“Lo spazio urbano, non è affatto vuoto. A popolarlo non sono solo persone e mezzi di trasporto, ma anche un’infinità di piccoli elementi architettonici: entrate della metropolitana, fermate dei mezzi pubblici, chioschi, toilette, cabine telefoniche, fontanelle, guardiole, ingressi a garage sotterranei, strutture di manutenzione. Elementi piccoli, ma non per questo meno caratterizzanti e significativi”. Ed è a questa serie di piccoli arredi urbani che è dedicato il libro di Vittorio Magnago Lampugnani, intitolato Frammenti urbani. Una raccolta di osservazioni, appunti, saggi brevi scritti con l’obiettivo di dimostrare che “i piccoli oggetti dello spazio urbano sono costrutti che ci sorprendono non soltanto per la loro varietà, ma anche per la complessità e contraddittorietà”.
Quasi come un contemporaneo flâneur, decisamente più dotto e consapevole però di quello immaginato da Charles Baudelaire e Walter Benjamin, l’autore vaga per le strade delle principali città europee muovendosi non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Osserva i dettagli agli angoli delle vie o sul selciato e ne racconta la storia, la funzione, gli usi propri e impropri, l’accoglienza entusiasta o il superamento tecnico e sociale.
Lampugnani è un architetto e storico dell’urbanistica e questa sua peculiare formazione lo porta a raccontare la città europea con uno sguardo tecnico e sociale insieme. I “frammenti urbani”, nella sua scrittura, sono quasi dei pretesti oggettuali per riflettere poi su temi come la memoria, la conservazione, la ricostruzione e il rapporto che sempre esiste tra architettura e politica. Perché quello che l’autore desidera in fondo è ragionare in maniera critica sulla progettazione contemporanea della città, troppo spesso contrassegnata dalla perdita di continuità e soprattutto di responsabilità. E mentre l’architettura diviene spettacolo, e l’urbanistica si fa sempre più simile all’allestimento di eventi, senza più nessun collegamento con concetti come quello dell’abitare e del convivere, Vittorio Magnago Lampugnani ribadisce il valore della normalità urbana, della strada, della piazza, dei giardini tra i palazzi in una città che deve invece essere un patrimonio da comprendere, curare e trasformare razionalmente.
Il libro si compone di tre sezioni: microarchitetture, oggetti ed elementi.
L’ambito più attinente al lavoro del design è certamente quello degli oggetti urbani. Ed infatti sono i designer che oggi progettano panchine, cestini dei rifiuti, targhe stradali e cartelloni pubblicitari. Non a caso, tra i progetti selezionati nell’ultimo INDEX ADI, ossia il concorso che sceglie i progetti che poi parteciperanno alla selezione per il Compasso d’Oro, c’è proprio il progetto di una panchina. Si chiama “Pinch” progettata da Alessio Casciaro ed ha come obiettivo fondamentale l’inclusione delle persone con disabilità. Una sorta di panca, con sagoma continua e curvilinea che diventa quasi un’isola su cui sedersi o accostarsi con un passeggino o con la propria sedia a rotelle. Si tratta di un progetto molto interessante, ma che per risultare davvero efficace deve essere anche collocato in maniera efficace, in una riflessione urbana complessiva dunque decisamente più elaborata.
“Le panchine, vale a dire sedili fissi posti in luoghi pubblici, erano diffuse nelle città sin dall’antichità” ci racconta Lampugnani “Le città-stato italiane del XIII e XIV secolo si rifanno direttamente a questa tradizione. I cittadini trascorrevano una grande quantità di tempo nelle strade e nelle piazze, dove si svolgevano i rituali politici e la vita sociale dei comuni. Era inevitabile che ci si prendesse cura di questi spazi, abbellendoli e dotandoli di elementi di arredo urbano”. La storia di queste sedute diventa sempre più interessante man mano che lo loro presenza si fa più numerosa e sistematica a seguito dell’istituzione di parchi pubblici. Le prime panchine, così come le immaginiamo oggi, compaio a Covent Garden a Londra nel 1631 e soprattutto nel prato di place Royal a Parigi nel 1655 quando “Luigi Filippo avviò il proprio mandato con la promessa di dare ai parigini acqua, aria e ombra”.
Nel 1871 le panchine a Parigi erano quasi 8500 tutte su disegno di Gabriel Davioud: “Sottili assicelle di rovere fissate su gambe in ghisa e sostegni per la spalliera elegantemente arcuati a imitare dei rami. […] Tutte le panchine venivano verniciate ogni anno, la ghisa in grigio, il legno in verde scuro”. E mentre progressivamente aumentavano in numero e frequenza, accanto a questi modelli più semplici, presto in tutta Europa comparvero panchine con un’estetica decisamente più elaborata ed ambiziosa. Fino ad arrivare ad oggi.
“La panchina moderna si presenta come un oggetto dalle variazioni infinite, a tal punto da diventare arbitrarie. Non c’è materiale, colore, disegno che non venga utilizzato. […] Ci sono panchine abbinate a vasi di fiori, altre decorate con la sagoma di finte persone sedute, altre ancora talmente elaborate e scultoree che non si capisce più dove sedersi. […] La leggerezza con cui oggi le panchine vengono installate nelle nostre città è tanto più sconcertante se si pensa che sono oggetti estremamente legati al criterio della funzionalità”.
Come infatti Lampugnani sottolinea, il fine delle panchine non è, e non è mai stato, puramente decorativo. “Le panchine hanno il compito di delimitare lo spazio o addirittura di crearlo, d’indicare percorsi, di definire o contribuire a definire demarcazioni. In altre parole, di diventare parte della composizione di strade, piazza, banchine e corti, ricoprendo un ruolo che non è solo funzionale o tecnico, ma anche eminentemente architettonico e culturale”.
Progettare e collocare una panchina diviene quindi un atto di responsabilità culturale. Perché progettare significa prendere posizioni e l’architettura e il design per questo motivo non sono mai neutrali. Anche se si tratta di pensare solo ad una comune panchina. Del resto, proprio a questi oggetti urbani, tinteggiati di rosso, è stato affidato il compito di rende visibile negli spazi pubblici la battaglia per la consapevolezza, l’informazione, la prevenzione e la sensibilizzazione contro la violenza di genere.
Più che frammenti, dunque, gli oggetti di design pubblico, diventano simboli culturali nello spazio di una città che può configurarsi come un laboratorio complesso in cui sperimentare stratificazioni, regole condivise e responsabilità collettive. “Segni distintivi dello sviluppo politico, ideologico, religioso, sociale, igienico, tecnico e culturale” del nostro mondo più prossimo.
Loredana La Fortuna
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