Quando ho ricevuto l’invito per il congresso di Pen Ukraine, è riemersa una domanda che mi tormenta da tempo: chi siamo noi – la mia generazione – per parlare della guerra? Siamo cresciuti dentro un’eccezione storica, in un’epoca che ha trasformato la guerra in qualcosa di distante, quasi astratto: un racconto custodito in libri, film, fotografie. Un materiale narrativo, un tema per l’arte.

Certo, è sempre stato così: la guerra è anche ciò che l’arte rielabora. Ma per la prima volta quel materiale non aveva più alcuna risonanza nella nostra esperienza diretta. L’arte era diventata un reliquiario che conservava atrocità e sofferenze che immaginavamo definitivamente relegate al passato. Le guerre continuavano altrove — e ci convincevamo che un giorno sarebbero finite. O forse no. Finché non arrivavano a toccarci, tutto sembrava andare per il meglio, nel migliore dei mondi possibili.

Non abbiamo alcuna esperienza diretta della guerra; conosciamo solo la pace. Siamo, in un certo senso, i custodi di un tesoro costruito al prezzo di sofferenze indicibili e che, con leggerezza, abbiamo finito per dilapidare. I nostri figli — ormai giovani adulti — osservano questo tesoro come si guarda una nave che si allontana verso l’orizzonte del passato. Per loro, la guerra non è più un’eventualità remota: è un futuro possibile, persino probabile, un futuro per il quale non siamo più in grado di offrire alcun consiglio.

Intanto, nazionalismo e fascismo sono tornati. Appena se ne è presentata l’occasione, hanno rialzato la testa, determinati come sempre, sfruttando le fragilità della democrazia per distruggerla dall’interno, assetati di supremazia e di devastazione.

La prima cosa che si scopre entrando in un paese in guerra è che la guerra stessa diventa parte della quotidianità, e che la vita, sorprendentemente, può continuare a essere banale. Nonostante i combattimenti, vicini o lontani, le persone cercano di vivere nel modo più normale possibile. La routine impone le sue regole: mangiare e vestirsi restano necessità, le donne continuano a partorire, i malati muoiono o guariscono. Si trova perfino un modo per divertirsi, per non soccombere alla pressione costante della minaccia.

Perché il quotidiano della guerra è anche questo: una presenza continua, nel frastuono delle bombe o nella paura che possano esplodere da un momento all’altro — con la certezza che, prima o poi, accadrà davvero, nella realtà o nei nostri incubi.

Chi vive la guerra non è più spettatore di una tragedia da cui attendersi una catarsi: ne diventa attore. E l’unica speranza che può coltivare, davanti a questo scenario, è che non sia proprio quella tragedia a ucciderlo.

Per chi è lontano dal fronte, invece, la guerra entra lentamente nel quotidiano. In quanti giorni l’orrore si abituerà ai nostri occhi, prima che ricadiamo nell’indifferenza?

La guerra quotidiana

Il quotidiano è fatto anche di quegli artifici che la società crea per farci dimenticare quanto la realtà possa essere spaventosa, così indifferente alla nostra esistenza, ai nostri dubbi, alle nostre sofferenze, alla morte. La guerra infrange queste protezioni e ci espone, nudi e impotenti, alla luce cruda e distruttrice della realtà. E noi cerchiamo disperatamente di ricostruire nuovi ripari, per tenere quel mostro a distanza.

Insieme ai colleghi di Pen Ukraine abbiamo percorso strade calme e tranquille, dove le persone portano a spasso i cani. In una di queste vie, tutte le case erano state ricostruite nello stesso periodo, dopo la liberazione. Poco più avanti, una colonna di carri armati russi era stata intrappolata e distrutta: colpiti il primo e l’ultimo mezzo, gli altri erano stati eliminati uno dopo l’altro. Nella via parallela, altrettanto serena, erano stati ritrovati decine di corpi di civili giustiziati con un colpo a bruciapelo. Alcuni avevano le mani legate, molti erano stati torturati.

Oggi, la strada dei cadaveri — ormai scomparsi — è tranquilla quanto quella dei carri, anch’essi svaniti.

Dove si nasconde la sofferenza quando i morti sono stati sepolti, quando il tempo passa e la realtà, con la sua insopportabile indifferenza, sembra chiederci: “Di cosa state parlando?”.

“Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare” (“Quanti singhiozzi sono necessari per un’aria di chitarra”), scriveva Aragon; e quanti arpeggi servono per ridare voce alla memoria di quei singhiozzi?

Resilienza, resistenza, dignità

Bisogna essere folli per credere che un arpeggio di chitarra o un poema possano servire a qualcosa di fronte a tutto questo. Eppure la bellezza, quella che l’arte riesce a distillare dall’orrore, resta indispensabile. Romain Gary sosteneva che l’arte fosse la barbarie che aspira a scomparire: dopo l’emozione che suscita, il pubblico torna all’orrore che l’ha generata e desidera che il mondo diventi bello come l’arte. Quando questo accadrà, l’arte non sarà più necessaria. Ma quel giorno è ancora lontano, perché l’altra barbarie — quella umana — continua a scatenarsi.

