Il gusto Camp volta le spalle all’asse buono-cattivo del comune giudizio estetico. […] Offre all’arte (e alla vita) un sistema di standard diverso, supplementare. Susan Sontag

Più di vent’anni fa. L’Italia letteraria quella ben accomodata ha accettato Elena Ferrante, ha cominciato a considerarla davvero (a prenderla sul serio) solo dopo che il New Yorker l’ha acclamata. Era il 2013, a noi interessava più chi fosse Elena Ferrante, ci interessavano più il gossip, le fatture cartacee e il sospetto che fosse un uomo o, più perversamente, una creatura bicefala. Il volto di Geolier sui megaschermi di Times Square.  2023 il ragazzo rappa ad un crocevia globale. Prima che l’Ariston lo fischiasse, New York lo celebrava già. A inizio febbraio 2024, Times Square si illumina con un augurio per il suo imminente debutto al Festival. Sul billboard campeggia la scritta “Napule p’ te, tu p’ Napule”. Mentre in Italia si discuteva se fosse “giusto” o meno cantare in dialetto sul palco nazionale, i grattacieli di New York parlavano incuranti la sua lingua madre.

Geolier porta con sé una storia che è già stata raccontata infinite volte; eppure, non ci stanca mai, non ci stanchiamo mai di ascoltarla. È la storia della miseria, lui era il ragazzo che di pomeriggio andava in fabbrica e non chiedeva nemmeno un euro a sua madre, del ragazzo che ce la fa perché in fondo era un bravo ragazzo, rimasto modesto; è la storia del ragazzo che è passato troppo vicino al male (la gioventù criminale o altrimenti perduta del ghetto di Scampia) lo ha assorbito necessariamente, ne ha visto la poesia con gli occhi ben aperti ma ha scantonato; è la storia del rispetto che è quasi una riverenza leggiadra e un po’ teatrale, perché Geolier dice (a chi tenta o ripudia la strada del paragone come un anatema) che lui sarà sempre e solo un fan di Pino Daniele. È la storia del passato che non si scorda, del sogno che finalmente si realizza in uno stadio, lo stadio Maradona ovviamente, perché deve essere un sogno nel sogno, un’eco della stessa storia, la traccia vocale di Pino che arriva dalla tomba, amplificazione e adorazione totale, sotto le stelle stelle stelle. Perché le stelle cadono pure. Lui non è il ragazzo di periferia che sogna la terra promessa; il vicolo del rione, Secondigliano, Scampia, è una periferia particolare è un codice linguistico e culturale autonomo. Una toponimia. È una storia chiusa.

È qualcosa che portiamo dentro se non siamo nati al Vomero o in prossimità di piazza Vittoria, ma in tutte le altre strade della città, i vicoli che si irradiano in tutti quei paesini da Secondigliano all’ultima fermata della circumvesuviana. I vicoli sono di tufo, serpenteggiano in un quartiere che è la periferia della periferia; stanno sempre al margine con maggiore o minore dignità perché il degrado ha forme diverse. È un desiderio di farcela, di dimostrare qualcosa a qualcuno, di vendicare qualcosa, di premiare i sacrifici di un padre, di una madre che intanto è invecchiata. È un desiderio che corre assieme all’amore, a una storia d’amore che è ferma nel tempo come una fotografia. È qualcosa che non ti scordi. È una storia che si grida, anche in modo scomposto. Questa storia non ha a che vedere come scriveva Bazzi, con le logiche della terra, del sangue, del debito infinito verso la famiglia, che facilmente avvelenano. Ma non è neanche la storia che racconta Saviano. Anche se Saviano ci va più vicino, tocca tutti i punti scoperti di Emanuele, si immedesima, gli parla in dialetto, come un fratello maggiore, con un’intimità commovente, sta cercando di dimostrare il suo teorema.

