Viviamo in tempi bui, di odio, livore, sopraffazione reciproca, atteggiamenti che si manifestano in modo eclatante in ambito politico, ma anche nelle nostre vite quotidiane e nell’onlife: hatespeech, cyberbullismo e altre forme di aggressività verbale caratterizzano gli spazi virtuali che abitiamo per tante ore al giorno. Così è sicuramente meritoria l’operazione di Edoardo Bellafiore, docente di Linguistica e galateo digitale alla LUMSA di Roma, che ha pubblicato per Carocci, nel 2023, I linguaggi della gentilezza. Dall’empatia di Dante al galateo digitale, un libricino di poco più di 100 pagine, che può costituire un antidoto a tali derive, ma anche suggerire comportamenti improntati alla gentilezza, definita, nell’Introduzione, come «quella nobiltà d’animo che esprimiamo nelle relazioni con gli altri, […] verso le persone che ci circondano» (pp. 11-12).
Come Dante, nel De vulgari eloquentia, provava a scovare la pantera-volgare illustre, «che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo», così Bellafiore cerca la gentilingua, antitesi dell’antilingua calviniana e definita come «ciò che vive […] solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione» (p. 12), in due grandi ambiti: nella grande letteratura medievale e rinascimentale, a cui è dedicato il capitolo 1, I consigli dei grandi classici, ma anche nelle parole dei protagonisti dell’attuale comunicazione “gentile” in Italia, intervistati nel capitolo 2, intitolato Punti di vista dei maestri di oggi.
Nel capitolo I consigli dei grandi classici Bellafiore, riprendendo le riflessioni di un saggio magistrale del compianto Nuccio Ordine, dimostra più volte che la letteratura, bollata ormai come inutile,è davvero utile, in quanto serve a vivere meglio attraverso la gentilezza e i suoi linguaggi: le pagine del capitolo sono un condensato di duecento e passa anni di letteratura italiana seguendo il filo rosso della gentilezza. Dante, attraverso la storia di Paolo e Francesca, insegna l’empatia, ma anche il plurilinguismo, ovvero la necessità di modellare la lingua in base all’interlocutore; Boccaccio, nell’Elegia di Madonna Fiammetta, diviene maestro di assertività, ma Bellafiore si concentra anche sulle Epistulae petrarchesche per evidenziare la capacità dell’aretino di intessere relazioni, diventando antesignano del networking aziendale. I due maestri rinascimentali Della Casa e Baldassar Castiglione, infine, suggeriscono «come comportarsi in società ed evitare gaffes: dalla parole da preferire a quelle da evitare; dall’abbigliamento più adatto ai limiti dell’ironia» (p. 19).
Dalla grande letteratura Bellafiore passa, nel capitolo 2, al dibattito culturale contemporaneo, attraverso brevi, ma efficaci, interviste a esponenti della comunicazione e dell’economia che si distinguono per garbo e gentilezza, veri e propri giganti, sulle cui spalle dovremmo salire noi lettori-nani. Pur nella diversità dei punti di vista degli intervistati (tra cui Corrado Augias, Marino Bartoletti e Paolo di Paolo), emerge una condanna generale della sciatteria che caratterizza la lingua contemporanea e uno sprone a cercare la cura linguistica, che è prima di tutto cura verso il nostro interlocutore; come sottolinea la linguista Patrizia Bertini Malgarini, la vera maleducazione digitale consiste infatti nel «non badare a refusi e a cattive rese grafiche e sintattiche», incuranti del destinatario che, invece, «ha sempre diritto a ricevere un testo ben realizzato e facile da comprendere» (p. 59).
L’ultimo capitolo, intitolato Galateo digitale: la lingua italiana sul web, si pone invece come snodo pratico del volume, fornendo un agile vademecum per generare consapevolezza nell’uso dello strumento digitale, attraverso cinque presupposti pratici per esprimersi in gentilingua nella dimensione del web: accuratezza, brevità, chiarezza, distintività e infine eleganza. Pur nella concretezza delle indicazioni, Bellafiore non dimentica però di citare, anche qui, i grandi esempi del passato più o meno recente (Pitagora, Luciano De Crescenzo, Calvino e altri), per fornire modelli utili al lettore. Mi pare fondamentale il primo presupposto, accuratezza, argomentato con queste parole:
Ascoltando anche i consigli di Leonardo, Boileau, La Bruyère e Metastasio, la prima cosa da fare per scrivere con efficacia non è scrivere ma pensare. E l’ultima è rileggere. Gli errori di forma producono un duplice danno: ci squalificano nella nostra abilità comunicativa e inquinano il rapporto col nostro interlocutore, dandogli la percezione che lo scritto non sia frutto di cura ma di trasandatezza (pp. 91-92).
Il saggio di Bellafiore, dedicato alla memoria del Prof. Serianni, si rivolge non soltanto a docenti di scuola e giornalisti, ma a un pubblico eterogeneo, che abbia, però, maturato una preliminare consapevolezza della sciatteria e della barbarie che stanno invadendo la comunicazione reale e virtuale e che necessiti, quindi, di modelli e di suggerimenti pratici per coltivare una gentilingua, rispettosa non solo dell’italiano (interessanti le frecciatine contro la proposta di introdurre asterischi e schwa nella lingua già di Dante), ma soprattutto dell’interlocutore. Favorisce una destinazione ampia il linguaggio preciso ma privo di tecnicismi, quasi fosse quello di una conversazione tra spiriti magni che abbiano compreso il nesso inscindibile tra linguaggio ed educazione.
Matteo Zenoni
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