Corta è la memoria del cuore è l’ultimo libro di Giuseppina Torregrossa e racconta di una saga familiare lunga cento anni, quella della famiglia Accoto che attraverso il ruolo delle donne che la popolano delimitano perimetri emotivi e fortezze dell’anima, curiosità e intelligenza, parole che si ereditano di generazione in generazione, come i silenzi tramandati. D’altronde si ereditano anche quelli.
Il motore che dà il via alla narrazione è Teresa, nata agli inizi del 900. Teresa è una donna intelligente e caparbia che, diversamente da molte donne della sua generazione, studia e si laurea. Ma i suoi modi chiusi, la sua austerità ammansita solo di rado dall’ironia non alimentano serenità e affetto nell’animo di chi la circonda: con il marito Luigi si aprono percorsi di crescita diversi, con la figlia Elena, protagonista della storia, si delineano frustrazioni che la portano a chiedersi per tutta la vita perché sua madre non sia capace di mostrarle l’affetto che il loro vincolo di sangue richiederebbe.
Descrivi rapporti generazionali femminili, una memoria familiare lunga 100 anni di donne matrioska che si contengono l’una dentro l’altra pur mantenendo ognuna una distanza emotiva dall’altra. Perché sono spesso così conflittuali i rapporti madre-figlia?
Il conflitto, quando non è patologico, serve a crescere. Prendere le distanze dalla propria madre è sano, un rito iniziatico che comincia dall’adolescenza e che poi dura per tutta la vita. Questa frattura avviene di più con le figlie femmine che con i maschi, per una fisionomia che ci accomuna. Abitiamo lo stesso corpo. Ogni madre con la propria figlia cerca di continuare qualcosa o di fare delle scelte diverse dalle proprie, di rivivere attraverso di lei dei passaggi. Con un figlio maschio è diverso, non si è accomunati dallo stesso corpo che contiene e delimita, dalla stessa missione genetica della conciliazione e dell’accudimento.
Credi che anche per i luoghi funzioni così? Cioè, che per emanciparsi davvero, fino in fondo, serva prendere le distanze dal luogo del cuore? Per te è stato così?
Per crescere davvero è necessario applicare una distanza che purtroppo oggi non è esattamente così scontata viste le condizioni del nostro Paese. Certe dinamiche familiari si protraggono per anni, dilatando a dismisura i loro effetti perché per un numero crescente di giovani è molto difficile trovare la stabilità di un lavoro che consenta l’emancipazione dal nucleo familiare di origine. La prima forma di emancipazione, la più importante, è quella economica. Viene ancor prima di quella emotiva. Prima, parlo della generazione dei miei genitori, la stessa del personaggio Teresa, ma anche della mia, tutta la vita di una persona seguiva un percorso più regolare. L’istruzione ti dava la sicurezza di poter affrontare delle scelte importanti, andare via di casa, sposarti, acquistare un immobile. Oggi invece queste sicurezze non vengono più garantite. Né lavoro da un lato, né accesso ai servizi dall’altro. I giovani oggi sono in un limbo dal quale è difficile riemergere.
Tu hai tre figli, due nipoti, come Elena, la protagonista della storia. Quanto di vero c’è nella storia che racconti?
Come dice Ginevra Bompiani – “Tutto ciò che è autobiografico è inventato e viceversa”. Quello dei tre figli, delle nipoti, è un dato che appartiene a molte donne della mia generazione che, anche quando lavoravano, hanno avuto magari più di due figli. I quali, a loro volta, però hanno avuto molto meno figli dei loro genitori. La storia che racconto in questo libro ha molti punti in comune con la mia storia, ma soprattutto per ciò che riguarda i sentimenti. Non è la storia della mia famiglia, ma dei sentimenti che l’hanno abitata.
Il rapporto con tua madre è in qualche modo raccontato dalla dinamica relazionale che lega Teresa, la donna spigolosa, intelligente ma per certi aspetti inafferrabile e sua figlia Elena. È stato per te difficile scrivere questo libro?
È stato il libro più difficile che io abbia mai scritto, la sua gestazione è stata lunga, il suo venire alla luce faticoso. Ho firmato il contratto con Mondadori nel 2018, prima della pandemia, nel frattempo ho scritto altri libri. Non è stato un percorso semplice soprattutto perché scrivere di qualcosa che riguarda il tuo vissuto emotivo rischia costantemente di ferire chi ami, di vedere un’interpretazione diversa dall’intento che avevi avuto tu immaginando la storia. Molte volte mi sono fermata e poi ritornavo a scrivere. È stato un tentativo di pacificazione con me stessa, con mia madre che è andato a buon fine.
Quando si smette di essere figlia?
Quando tua madre non c’è più o si trasforma in un’altra persona. Sono stata figlia fino a pochi mesi fa, quando la personalità di mia madre era ancora integra, il suo carattere ben conservato. Ma quando mia madre (che oggi ha novantasei anni), ha avuto un tracollo delle sue facoltà mentali, è venuto meno il motivo del conflitto. Io ho sempre avuto un rapporto molto difficile con lei, come se non mi fossi sentita veramente amata. Lei lo avrà anche fatto, a modo suo, ma “nelle relazioni affettive vale il percepito e non il principio di realtà”. Adesso che mia madre è regredita e io la guardo con occhi diversi e sono venute meno tutte le implicazioni emotive, le mie, le sue. È sceso tra noi un silenzio neutro.
C’è un passaggio che mi è piaciuto in modo particolare, quando parli del rapporto che Teresa ha con il mare. A proposito della casa della casa acquistata al mare in un piccolo borgo marinaro a due ore da Roma. Teresa odiava quel posto. L’aria di mare la eccitava, il continuo movimento dell’acqua le dava insicurezza e poi non sapeva nuotare. Preferiva la solidità della terra, l’orizzonte fisso delle colline, la verità degli alberi.
Mia madre è esattamente così, da un certo punto di vista rispecchia in pieno il sentire femminile volto alla stabilità, alle radici, al ruolo ancestrale e imprescindibile che rappresenta l’esperienza della maternità. L’uomo è per sua natura più in simbiosi con il mare che simboleggia scoperta, sfida, ignoto. Io in tanti momenti della mia vita ho attuato scelte che mi hanno condotto verso l’ignoto, sfide che mi hanno portata a nuove scoperte.
“Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi” – diceva Kafka. Ecco quindi l’incipit potente di questo romanzo.
Le femmine della famiglia Accoto erano impastate con la rabbia. La vita era stata gentile con loro, avrebbero dovuto essere grate e invece sputavano veleno, il rancore le abitava. Di tutte, Teresa era la peggiore. Rancorose e prive di freni inibitori, aveva un’anima carnivora, che la maschera usurata dal tempo non riusciva più a nascondere. Era capace di lanciare anatemi eterni, resistenti anche agli esorcismi. Grazie a una salute di ferro si apprestava, tra maledizioni e sortilegi, a raggiungere il traguardo dei cento anni. La sua mente era lucida come a venti e le funzioni logiche apparivano integre, ma il cuore… oh mamma!
Intervista a cura di Angela Vecchione
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