Da tempo, la parola food design è entrata a far parte del dizionario italiano, andando così a legittimare un fenomeno ormai riconoscibile e diffuso, fatto di pratiche diverse legate al cibo sempre più frequenti e che nel tempo hanno modificato profondamente usi e abitudini culturalmente consolidate. Il food design è in realtà uno degli aspetti di un fenomeno ben più ampio cheil semiologo Gianfranco Marrone, ha definito Gastromania. Una sorta di iperattenzione al cibo che sembra aver contagiato irreversibilmente la società contemporanea, e che non è “soltanto una moda che, come tutte le mode, sarà presto fuori moda”, ma si configura invece come un fenomeno sociale più ampio e complesso su cui appunto è necessario ragionare.
Di fatto, negli ultimi anni è accaduto che ciò che da sempre era stato semplicemente “buono” è diventato improvvisamente “bello”. Ed è in funzione di questa ricercata bellezza che il design negli ultimi anni ha cominciato nei modi più vari ad interessarsi di cibo. Tra torte che sembrano sculture, fotografie di piatti sempre più simili ad opere d’arte, Design in cucina. Oggetti, riti e personaggi (Giunti 2012), a cura da Valentina Auricchio, ha il merito di voler spiegare questa imprevista relazione tra progettazione e food ponendo la questione, però, in termini di relazione tra design, cultura materiale e quotidianità.
“Il rapporto tra cibo e design è ancora aperto e soprattutto ricco di straordinarie opportunità non ancora sviluppate e utilizzate”, scrive Aldo Colonetti, uno dei maggiori esperti di design in Italia, nell’introduzione al volume.
E di fatto è su queste opportunità che si comincia a ragionare a partire da “I luoghi del quotidiano”: corpo, casa, lavoro, città. In questa prima parte del libro si raccontano i cambiamenti della relazione tra uomo e cibo in funzione dell’evoluzione storica e tecnologica. Il cibo preparato a mano è stato progressivamente sostituito da cibi elaborati e cucinati attraverso “protesi umane”, gli elettrodomestici, che inevitabilmente hanno determinato cambiamenti nelle possibilità di preparazione e nella velocità di esecuzione. Ma non solo, la cucina si è modificata, nel suo aspetto come nella sua logica interna ospitando macchine e utensili prima inesistenti. E cosa è successo quando sono comparse le mense al lavoro, quando ristoranti di ogni tipo si sono moltiplicati nelle città contemporanee? Il cibo è diventato sempre più, nella sua estrema varietà, una questione “esperienziale”, decisamente al di là del semplice nutrimento.
A questi mutamenti risponde un “Atlante degli oggetti” con pentole, utensili, elettrodomestici, accessori che in maniera non sospetta sono lo specchio più evidente dei mutamenti sociali, economici e del gusto. Delle nuove relazioni che si sono venute a creare tra uomo e cibo.
La sezione “Amalgamare” è quella che sicuramente registra i maggiori cambiamenti sociali legati alle pratiche alimentari. Infatti, mentre nelle cucine borghesi, sino alla metà del XX secolo, predisporre il cibo alla cottura era una attività da svolgere in cucina, al riparo dagli sguardi indiscreti degli ospiti seduti in sala da pranzo, “nel corso del XX secolo la preparazione del cibo da segreto di casa è andata rivelandosi uno spettacolo. Questa nuova visione ha indotto i designer a ristudiare contemporaneamente la funzionalità degli strumenti, il loro effetto sul cibo e tutti gli atti di un teatro domestico che comincia ben prima del servizio in tavola e della degustazione”.
Ed ecco così che posate, utensili, attrezzi da cucina sono usciti dai cassetti e dalle dispense in cui erano riposti e sono diventati nuovi oggetti di scena. Tra tutti questi oggetti ovviamente non può mancare lo spremiagrumi Juicy Salif disegnato da Philippe Starck per Alessi con la sua forma vagamente zoomorfa, quasi dotato di tentacoli. E forse proprio la sua forma sofisticata a tratti scultorea ha fatto sì che questa icona del design, pensata per spremere limoni, sempre più spesso fosse collocata fuori dalla cucina per diventare un elemento d’arredo. Un soprammobile e non più un utensile.
Se questo catalogo di oggetti, che occupa la maggior parte del volume, può sembrare fuorviante, quasi un’ostentazione delle “trovate del design”, in realtà ad uno sguardo più attento racconta soprattutto di una evoluzione importante della cucina e di coloro che per molto tempo vi si sono dedicate quasi esclusivamente in ambito domestico: le donne. La cucina, e meno male, non è più il loro specifico “focolare”, non è neanche più un luogo di servizio, è uno spazio in cui condividere, sperimentare, preparare in maniera nuova, al di là del genere, della cultura e della tradizione. È il luogo in cui nascono rituali contemporanei, si definiscono originali forme di identità, si amalgamano ingredienti e storie.
L’obiettivo di un libro come Design in cucina è proprio quello di indurre il lettore a guardare con attenzione e con sguardo critico anche gli oggetti più apparentemente banali e consueti. Perché anche in un semplice cucchiaio non sarà difficile scorgere non solo una funzione pratica, ma anche una carica simbolica, affettiva e progettuale. Ogni cosa, in cucina più che altrove, ha un valore culturale e il design è il migliore modo per interpretare la storia della vita quotidiana.
Loredana La Fortuna
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