Leggere Senza spegnere la voce per me ha significato attraversare una storia – tante storie – che non vorrei appartenessero al mio Paese, al mio tempo.

Il libro parte dal caso di Valentina Milluzzo, 32 anni, morta nel 2016 all’ospedale Cannizzaro di Catania in seguito a un aborto terapeutico mancato. La ricostruzione si basa in gran parte su documenti ufficiali: atti processuali, perizie, interrogatori, registrazioni del primo grado di giudizio che ha coinvolto sette medici, quattro dei quali condannati.

Il racconto è preciso, documentato, con lo sguardo rigoroso di chi fa questo mestiere – Giorgia Landolfo è una giornalista freelance. Eppure non è mai freddo.

Pagina dopo pagina affiorano emozioni impossibili da trattenere: rabbia – molta rabbia – incredulità, frustrazione, tristezza, desolazione. E nella mente continua a tornare la stessa domanda, ostinata: davvero, oggi, ancora oggi, possono succedere cose come questa?

La storia di Valentina – e riesco a chiamarla solo per nome, come se la conoscessi, come se fosse mia amica, come se fosse mia sorella, come se fossi io  – non è solo una vicenda giudiziaria, è una ferita collettiva. Perché nel modo in cui è stata trattata si riconosce qualcosa che molte donne hanno vissuto almeno una volta: non essere ascoltate, dover sopportare in silenzio, non avere accesso a informazioni chiare.

Uno dei temi più urgenti che il libro tratta a partire dalla storia di Valentina è proprio il diritto a ricevere un’informazione chiara, completa e trasparente sulla propria salute riproduttiva. Per scegliere con consapevolezza. Per decidere del proprio corpo e del proprio futuro. Aprire questo spazio di riflessione significa anche smettere di pensare alle donne come incubatrici e affrontare la questione, delicatissima e politica, di come consideriamo embrioni e feti dentro un sistema culturale ancora intriso di controllo sui corpi femminili.

L’autrice non punta il dito contro la classe medica in quanto tale, lo dichiara con chiarezza. La medicina è cura, e deve restare tale. Ma ciò che emerge con forza – anche grazie alle testimonianze di altre donne – è l’esistenza di un sistema paternalistico e patriarcale che, ancora troppo spesso, minimizza il dolore femminile e ne normalizza l’assenza di ascolto.

Nessuno mi aveva preparato a quellorrore. Non ho ricevuto informazioni, ascolto, attenzione, umanità. Non dimenticherò mai quel senso di abbandono. E, al solo pensiero che altre donne lo abbiano vissuto, lo stiano vivendo e lo potranno vivere, il mio dolore si rinnova.

E mi rimbomba dentro.

Quell’abbandono non è solo clinico. È culturale.
Ci è stato insegnato che il dolore femminile è “normale”. Che sopportare è virtù. Che il sacrificio è natura. Che se abbiamo un utero dobbiamo essere pronte all’estremo. E che chiedere informazioni, pretendere chiarezza, insistere, è quasi un eccesso.

Il libro allarga lo sguardo. Ripercorre, in un breve excursus tra mito, letteratura e realtà, il processo che da secoli induce le donne a spegnere o mortificare la loro voce, analizza discriminazioni di genere che molte di noi hanno subito o potrebbero subire.

È il racconto di un contesto che può rendere possibili certe tragedie.

Senza spegnere la voce è un libro necessario perché fa una cosa semplice ma fondamentale: rompe il silenzio.
Ricorda che la violenza inizia quando si impone il silenzio.
Quando pensiamo di essere noi il problema.

Quando crediamo di essere sole, di non avere voce.

Alessia Lingua