Seconda uscita per Adelphi con lo scrittore statunitense Michael Bible che si riconferma, con Goodbye Hotel, un autore da tenere sotto stretta osservazione. Con il suo primo romanzo, L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, avevamo saggiato le sue potenzialità espressive, condotte con una cifra stilistica tersa, atta a risaltare il pathos psicologico dei suoi personaggi, inseriti in narrazioni che evocano, in alcuni momenti, i sogni onirici di David Lynch.

Goodbye Hotel potrebbe sembrare, vista la scelta di Adelphi di intitolare così il romanzo, (nella versione americana è Little Lazarus), l’ambientazione principale del libro, in verità il testo ha differenti scenografie, ma è qui, dopo l’incipit chiamato Overture, che conosciamo François, uno dei quattro protagonisti di Goodbye Hotel. Lui soggiorna in questo non luogo intento a scrivere i suoi ricordi, a redimersi, ad analizzare e a provare a comprendere il suo passato, il giorno in cui con Eleanor saltò con l’auto la famosa collina di Harmony, la loro città.

«Questo posto lo chiamano Goodbye Hotel perché per tanta gente è l’ultimo domicilio e probabilmente sarà così anche per me.»

Harmony, sempre la stessa cittadina come ne L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, è una piccola provincia americana dove ogni persona si conosce e dove non farsi inghiottire dai dogmi rigidi imposti dalla cultura e dalla società diventa prima un gioco di prestigio, poi un atto di sopravvivenza. Ed è qui che da adolescenti François ed Eleanor si conoscono, e probabilmente germoglia in loro un seme d’amore. Ma il destino li separa, in una tragica notte, ubriachi, dopo il salto, lei sparisce.

«A Harmony non c’era differenza fra chi era amato e chi non lo era. Tutti si sentivano soli, con addosso la maledizione di un vuoto americano che gli cresceva dentro.»

Nel parco della cittadina, prima di quella notte in cui tutto cambiò, si aggirava un uomo, un Seersucker che insieme a Lazurus, la sua tartaruga centenaria, per pochi spiccioli rispondeva alle domande sul futuro poste dai cittadini di Harmony. Un sì o un no, risposta secca, spostando solo il muso e le zampe; l’intelligenza emotiva e la saggezza ancestrale di questo rettile emergevano, divertendo o infastidendo.

«Nel corso degli anni aveva imparato a capire dal tono e dal volume delle conversazioni in che modo gli essere umani elaboravano le esperienze. La felicità, la tristezza, la rabbia erano emozioni abbastanza facili da riconoscere. Ma Lazarus percepiva le bugie, il senso di colpa o il desiderio.»

Little Lazarus, ultimo protagonista di questo romanzo, è la piccola tartaruga di Eleanor, trovata a New York in un viaggio con i suoi genitori. Lei, da quando è scomparsa la sua padrona, l’aspetta nella scatola.

Cosa può unire questi personaggi, qual è il filo conduttore, oltre lo scoprire l’intreccio e il mistero che li lega? Le tartarughe sono la chiave, ciò che da spessore e larga profondità al romanzo. Le frasi più interessanti, più liriche, sono indubbiamente quelle inerenti ai due rettili. Lazarus, il passato, Little Lazarus, il futuro, e noi umani, piccole meteore di passaggio, un niente dalla creazione a quello che verrà.

«Si addormentò pensando a quanto si sarebbe unito alle stelle. Aveva sentito uno sciamano parlare della tartaruga gigante che faceva ruotare i cieli perché tutto il creato si reggeva in equilibrio precario sul suo guscio.»

L’opera, con la problematica provincia americana, unita a una narrazione tesa, ammicca timidamente, ma con rispetto, alle esposizioni di William Faulkner, mentre, come detto, lo svelamento dell’enigma della scomparsa di Eleanor perde e riprende concretezza, come i labirinti psicologici congegnati da David Lynch.

Goodbye Hotel è un romanzo in cui le piccole e grandi verità ci colpiscono nella loro genuina semplicità, senza inviti alla spinta riflessiva, solo un lieve saggiare del grande mistero che avvolge il tempo e il suo scorrere.

Caterina Incerti