Quale è la differenza tra chi all’indomani della vittoria più recente di Sal da Vinci scriveva che a lui quella canzone da matrimonio camorristico non piaceva e Bazzi, all’altra punta dello spettro rispetto a Cazzullo, che scriveva di Geolier Lucché e D’Alessio: alleanza da capobranco? Questa storia che oggi sto provando a raccontarvi non è retorica.

È una storia derisa dalla stessa Napoli bene, quella colta, borghese ed intellettuale che al conservatorio di San Pietro a Majella non è andata ma si  permetteva di giudicare o ignorare i sacrifici di chi lì dentro ci aveva messo risparmi e un sogno.  C’è sempre un salotto che snobba, che tra un tuttobeeene e un altro tuttobeeene grida al massacro, alla storpiatura delle regole dell’ortografia dialettale. Un magistrato allibito. C’è sempre un salotto che vuole ripulire un testo, che rivendica un passato di purezza. Un passato mitico come un’illusione titanica.

Il ghigno alla canzone di Gigi d’Alessio, la lotta di classe tra il vicolo e il salotto.  Anche per me Gigi d’Alessio era kitsch come andare ad un matrimonio col cantante, il dialetto a casa non si poteva parlare. Quando mio padre faceva la scarpetta nel piatto, e lo lasciava troppo pulito, mia madre lo guardava con un certo fastidio, gli toccava il braccio delicatamente ma perentoriamente per fermarlo perché quella storia di miseria ora che era un medico affermato e stimato non gli apparteneva più. Ma il gesto non bastava, quella storia torna sempre a galla.

E invece quella storia mi apparteneva, che neanche io sono disposta a cancellare l’ultima frase. È una storia di immedesimazione: “Voi lo avete snobbato per trent’anni, ma lui è il nostro maestro, ed è grazie alla sua resistenza se oggi io posso essere qui a cantare in dialetto stretto senza chiedere scusa”.

Tutto è possibile, canta Geolier e fa in modo che sia così, che sia vero, che si avveri.

La chiamerete una storia melodica o neomelodica, melodrammatica. Perché c’è sempre qualcuno che deve dimostrare di star facendo invece grande letteratura. Di Elsa Morante (non sto facendo paragoni) dicevano che stava facendo feuilleton, letteratura operistica, tragica sfarzosa. Ferrante pure faceva un genere.

Terrone, dicevano ancora così negli anni novanta. A Sanremo 2024 la platea impomatata al limite del pacchiano dell’Ariston fischiava all’ingresso della napoletanità. Alcuni abbandonavano la sala, ve lo ricordate? Per Geolier accompagnato nella serata delle cover dal suo mentore Gigi d’Alessio è stata una brutta esibizione. L’amaro in bocca, quello che non ti affonda ma benzina assoluta. Perché quella storia è infinita e c’è sempre da dimostrare qualcosa, da nobilitare qualcosa, provare a loro e a tutti di avercela fatta.

È una storia che si può raccontare con generi musicali diversi con la chitarra  e il blues o con il flow e il beat. Pino Daniele voleva nobilitare il napoletano, accostandolo ad altre lingue. Geolier non ha più complessi, non ha bisogno di compiacere nessuno: lui canta il napoletano stretto, quello del rione, la linguamadre. Se volete mi venite ad ascoltare a Napoli. Prendere o lasciare. Geolier non ha più bisogno di portare in tour il suo mondo. Il ragazzo del sud non deve più viaggiare al nord.

E, lì nello stadio Maradona, si compie e si compirà un rito collettivo, una specie di vendetta che è solo soddisfazione, senza cambiare una virgola della sua identità. Diranno che si è impantanato nel napolicore, che non ha volato alto. Ma è rimasto coerente “a forma di una ferita” direbbe Chiara Gamberale.

Forse Geolier è solo il ragazzo giusto al momento giusto, forse quella storia ora è solo un brand, un feticcio, un cliché, Napoli è un brand, e tutto quello che volete voi, ma se ascolto una sua canzone e basta, a me quella vecchia storia di aggettivi deboli e desideri ridicoli torna su e non se ne va.

Silvia Acierno