Ci sono libri che sono un pugno in faccia, altri che carezzano l’anima ripercorrendo una storia personale e una collettiva, in un affresco denso e straordinario che nessun manuale di storia è in grado di restituire.

Alessandro Barbero in uno dei suoi edificanti interventi pubblici ha detto che la Storia non si traduce in mero studio dei conflitti e delle alleanze (lui che è esperto di guerre), se la si vuole capire veramente bisognerebbe concentrarsi di più su momenti domestici, quotidiani che pure rivelano moltissimo dei passaggi collettivi. Ad esempio: quando hanno cominciato le donne a fare le marmellate? Questa semplice domanda rileva implicazioni di portata mondiale, ossia quando si è diffusa su scala globale la barbabietola da zucchero grazie alle guerre Napoleoniche e al blocco continentale del 1806 che hanno reso impossibile l’importazione della canna da zucchero nelle colonie tropicali. Da un alimento entrato in tutte le case agli equilibri geopolitici in esso implicito. La Storia è questa.

La corrispondenza di un’antenata, quindi, può dirci molto di più della narrazione impersonale delle alleanze e dei giochi di potere. Lo sa bene Francesco D’Ayala, giornalista e scrittore, che con il suo ultimo romanzo Villa Solitudo, edito da Atlantide, ripercorre parte della storia di famiglia in una bellissima biografia romanzata che vede per protagonista Giulia Carola Melania Collioud Ghetaldi, la sua bisnonna da parte di padre.

È il 1942 e Giulia è confinata nella sua età dell’elegia e nell’esilio volontario a Villa Solitudo, un’antica dimora nella penisola di Lapad vicino Dubrovnik dove la donna era solita, anni addietro, trascorrere le vacanze estive insieme alla sua famiglia. Da quel promontorio la guerra giunge nella forma mitigata degli echi e i ricordi della sua esistenza così fuori dal comune vengono srotolati come un filo rosso che si dipana prima lento, poi sempre più fitto.

Ricorda, stratifica, rivela. Di sé e dell’età eccezionale che ha attraversato.

La vita di Giulia procede densa di amori, avrà tre mariti e cinque figli, ognuno con la sua peculiarità, ognuno esito di una relazione non replicabile.

La sottile trama che definisce la sua biografia è inchiodata a quel momento traumatico nel quale tutto si è compiuto, nelle campagne della Galizia quando, appena quindicenne, assiste all’esecuzione a sangue freddo di un ragazzo innocente sotto i suoi occhi. Inchiodato al tronco di un albero perché la comunità degli uomini così aveva deciso, nel tribunale secolarizzato da santa inquisizione che al giovane è toccato in sorte.

Giulia finisce sul lettino di Freud per quell’episodio, sperando in una cura dell’animo che forse non lenirà mai i suoi tormenti, non sfocherà mai del tutto l’immagine dell’orrore al quale ha assistito.

La sua aneddotica sentimentale è piena di relazioni che si concretizzato in matrimoni e prole, eppure una parte di lei resterà per sempre legata all’amore irrealizzabile di una vita – Hugo Von Hoffmansthal, poeta e drammaturgo che entrerà, insieme alla gestione del dolore, nello studio del padre della psicoanalisi.

“Cara Giulia,” mi aveva detto, “la distanza tra il desiderio e il reale è effettiva. Hugo è nel suo reale, dove esistono la sua famiglia e i suoi figli. Anche tu dovresti tornare ai tuoi e scoprirai che è lì il valore principale che ti sostiene. Eliminare le persone nocive dalla propria vita non significa odiarle. Significa avere rispetto per sé stessi.” Sembrava impossibile dargli torto.

Giulia è una femminista ante litteram. Fa scelte amorose inconsuete per il tempo, cambia idea, si concede di sbagliare, caccia via il secondo marito Rudolf, dispotico e violento impugnando una pistola. La sua biografia non asseconda l’origine nobiliare d’alto rango dalla quale proviene. È una donna determinata, anche nell’ostilità.

Condanna il figlio Johann Eberhard, detto Bubi perché, influenzato dal patrigno Rudolf, aderisce ad un partito che porterà alla morte e distruzione, come tuonano i presagi nefasti di Heinrich Mann, amico di Giulia.

“Ascoltate quanto vi dico. Qui finirà male. I nazisti vogliono solo il potere e lo otterranno in maniera brutale, come e forse peggio dei fascisti in Italia”. Sapeva di essere un facile profeta, ma aveva purtroppo ben chiaro come la Germania sarebbe stata trasformata. I nazisti avrebbero individuato nemici interni ed esterni, i primi sarebbero stati ebrei e comunisti, i secondi le grandi democrazie occidentali. Mann ci aveva resi testimoni di una sorta di testamento della ragione.

D’Ayala tratteggia la storia della sua antenata e del suo ambiente raffinato, che le consente di interagire con Gustav Klimt e Coco Chanel, con Umberto Saba e James Joyce, con una voracità disarmante, ripercorrendo con le sue lettere pezzi di un’Europa che non esiste più e lo fa senza cedere a facili sentimentalismi, a scontate nostalgie. Tenendo sempre presente la funzione che ogni libro deve avere, ossia raccontare una storia e cederla a chi la legge. In modo che non sia più di chi l’ha scritta.

“Sono molto felice quando faccio un film” continuò (il regista Fritz Lang conversando con i Mann) accendendosi una sigaretta e infilandola in un bocchino d’avorio. “non è una seconda vita per me, è la vita. Forse è per questo che mi disinteresso del film una volta che è stato scritto, girato, montato. A quel punto non posso fare più niente: il film ha una sua vita propria e non fa più parte della mia.”

