Puntualità e concretezza nell’esposizione dei contenuti sul tema del lavoro in Italia si incontrano nel libro Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita di Francesca Coin. Pubblicato da Einaudi nel 2023, quando l’ondata feroce del Covid sembrava solo un brutto sogno, il resoconto accoglie le esperienze traumatiche delle dimissioni volontarie in seguito a rapporti di lavoro inadeguati e incapaci di garantire una vita dignitosa.
Nello scenario critico offerto dall’autrice, il lavoro non è più garante di una condizione di privilegio a priori, per cui si deve essere disposti a tutto pur di tenerlo stretto. Non c’è la possibilità di emancipazione, mobilità sociale e riconoscimento necessari per allontanare il fantasma della fame e della povertà. Manca la condizione fondamentale del legame stabile e duraturo dato dalla fiducia da parte del datore di lavoro e dal senso di responsabilità del lavoratore, tipici di un rapporto fatto di diritti e doveri da entrambe le parti.
A cadere nell’oblio è soprattutto la narrazione del matrimonio con il lavoro, per cui il dipendente doveva amare la sua azienda come una moglie ama il marito, totalmente succube e disposta a sacrificare tutto di sé. Superata la fase di un falso amore travolgente e mai corrisposto, in quella moglie delusa e arrabbiata sono scattati i meccanismi di sottrazione e fuga, anche in assenza di una protezione economica, perché è riemersa la voglia di giustizia e la difesa della propria felicità, continuamente minacciata da un lavoro che porta angoscia e malessere.
Senso di solitudine e desiderio di allontanamento immediato sono componenti di un processo che riguarda soprattutto le donne costrette all’uscita da un mercato del lavoro in cui non rientrano, se non con dei compromessi discutibili, perché ancora troppo relegate al ruolo di cura della famiglia, responsabili di numerosi fardelli per mancanza di politiche efficaci per la maternità. Un fenomeno simile accompagna la comunità LGBTQIA+, che subisce forme di espulsione e discriminazioni continue derivate da una cultura gretta e imbarazzante che non si preoccupa, invece, di migliorare le condizioni nei luoghi di lavoro.
Preoccupa la mancanza di ispezioni serie e di una vera formazione professionale per i dipendenti, che spesso non hanno la capacità di riconoscere condizioni di lavoro inaccettabili, e per i datori di lavoro, che non sono capaci di trattare con rispetto i propri dipendenti. Altri racconti impietosi arrivano dai settori della sanità pubblica, della ristorazione, della grande distribuzione, della cultura, oppressa da una retorica di convenienza basata sulla passione e sul sacrificio totale per il proprio lavoro, dai settori produttivi che non riescono a trovare personale, perché incapaci di offrire ai disoccupati l’opportunità di acquisire le competenze necessarie, dall’ambito tecnologico, che porta con sé forme di lavoro dequalificato e lavoratori all’occorrenza da rispedire a casa quando non servono più.
Durante la pandemia, il lavoro da remoto ha consentito di continuare a contribuire allo svolgimento delle attività aziendali. Superata l’emergenza, è stato però imposto ai dipendenti di non svolgere più da casa compiti per cui è evidente ancora oggi che non è necessario recarsi in ufficio o dal cliente. Una sottrazione immotivata, spinta solo da sistemi di pensiero retrogradi e basati sulla diffidenza e sul controllo ossessivo, molto lontani da una prospettiva di equilibrio fra lavoro e vita privata, quindi di maggiore produttività da parte dei dipendenti.
Senza scadere in polemiche sterili o in una vuota retorica da dibattito politico che manca di proposte, la sociologa lascia quindi che sia chi legge, anche a distanza di un paio d’anni dalla pubblicazione, a valutare quanto il racconto offerto sia ancora estremamente aderente alle condizioni di lavoro attuali in Italia. Ad emergere con più evidenza sono la consapevolezza del contributo che si offre sul lavoro, attraverso il proprio ruolo e la propria professionalità, e il coraggio di tutelare interessi personali e benessere psicofisico da qualsiasi forma di sfruttamento o maltrattamento.
Le affermazioni di Francesca Coin costituiscono un buon esempio di partenza per un nuovo progetto comune sulla ridefinizione del lavoro in Italia e si basano sul contributo di chi ha offerto la propria voce e la propria storia per raccontare davvero Le grandi dimissioni. Attraverso le pagine del libro appare chiaro che a qualcuno interessa ancora non parlare bene di lavoro sempre e comunque perché è garanzia di stima da parte della famiglia e della società, ma parlare di com’è il lavoro ancora oggi, partendo dalla denuncia di ciò che rappresenta un danno per tutti, di ciò che non consente a chi vuole lavorare di avere anche rispetto di sé, del proprio percorso e delle proprie scelte di vita.
Rossana Rizzitelli
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?