Il cielo sopra Gaza non ha colori, romanzo di Morena Pedriali Errani, è la storia di due bambine di Gaza, due gemelle, di cui una nata cieca. L’adolescenza è loro negata a causa del compiersi di un genocidio. La Errani non ha paura a chiamare le cose con il loro nome e lo specifica chiaramente nella Nota finale che chiude il libro. No, non è una guerra. Perché la guerra, sebbene sia una cosa orrenda, prevede delle regole. A Gaza, invece, non ne vige nessuna. Qui nessuno è al sicuro, in nessun posto.

Il romanzo non fa sconti e, fin dalla prima pagina, entra in un mondo che sembra irreale, ma che è purtroppo cruda realtà. Un mondo che ci viene trasmesso in diretta streaming, 24 ore su 24 sui nostri telefoni, su tutti i social, da quasi due anni. Mentre a Gaza si compiono cose inenarrabili, chiede la Errani per bocca di Ibrahim: «Che fanno gli altri, il resto degli esseri umani? Ci guardano? E se ci guardano morire in diretta, se stanno vedendo questo genocidio consumato in streaming, perché rimangono a guardare?» (pag. 94).

Il cielo sopra Gaza non ha colori titola il romanzo, ma è proprio attraverso i colori che ho voglia di raccontare l’invisibilità dei palestinesi. Ma prima bisogna dire che questa storia ne racchiude, in realtà, moltissime. È inventata, ma quelle a cui si è ispirata la Errani sono storie reali, (ac)cadute a Gaza e poi cadute nel vuoto e nell’insopportabile silenzio internazionale. Le “dita sparse, senza mano”, “il bambino che scava nella polvere, sposta le pietre […] e appena ne trova una (di mano, Ndr), la infila in un sacchetto”, “le mani dei corpi, la cornea a brandelli nelle fosse comuni” (pag.11). È così che si apre il romanzo. E ho la sensazione che la Errani, mentre scriveva, avesse in mente le storie di Hind Rajab1 o di Refaat Alareer, poeta e professore, cofondatore del progetto We are not numbers2 e diventato famoso per la sua poesia “If I must die, you must Live”3 (in italiano “Se dovessi morire, tu devi vivere”), o forse aveva in mente la dolcezza infinita e la forza della fede di Khaled Nabhan, il nonno che rendeva l’ultimo omaggio alla sua adorata nipotina, uccisa sotto le bombe, chiamandola: “Soul of my Soul” .

“She is the soul of my soul”, by @safiyas_designs

Con la storia di Nur e Layla, la Errani fa qualcosa che abbiamo smesso di fare da troppo tempo (da ben prima del 7 ottobre 2023, probabilmente già da prima del 14 maggio 19484), cioè tornare a considerare i palestinesi parte del genere umano, con gli stessi diritti di tutti gli altri popoli della Terra. L’opera di deumanizzazione dei palestinesi si è compiuta in vari modi, che non starò qui ad elencare (ma se siete curiosi basta procurarsi una buona bibliografia sulla Palestina in quanto è ampiamente documentata), ed ora è forse arrivato il momento di farla finita e provare tutti, ognuno come può, a fare nostro il motto che una volta era di Vittorio Arrigoni5: “Restiamo Umani!”.

Bianco

«Bianco, le lenzuola […] in fila […] Bianco le ossa mangiate dai cani, la bava agli angoli della loro bocca. Bianco il vestito di una sposa ce i soldati usano come bersagli, però dentro ci passa il sangue ancora e grida. I bordi dei fogli che un aereo israeliano ci ha sputato addosso. Evacuazione, nessun posto dove andare […] Ho milioni di incubi in fila […] Sono tutti bianchi, hanno tutti l’odore secco delle lenzuola. Non ci sono stelle qui, le cerco nelle tue iridi. Anche quelle sono bianche, sei nata così, sei benedetta. Tu non vedi e non hai mai visto» (pag. 14).

«Anche i droni sono bianchi. Perché, dal basso, tu li confonda con le nuvole» (pag. 19).

È Nur a parlare, la gemella nata per vedere e raccontare. Layla, la gemellina cieca, non potendo vedere il male del mondo concentrato a Gaza, è la benedetta. Nur e Layla, sotto lo stesso cielo, costrette a restare, vive o morte, nello stesso fazzoletto di terra6, per testimoniare al mondo che sono esistite. Sono soprattutto quelli che muoiono a contare a Gaza, perché anche se fatti a brandelli, bruciati vivi o schiacciati sotto un carrarmato- sorte toccata al papà di Nur e Layla che “si è accartocciato proprio come una lettera da non spedire, uno scarto” (pag. 22) – diventano martiri “i morti che non muoiono e quando li avvolge il lenzuolo non dormono, aspettano il mattino […] Un giorno ci riporteranno a casa” (pag. 18).