Ci sono libri che sono un pugno in faccia, altri che carezzano l’anima ripercorrendo una storia personale e una collettiva, in un affresco denso e straordinario che nessun manuale di storia è in grado di restituire.

Alessandro Barbero in uno dei suoi edificanti interventi pubblici ha detto che la Storia non si traduce in mero studio dei conflitti e delle alleanze (lui che è esperto di guerre), se la si vuole capire veramente bisognerebbe concentrarsi di più su momenti domestici, quotidiani che pure rivelano moltissimo dei passaggi collettivi. Ad esempio: quando hanno cominciato le donne a fare le marmellate? Questa semplice domanda rileva implicazioni di portata mondiale, ossia quando si è diffusa su scala globale la barbabietola da zucchero grazie alle guerre Napoleoniche e al blocco continentale del 1806 che hanno reso impossibile l’importazione della canna da zucchero nelle colonie tropicali. Da un alimento entrato in tutte le case agli equilibri geopolitici in esso implicito. La Storia è questa.

La corrispondenza di un’antenata, quindi, può dirci molto di più della narrazione impersonale delle alleanze e dei giochi di potere. Lo sa bene Francesco D’Ayala, giornalista e scrittore, che con il suo ultimo romanzo Villa Solitudo, edito da Atlantide, ripercorre parte della storia di famiglia in una bellissima biografia romanzata che vede per protagonista Giulia Carola Melania Collioud Ghetaldi, la sua bisnonna da parte di padre.

È il 1942 e Giulia è confinata nella sua età dell’elegia e nell’esilio volontario a Villa Solitudo, un’antica dimora nella penisola di Lapad vicino Dubrovnik dove la donna era solita, anni addietro, trascorrere le vacanze estive insieme alla sua famiglia. Da quel promontorio la guerra giunge nella forma mitigata degli echi e i ricordi della sua esistenza così fuori dal comune vengono srotolati come un filo rosso che si dipana prima lento, poi sempre più fitto.

Ricorda, stratifica, rivela. Di sé e dell’età eccezionale che ha attraversato.

La vita di Giulia procede densa di amori, avrà tre mariti e cinque figli, ognuno con la sua peculiarità, ognuno esito di una relazione non replicabile.

La sottile trama che definisce la sua biografia è inchiodata a quel momento traumatico nel quale tutto si è compiuto, nelle campagne della Galizia quando, appena quindicenne, assiste all’esecuzione a sangue freddo di un ragazzo innocente sotto i suoi occhi. Inchiodato al tronco di un albero perché la comunità degli uomini così aveva deciso, nel tribunale secolarizzato da santa inquisizione che al giovane è toccato in sorte.

Giulia finisce sul lettino di Freud per quell’episodio, sperando in una cura dell’animo che forse non lenirà mai i suoi tormenti, non sfocherà mai del tutto l’immagine dell’orrore al quale ha assistito.

La sua aneddotica sentimentale è piena di relazioni che si concretizzato in matrimoni e prole, eppure una parte di lei resterà per sempre legata all’amore irrealizzabile di una vita – Hugo Von Hoffmansthal, poeta e drammaturgo che entrerà, insieme alla gestione del dolore, nello studio del padre della psicoanalisi.

“Cara Giulia,” mi aveva detto, “la distanza tra il desiderio e il reale è effettiva. Hugo è nel suo reale, dove esistono la sua famiglia e i suoi figli. Anche tu dovresti tornare ai tuoi e scoprirai che è lì il valore principale che ti sostiene. Eliminare le persone nocive dalla propria vita non significa odiarle. Significa avere rispetto per sé stessi.” Sembrava impossibile dargli torto.

Giulia è una femminista ante litteram. Fa scelte amorose inconsuete per il tempo, cambia idea, si concede di sbagliare, caccia via il secondo marito Rudolf, dispotico e violento impugnando una pistola. La sua biografia non asseconda l’origine nobiliare d’alto rango dalla quale proviene. È una donna determinata, anche nell’ostilità.

Condanna il figlio Johann Eberhard, detto Bubi perché, influenzato dal patrigno Rudolf, aderisce ad un partito che porterà alla morte e distruzione, come tuonano i presagi nefasti di Heinrich Mann, amico di Giulia.

“Ascoltate quanto vi dico. Qui finirà male. I nazisti vogliono solo il potere e lo otterranno in maniera brutale, come e forse peggio dei fascisti in Italia”. Sapeva di essere un facile profeta, ma aveva purtroppo ben chiaro come la Germania sarebbe stata trasformata. I nazisti avrebbero individuato nemici interni ed esterni, i primi sarebbero stati ebrei e comunisti, i secondi le grandi democrazie occidentali. Mann ci aveva resi testimoni di una sorta di testamento della ragione.

D’Ayala tratteggia la storia della sua antenata e del suo ambiente raffinato, che le consente di interagire con Gustav Klimt e Coco Chanel, con Umberto Saba e James Joyce, con una voracità disarmante, ripercorrendo con le sue lettere pezzi di un’Europa che non esiste più e lo fa senza cedere a facili sentimentalismi, a scontate nostalgie. Tenendo sempre presente la funzione che ogni libro deve avere, ossia raccontare una storia e cederla a chi la legge. In modo che non sia più di chi l’ha scritta.

“Sono molto felice quando faccio un film” continuò (il regista Fritz Lang conversando con i Mann) accendendosi una sigaretta e infilandola in un bocchino d’avorio. “non è una seconda vita per me, è la vita. Forse è per questo che mi disinteresso del film una volta che è stato scritto, girato, montato. A quel punto non posso fare più niente: il film ha una sua vita propria e non fa più parte della mia.”

Angela Vecchione

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