«È da tanto tempo che avevo voglia di scrivere questo romanzo, ma dovevo trovare il tono giusto»
Georges Simenon
Per più di vent’anni, dal 1940 al 1961, Georges Simenon prova invano a raccontare la tragica drammaticità dell’esodo del popolo francese vicino al confine belga nell’anno in cui Hitler invase l’Olanda, il Belgio e infine la Francia, occupandola per più di quattro anni.
Forse i ricordi e le sensazioni necessitano di un periodo di incubazione e un tempo di maturazione per poter emergere e quindi creare un ordine apparentemente sensato dei fatti della più grande tragedia del ‘900.
Il treno (traduzione di Massimo Romano, Adelphi editore) è quel frutto prezioso nato dalla memoria di Simenon, un romanzo che traccia, in forma che tende al diaristico, gli avvenimenti del 1940, ma è anche un affresco storico che si fonde con le reazioni umane, a volte inspiegabili, dinnanzi all’imminente minaccia di perdere tutto, compresa la vita.
La sensibilità magistrale nel catturare le stratificate sfumature psicologiche dell’uomo sono, come già citato nell’introduzione precedente, uno dei massimi punti di forza di Simenon; in tutti i suoi romanzi “duri”, si scandagliano le perversioni, le fragilità e le incoerenze umane. Ne Il treno questa sua abilità traspare in maniera preponderante, mentre il contesto storico potenzia la paura percepita dai personaggi secondari, ma anche i sentimenti di indifferenza, come forma conscia di protezione dinnanzi agli eventi.
Il destino, tema imprescindibile nella narrativa di Simenon, è come sempre il grande burattinaio che esercita sui protagonisti un magnetismo incontrollabile e inarrestabile.
Marcel è sposato con Jeanne, incinta al settimo mese di gravidanza, ha una bambina di quattro anni e vive a Fumay, un piccolo paese vicino al confine delle Ardenne. Ha un lavoro che lo gratifica e che lo remunera con soddisfazione, costruisce e aggiusta radio. Il 10 maggio del 1940, mentre prova a sintonizzare una radio in riparazione, ascolta una notizia dalla portata memorabile, Hitler ha invaso l’Olanda, e presto le sue truppe attraverseranno il Belgio in direzione della Francia. A questa spaventosa e angosciante notizia la reazione di Marcel è anomala, in lui cresce un barlume di speranza, ha un appuntamento con il destino e non vuole disattendere il disegno preciso tracciato per lui.
«Non ero più responsabile. Ecco forse la parola giusta, quello che ho cercato di spiegare finora. Fino al giorno prima ero io a dirigere la mia vita e quella dei miei cari, io a guadagnare, a fare in modo che tutto andasse per il verso giusto. Ora non più. Non avevo più radici. Non ero più Marcel Féron…»
Marcel raccoglie poche cose per il viaggio dalla destinazione ignota, convince la moglie restia a partire e spingendo un carretto pieno di valigie si reca alla stazione e lì, nel caos della folla sulla banchina, salgono su un treno; la moglie e la bambina in prima classe e lui sul vagone merci.
«Non mi dispiaceva affatto, anzi, provavo una gioia torbida, come quando si distrugge qualcosa che si è pazientemente costruito con le proprie mani.»
Nella penombra del vagone merci, tra il chiasso degli uomini, Marcel scorge un volto di donna vestita di nero che osserva silenziosa le già evidenti nuove dinamiche di interazione con gli altri passeggeri, ma il suo sguardo è sempre rivolto verso Marcel. È lei l’appuntamento del destino.
«Non pensavo a Jeanne e a mia figlia sedute nel loro scompartimento di prima classe, quasi fossero state lontane da me centinaia di chilometri…»
Marcel fa la conoscenza di Anna, la donna sola dall’aura misteriosa, e tra loro si crea quel sodalizio che può nascere dagli eventi duri e aspri della vita, quando si crede o, come nel caso del personaggio, si vuole sperare di aver tutto perduto.
«…era una felicità che mi faceva soffrire. Soffrivo di non poter raggiungere l’impossibile. Avrei voluto esprimere tutta la mia tenerezza per quella donna che il giorno prima non conoscevo…»
Ma il viaggio ha una natura incontrovertibile, una durata, e la temporaneità di questo lasso di tempo obbligherà Marcel a prendere diverse decisioni.
Il treno è un romanzo stratificato, un viaggio intimistico – i ricordi di una vita di Marcel emergono tappa dopo tappa -, ma è anche un itinerario che mostra la natura umana nella sua pura e ingiudicabile semplicità.
Nel 1973, con il titolo Noi due senza domani, Il treno approdò nelle sale cinematografiche con Jean-Louis Trintignant, nel ruolo di Marcel, e Romy Schneider in quello di Anna. L’alchimia magnetica tra i due attori è indiscutibile e tangibile come nel libro di Simenon, solo i pensieri del protagonista, architrave del romanzo, non emergono interamente. È presente anche qualche imprecisione nella successione degli eventi, ma la grande differenza in questa trasposizione cinematografica sta nel finale che differisce dalla narrazione originale. Imprescindibile la lettura de Il treno, ma consiglio anche la visione del film, per le svariate riflessioni che portano entrambi e per come la scelta di un finale apra la mente stimolata di un lettore a congetture e a considerazioni.
Caterina Incerti
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