La lettura de La figlia conforme di Francesca Cavallone mi ha sospinto fuori dalla frenesia quotidiana, invitandomi ad osservare la mia famiglia, a ritrovare i profumi e i sapori autentici della mia casa e a rivivere per un attimo i frammenti della mia infanzia. Così mi sono imbattuta in un vecchio libro di mio padre su Giorgio Gaber. Egli scrisse una canzone sulla famiglia e, ascoltandola, ho ripercorso a grandi linee la prosa del romanzo.
La famiglia tanto amata
è una morbida coperta
che ti lascia una ferita
che rimane sempre aperta.
Giorgio Gaber, La famiglia
La figlia conforme è il romanzo d’esordio di Francesca Cavallone, pubblicato nel marzo di quest’anno e edito Giulio Perrone.
La voce narrante è Sveva, avvocato di professione e osservatrice, più attenta alle dinamiche familiari che alle linee di continuità e rottura della sua vita.
Il romanzo inizia proprio con una rottura dell’equilibrio familiare: l’inaspettata e repentina amnesia del padre. È da qui che la narrazione si snoda, svelando il vissuto interiore di tre figlie, lontane fisicamente ed emotivamente le une dalle altre ma tutte dipendenti da un filo comune: il pater familias.
Sveva, avvocato penalista barese; Giulia, moglie di Corrado e madre apprensiva e, infine, Valeria, la pecora nera, l’unica figlia ad essersi tanto allontanata da quel padre severo e giudicante da far perdere le proprie tracce.
«Non c’era nulla in me che somigliasse, neppure vagamente, all’apprensione che una figlia conforme avrebbe dovuto provare in una situazione del genere».
L’ordinarietà delle cose ci porta a credere che, difronte ad una difficoltà, tutti i componenti di una famiglia si comportino allo stesso modo. Si pensa che tutti accorrano alla casa paterna, preoccupati e pronti a fare qualsiasi cosa pur di aiutare e lenire quel dolore che colpisce inaspettatamente tutti.
Ma non accade nel romanzo. L’amnesia è un’intrusa, un problema che costringe a interrompere le attività quotidiane per concentrarsi su qualcosa di effimero, temporaneo e fastidioso.
Nonostante la seccatura, Sveva decide che bisogna essere lesti e risolvere la situazione prima che essa possa repentinamente peggiorare. In che modo? Portando il padre da Valeria, la sorella lontana, la figlia da tempo dimenticata.
Da qui la narrazione travolge il lettore, svelando la vita interiore dei molteplici attori che si affacciano tra le pagine: di Sveva, la voce narrante; di Valeria, la figlia problematica che sembra aver trovato un caldo e sicuro rifugio nel turbinio del mondo; del padre, spogliatosi dalle sue vesti di imprenditore ma, soprattutto, di padre giudicante; infine, di tutti coloro che abitano la masseria pugliese, groviglio di meditazioni ed erbe curative.
«L’ashram era un villaggio di trulli sparsi su cui penzolavano cartelli sbilenchi, scritti a mano. Mensa, Sala meditazione, Infermeria, Segreteria, Sala corsi, Tempio. Era quello il mondo di pietre a secco e calce in cui siera rifugiata mia sorella».
Sin dal loro arrivo gli equilibri si modificano repentinamente:
«Erano bastate due chiacchiere all’ombra di un ulivo, quattro steli intrecciati insieme, la promessa di una mistica guarigione, ed ero diventata trascurabile e d’impiccio».
Lo stesso scopo del viaggio sembra essersi modificato: se all’inizio era il padre ad essere sotto osservazione, nel corso di quella permanenza nell’ashram, lo diventa Sveva. È proprio lei ad essere messa sotto la lente di ingrandimento, non solo dagli abitanti del luogo, ma soprattutto da sé stessa. Sveva, dopo l’incontro con Valeria, è costretta a fare i conti con il proprio passato.
Bergson diceva che il passato vive costantemente nel presente attraverso un flusso psicologico interrotto: ed è vero. Francesca Cavallone – con un linguaggio asciutto e accattivante – riesce a far percepire ai suoi lettori come la vita di Sveva sia stata inconsapevolmente abitata dal suo passato, influenzandone ogni azione, ogni pensiero e retropensiero.
Il passato si esprime nella costante tendenza di Sveva a paragonare la sua vita a quella dei suoi famigliari:
«Ero confusa e piuttosto incredula. Non avrei mai immaginato che quel genere di persone trovasse interessante la mia vita. Le spiegazioni potevano essere due: forse la mia storia personale era più entusiasmante dei loro turni delle pulizie o forse, più semplicemente, si trattava della reazione tipica alle faccende normali che avevo imparato a conoscere da Valeria. Mia sorella aveva il vizio di enfatizzare le mie esperienze più banali quando la sua, di vita, era un incastro di vicissitudini fuori dal comune».
Ciò l’ha condotta a prendere decisioni sulla base delle aspettative altrui, destinandola, inevitabilmente, all’infelicità: «se esisteva una condizione emotiva che mi aveva sempre assicurato accoglienza, era proprio l’infelicità».
È proprio questo il leitmotiv e il fine ultimo del romanzo: a prescindere da tutto, le nostre azioni e il nostro intero bagaglio emotivo saranno sempre legati da un filo indissolubile e invisibile a ciò che ci ha donato la vita.
«Ci eravamo opposte con tutte le forze, ognuna a suo modo, al richiamo faticoso che essere nate dagli stessi genitori avrebbe rappresentato per tutta la vita. Alla somiglianza inevitabile di chi nasce nella stessa famiglia, quando quella famiglia è complicata».
Pur nel desiderio costante di affrancarsi dalla casa paterna e da quelle rigide dinamiche, talvolta crudamente giudicanti, che hanno segnato l’infanzia, l’adolescenza e i primi passi nell’età adulta, il retaggio familiare continua a riaffiorare come un sedimento tenace. L’autrice ci ricorda come l’anima resti intrisa degli odori delle domeniche in casa, dei rimproveri e dei battibecchi, delle porte che sbattono per la rabbia e, al tempo stesso, del tepore di un abbraccio capace di sospendere ogni conflitto. In queste tracce indelebili si manifesta la materia viva da cui prendono forma identità e memoria.
Anna Rita Ambrosone
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