Guerra e pace di Tolstoj non ha cambiato nulla, né la sinfonia Babi Yar di Šostakovič: i russi hanno rapito quasi 20.000 bambini. Torturano e massacrano civili, seminano terrore con raffiche di falsi allarmi seguite da attacchi reali. I droni — assassini freddi e quasi infallibili — sono guidati da operatori al sicuro, che uccidono come in un gioco, senza correre alcun rischio: il “game over” non arriva mai per loro. I russi mentono quando affermano di non colpire civili e accusano gli ucraini di usarli come scudi umani. Mettono in scena l’innocenza, trasformano le vittime in colpevoli. Sono irresponsabili che rilanciano esperimenti nucleari, barbari che sfruttano le infinite debolezze del presidente americano più pericoloso mai esistito.

E gli ucraini resistono. L’arte è un’arma quotidiana: se interi muri sono ricoperti dalle foto dei soldati caduti, altri sono tappezzati di locandine di spettacoli e film. È anche un’arma della memoria. Nelle città brutalmente occupate nel 2022, monumenti improvvisati raccontano l’orrore vissuto: a Buča, accanto alla chiesa dove i russi scavarono una fossa comune, sono esposte le foto dell’esumazione dei corpi; a Irpin, automobili bruciate ricordano le fughe disperate; A Borodyanka, nella piazza Taras Ševčenko, la testa in bronzo di questo grande poeta del XIX secolo, difensore della lingua e della cultura ucraine, è stata rimessa sul suo piedistallo e porta fieramente i segni dei colpi di grosso calibro che i russi gli hanno inflitto dopo aver distrutto la città.

Ma non c’è solo l’arte. Abbiamo incontrato persone che hanno abbandonato tutto per dedicarsi senza riserve all’aiuto e alla resistenza: Tata Kepler, che gestiva il bar a cocktail più famoso di Kyiv, oggi dirige Birds, un’associazione che fornisce medicinali ai soldati. Il Centro per le libertà civili (Nobel per la Pace 2022 condiviso con l’associazione russa Memorial e il bielorisso Ales’ Bjaljacki) cerca di rintracciare migliaia di scomparsi, tra cui molti giornalisti. L’associazione Voices of Children tenta di aiutare i bambini a superare i traumi. Rifugi sotterranei diventano biblioteche. Pen Ukraine conserva la memoria delle persone di cultura uccise dalla guerra, raccogliendo testimonianze e ricostruendo ciò che avrebbero potuto diventare.

Genocidio?

Per gli ucraini che ho incontrato, l’intenzione genocidaria russa è indiscutibile. La parola è usata troppo spesso, mentre dovrebbe mantenere una sua sacralità; ma i tribunali, un giorno, stabiliranno la verità. Nel frattempo, molti elementi rafforzano — se non confermano — questa intenzione: il disprezzo per un popolo considerato inferiore, la distruzione sistematica della sua cultura, i crimini contro i civili, il rapimento dei bambini.

Durante il viaggio ho sentito due paragoni sorprendenti: gli ucraini come “gli ebrei di oggi”, o l’Ucraina come Israele nel 1948. Perché questo bisogno di riferirsi all’ebraismo? L’Ucraina ha avuto un passato segnato da antisemitismo, e Netanyahu non è certo il fratello di Zelensky. Se gli ucraini sono gli ebrei di oggi, allora lo sono anche i palestinesi. Ma l’ebraismo non si riduce alla sofferenza. E come dimostra l’attuale governo israeliano, anche gli ebrei possono commettere crimini di guerra. Meglio lasciare a ogni tragedia i propri riferimenti e ciò che la lega all’umanità.

Quale futuro, quali soluzioni?

Se un giorno Putin cadrà, molti russi scaricheranno la colpa sul putinismo, come fecero con lo stalinismo o il nazismo. Così evitaranno di interrogarsi sulle responsabilità dei cittadini che hanno reso possibile tutto questo. Il conflitto tra Ucraina e Russia va oltre Putin: è iniziato prima e continuerà dopo. A meno di una terza guerra mondiale — catastrofe assoluta — la Russia non sarà sconfitta come lo fu la Germania di Hitler. Gli ucraini sono convinti che, anche firmando una pace, la guerra riprenderà nel giro di qualche anno.

“Perché nulla cambi, tutto deve cambiare”, scrive Tomasi di Lampedusa. Ma perché tutto cambi davvero, occorre tornare alle lezioni del 1945: ricostruire un ordine mondiale fondato sulla democrazia, ravvivarla, abbattere i regimi suprematisti. Nel frattempo, ognuno combatta con le proprie armi. Le nostre restano le parole e la cultura.

Un’immagine per concludere

Questa foto l’ho scattata sul treno che da Kiev mi riportava a Varsavia, dopo sedici ore in uno scompartimento letto che sembrava uscito dalla mia adolescenza. Una donna anziana leggeva un libro mezzo distrutto. Lo leggeva davvero: le sue dita deformate accarezzavano la carta e guidavano gli occhi sulle parole rimaste, forse ancora di più su quelle ormai svanite. Quel libro era la Bibbia. In russo. La lingua imposta durante la sua giovinezza.

Vincent Engel
Traduzione di Livio Milanesio

Vincent Engel è uno scrittore e accademico belga. Scrive anche per ragazzi, per il teatro. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue. È professore all’Università Cattolica di Lovanio, specializzato in letteratura contemporanea, memoria e trasmissione della Shoah. Giornalista e critico, ha collaborato con vari media ed è presidente del PEN belga.
PEN International è una rete globale che riunisce scrittori e professionisti del libro per promuovere la letteratura e difendere la libertà di espressione. Presente in oltre 100 paesi, si oppone alla censura, sostiene gli autori perseguitati e tutela la libera circolazione delle idee, la diversità linguistica e l’inclusione