche io so farlo), la mossa più semplice per alcuni è stata mollare, mollare Vagnoli e parlare di abisso morale. La moralità fa sempre comodo, ultima ratio. E quella che seguivano e a cui mettevano likes è diventata nelle parole della Soncini: una derelitta che non se la fila più nessuno. Derelitta e sconosciuta, un’opinionista che animava anche i salotti della Sette, da Gruber a Gramellini?
Lo scudo morale dicevo. È quello che ha cercato di fare Sciandivasci Montemurro su Sky insider per esempio. Lei che qualche anno fanno titolava un’intervista alla Vagnoli: “L’età forte del nuovo femminismo”. Titolo sensazionalistico e stupido, ma sensazionalismo e stupidità vanno a braccetto. Piuttosto l’abisso che separa queste figure meschine da Simone de Beauvoir. Di forte niente a parte le parole; di nuovo femminismo, meno ancora.
Di tutta la questione oltre all’appartenenza al femminismo (è sufficiente un’autocertificazione?) mi interessa l’argomento usato nel dibattito: non possiamo attaccarci a vicenda. Vecchio accessorio di un femminismo che non ha deciso le sue regole grammaticali: ma chi l’ha detto che non possiamo? Chi ha detto che non possiamo criticarci? Loro, il patriarcato. Loro che ci hanno sempre costruito come “rivali” e quindi di tutta risposta noi diciamo che siamo sorelle. Ma non vi rendete conto che è solo un’altra condizione imposta da fuori. Le critiche quelle che si usano nell’arte del discorso non hanno niente in comune con il pacifismo del messaggio femminista. Vagnoli l’ho sempre criticata, elegantemente (e in questa storia l’eleganza e la sua assenza sono elementi essenziali). Perché ho sempre criticato questa retorica della quarta ondata del femminismo, questo scimmiottare il gergo dei gender studies senza averli studiati: questa storiografia del femminismo. La suddivisione del femminismo in età ed ondate è vuota, è storia del femminismo, serve a scuola, si divide per indebolire. La quarta ondata nella letteratura americana è il femminismo trasversale o se preferite intersezionale come superamento del femminismo bianco, abbraccia anche la difesa dei diritti di altre minoranze: LGBTQ e altri, dicono in America e noi ripetiamo. Ma il femminismo sin da de Beauvoir lega già, anche se in modo rudimentario, il sessismo al razzismo, così come l’attivismo di oggi è una forma di femminismo radicale che rinvia a femministe passate come Lonzi. Per una analisi completa rinvio a due saggi recenti, uno di Cavarero e Guaraldo Donna si nasce, in cui il politicamente scorretto ritrova una sua dimensione sana e quello di Giulia Siviero che in Fare femminismo ci racconta la pratica femminista rompendo ogni cronologia.
La sorellanza è un concetto complesso da costruire non un tu midiciquesto ed io ti dimostro il contrario. O da coprire con un banale titolo: amiche e compagnia. Nella letteratura fatta da donne si incontrano tante interpretazioni della sorellanza, quasi infinite. Per Grace Paley (lei si che era un’attivista) sono connections contro le disconnessioni a cui lavorano gli uomini. Per limitarmi ad Elena Ferrante, vi dico solo che la sorellanza tra Lia e Lenù si nutre proprio della rivalità e della gelosia, ne fa quasi un emblema.
Ecco mi interessa qui tornare su quel concetto di sorellanza, sororitè, che nella sua interpretazione poco originale ci impedirebbe di criticarci. E qui cito Sciandivasci che risponde a Guia Soncini, che le fa notare la contraddizione tra quel suo articolo sulla Stampa (Vagnoli la nuova femminista) con la posizione attuale (moralmente riprovevole): “possiamo scegliere se buttare tutto in vacca e screditarci l’un l’altra, irriderci o ragionarci sopra, e sì farci qualche domanda”. Visto che si tratta di chat attingo anche io da Instagram. Oltre a farci qualche domanda magari rimetterci a pensare, pensare il femminismo. Tempo, riflessione non anni di Università o pubblicazioni, o poltrone. Perché, se è vero che il femminismo senza pratica è una pianta senza radici è pure vero che prima di essere una pratica deve essere pensiero almeno per chi si propone ad una platea, per chi si propone come guida, per chi entra nelle scuole (Vagnoli ha fatto il giro delle scuole). Vagnoli e le altre sono influencer e purtroppo eventi, saloni e case editrici (Vagnoli ha collaborato al libro collettivo di Sciandivasci I figli che non voglio) hanno malamente sbagliato puntando sui numeri dei follower e su quelli delle vendite per lanciare a noi tutti delle persone che hanno solo saputo riempirsi la bocca di slogan femministi e le parole del gergo importate per poi in privato avere una chat di gruppo intitolata ahimè “fascistelle”.
Il femminismo non è uno slogan, non sono parole vuote. Non si fa sui social. Sui social si costruiscono personaggi spesso vuoti, impostori. Michela Murgia era una femminista. Loro non sono il femminismo contemporaneo, nemmeno nella sua frangia più radicale. Lonzi era una femminista radicale. Né sono il “commando” femminista, come pure titolava il Corriere. Essere rude o unattractive (visto che le donne sono sempre state dolci e gentili) come invocava Susan Sontag (che non ha mai parlato di sisterhood ed è sempre stata scettica rispetto al femminismo senza smettere di nutrirlo in modo sostanziale) non vuol dire essere delle cafone che fanno uso di una certa aggressività verbale.
Il femminismo è un’avanguardia filosofica e politica non il bancone del mercato, o un post di cattivo gusto in slip e tatuaggi e vasca da bagno rosa. E questo non ha niente a che vedere con la sorellanza.
Silvia Acierno
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