In autunno a Roma, nel quartiere del Pigneto, in un ex cinema porno si celebra un festival, il festival di Inquiete. L’organizza Francesca Mancini. In prima fila c’è Francesco Pacifico, scrittore, marito e compagno di Francesca. Lei è la femminista di cui si parla in La voce del padrone. Pacifico in queste pagine dà voce al padrone (la cultura patriarcale) che in qualche modo sta dentro di lui, la voce dei maschi, dell’appartenenza ad un gruppo, un’appartenenza che però non combacia del tutto. Menomale. Questo libricino condensato alla maniera di un manifesto femminista, uno di quelli di Rivolta Femminile, quelli di Lonzi e del gruppo, di cui Pacifico ci parla, è un gioco di specchi, una strana e meravigliosa escrescenza del femminismo, una costola di quello che Pacifico chiama il big-bang femminista. Una direzione ambigua ma forte proprio per la sua ambiguità, in cui il femminismo forse non aveva previsto necessariamente di andare. Uno sconfinamento dal territorio dei maschi, che non è però centripeto (per riaffermarsi) ma empatico, in un movimento verso l’esterno, una spinta onesta verso il territorio delle donne. O meglio, verso un nuovo territorio, stavolta, comune. Un irraggiungibile punto medio, in cui l’utopia delle donne non sarà una distopia per gli uomini. Quel cammino da ricominciare.

Torno a me e mi chiedo: cosa resta quando vedi il tuo femminismo calpestato e ridotto in mille frantumi? Quando il tuo compagno -nel culmine della sua distopia, delle contraddizioni di una postura che non è né quella del reazionario che si sente scivolare il terreno da sotto i piedi né quella dell’orsacchiotto specie di capibara (sono le due posture che descrive Pacifico) che solo per sentirsi moralmente alla pari o sicuramente superiore accetta e partecipa alla vita di una donna femminista, ma un misto piuttosto di superbia e vendetta, rigurgito incontrollato dei sentimenti più bassi e primitivi-, non sa fare altro, smarrito, che confondere il femminismo con una esplosione di rabbia fuori controllo? Una specie di pazzia (circola ancora l’argomento sempiterno del sei una pazza), un disturbo ormonale (la menopausa è ancora fraintesa). Quando addita il tuo sistema educativo (se sei una mamma femminista lo spazio a disposizione è ancora più esiguo) come un disordine o caos dal sapore hippie e nei giorni più bui come un disastro a cui non c’è rimedio; quando per lui i tuoi sogni e le tue iniziative sono solo il sogno innocente di una eterna bambina che non sa ancora fare i conti; quando si mette nell’angolino in cui ci si scrolla di dosso tutte le responsabilità e ti rimprovera che le nostre scelte sono state solo le tue scelte (sei tu che hai deciso così perché tanto non c’ero); quando prova ad annullare con tutti i ricorsi argomentativi (se è un avvocato ne avrà tanti e saprà pure metterli in ordine impeccabilmente) le tue parole che per lui sono solo un monologo sconnesso, i tuoi argomenti con una forma di irrazionalità, il tuo discorso con pura ideologia (da quattro soldi), l’appoggio delle amicizie, con le tue amiche sono delle insulse come te. E al culmine dell’indecenza ti dice che il tuo femminismo (che fuori nell’immagine pubblica di sé, di una persona progressista, al passo con i tempi, dall’intelletto fine, è una cosa necessaria ecc.) è solo robaccia che ti ha rovinato la vita. Cosa resta?

Sempre è solo la stessa rabbia di prima, inesplosa, silente, incompresa. E una posizione molto scomoda.

Ed è questa rabbia, quella di Francesca, la mia, quella di tante donne consapevoli, che sta al centro del monologo di Pacifico. Al centro quell’immagine, qualche anno fa, Francesca seduta sul divano, vulnerabile e arrabbiata, facendo straordinari senza essere pagata, a cercare come editor di dare un senso ad un manoscritto lungo e farraginoso, autore un uomo, un manoscritto che bisognerebbe scrivere daccapo, ma che va pubblicato perché a scriverlo è un uomo. Al centro la comprensione, lo sguardo complice ed innamorato, di un uomo che anche solo nello spazio fugace di un’immagine, oltrepassa la soglia, e vede sua moglie e le sue battaglie femministe. Un atto imprevisto, il gesto che manca, che non viene colmato da romanzi scritti in onore di madri, autori uomini, che cercano di stare al passo con i tempi, credendo di compiere una rivoluzione copernicana e consegnandoci ritratti spietati, il ritratto scomodo che uno non si aspetterebbe mai da un figlio maschio. E Pacifico senza troppi giri dice quello che andava detto “questa grande verità della mia famiglia, che separa l’immagine di una coppia di nonni e genitori quasi ideali dal destino solitario di una donna, io la sapevo prima di scoprire la letteratura femminista”.

 Al centro, dopo l’esplosione del big bang femminista, c’è un paesaggio radioattivo, in cui finalmente vedi qualcosa dell’altro, perché per vedere l’altro non ci vuole il biancore di uno spazio incorrotto ed eternamente uguale a sé stesso per tutti i secoli dei secoli, ma fenomeni ottici, uno stadio energico inferiore, vedersi meno per vedere l’altro. L’uomo che vede o cerca di vedere dove l’uomo non vede. Al centro c’è un uomo che non ha paura di vedere la compagna assentarsi (non mi stanco di riscrivere le parole di Lonzi “con la sua assenza la donna compie un gesto di presa di coscienza, liberatorio, dunque creativo”), cambiare, acquistare coscienza, ritrovare gli occhi neri dell’infanzia, occupare il palco.

E se il baricentro cambia, se al centro della narrazione non c’è una riscrittura della storia ma un uomo che si guarda mentre guarda lo sconforto e l’euforia della sua compagna in carne ed ossa, non un narratore che muove i suoi personaggi specialmente quelli femminili (ne abbiamo le librerie piene) come pedine, reincarnazione di mille reincarnazioni tutte uguali a se stesse, senza mai mettere in discussione la sua posizione istituzionalizzata di narratore della storia, ma un uomo che cerca di riportare con onestà i suoi sentimenti anche quelli meno nobili, tutto quello che ha perso (il palco, le sedie, il posto) e tutto quello che ha guadagnato, allora anche la scrittura cambia. Il monologo, quella forma di discorso in cui non ti interessa in fondo il tuo interlocutore diventa allora un dialogo, un monologo contro sé stessi; la letteratura si ibrida naturalmente verso altri generi, si lascia naturalmente contaminare passando dall’autobiografia, al saggio sulle pagine di Lonzi, al diario, al manifesto con il suo megafono, un bilancio, una pagina scritta quasi a due mani. Si accampa nell’incertezza e nel disorientamento dove la danza comincia davvero, come avrebbe detto quella danzatrice e coreografa rivoluzionaria tanto cara a Francesca. Citando Lonzi, la scrittura diventa una pratica creativa attuata da un uomo, per le donne (e quindi, solo così, anche per gli uomini) in uno schema nuovo e sconosciuto.

Una pratica in cui anche i pezzi di altre storie, la mia, la tua, quel beffardo ahahah tu saresti una femminista! entrano, si accomodano.

Silvia Acierno