I martiri, in Palestina, sono tutti coloro che vengono uccisi per mano degli israeliani. Per noi la parola richiama altro, ma in questa terra dove l’occupazione illegale comporta una vita fatta di violenze continue, di repressione dei diritti e delle libertà civili ed individuali, di punizioni, arresti arbitrari, privazioni, furti, demolizioni ed aggressioni spesso mortali (perpetrate non solo

dall’esercito occupante, ma anche dai coloni), morire ucciso da un israeliano è morire da martire, è un atto di coraggio e fede nell’idea dell’autodeterminazione e nel diritto di esistere.

Rosso

«Da quando è morto […] la mamma ha perso la voce e il cranio le si è inceppato […] l’ha sepolto con un papavero sul cuore (pag. 22-23)

«“Mi manca” – Ti ho baciato la fronte, ci ho disegnato con le dita il papavero rosso. “Papà è dove nascono davvero i fiori”» (pag. 23).

La fine di tutti i colori

«Di mamma non è rimasto niente. Nessun corpo da piangere, da accarezzare per l’ultima vola. La bomba le è caduta a fianco […] Eravamo abbastanza vicine da vederla morire, non abbastanza da morire con lei» (pag. 32-33)

«I soldati […] si sentono immortali […] prendono te […] Le urla sono come il bianco, la fine di tutti i colori, di tutte le voci.» (pag. 46)

A cosa si aggrappa Nur quando ha perso tutto? Intere famiglie a Gaza sono spazzate via in un millesimo di secondo, le case e le cose, i ricordi, ridotti in cenere e macerie, niente cibo, né acqua. È la fine di tutto, di tutti i colori! Nur, che già aveva perso il padre, perde all’istante la madre, polverizzata da una bomba, poi la sorella, rapita dai soldati. Le rimane una flebile speranza di ritrovarla e una irrefrenabile voglia di scrivere per raccontare a Layla, certo, ma anche a tutto il mondo, la verità.

Nero inchiostro

«Ho deciso che ti scriverò finché non torni e ti dirò tutta la verità. Ho bisogno che a restare in vita sia tu che, quando tutto questo sarà finito, e finirà, avrai la forza nel fondo delle costole di raccontare ciò che non ti ho fatto vedere» (pag. 53)

Nur allora scrive. E noi lettori possiamo e dobbiamo avere il coraggio di affrontare la verità scomoda che racconta, la verità tremenda, quella che ci inchioda alle nostre responsabilità, ma Nur ci tende anche un’ancòra di salvezza: “Ho bisogno che tu dia una degna sepoltura ai nostri martiri, una che non hanno ancora avuto” (pag. 53). Siamo forse ancora in tempo per dare questa degna sepoltura ai morti di Gaza?

Invisibile

«Layla, secondo te ci ricorderà qualcuno? Voglio dire, se mi colpisce una bomba e non rimane niente, nemmeno la faccia, chi mi ricorderà?» (pag. 88)

«Ultimamente si sta così, muti, persi ognuno nel proprio personale abisso, dove la luce fatica sempre più a entrare, ma non si ferma, continua a bussare. Gaza è diventato il luogo al mondo con più bambini amputati […] non ti racconterò che sono papaveri né fiori ai confini della notte rimasti ad aspettare. Erano volti e voci, sopra corpi, ora non sono più niente e non so più parlare» (pag. 93, 96).

Ora non sono più niente.

Se il mondo volesse osservare un minuto di silenzio per tutti i morti di Gaza degli ultimi 18 mesi, dovrebbe tacere per più di quaranta giorni.

Ma ora non è il momento di tacere. È, semmai, il momento di farsi sentire più forte.

Antonia Frascione

1 Di cui tutti abbiamo avuto modo di sentire la candida voce di bambina, 5 anni, che al telefono implorava soccorso mentre era nella sua macchina, circondata dai corpi dei suoi familiari precedentemente uccisi, poco prima di essere a sua volta uccisa dai soldati israeliani che hanno impedito alla Mezzaluna Rossa palestinese di soccorrerla. Potete leggere approfondimenti qui: https://forensic-architecture.org/investigation/the-killing-of- hind-rajab

2 https://wearenotnumbers.org/

3  https://wearenotnumbers.org/if-i-must-die-by-refaat-alareer/

4 Data che segna la nascita dello Stato di Israele e che per i palestinesi, invece, è considerata l’inizio della fine, con il più grande esodo della loro storia (che, probabilmente, sarà pareggiato solo in questi giorni di genocidio) ed è ricordato come “Nakba”, catastrofe.

5 Vittorio Arrigoni è stato un pacifista italiano, ucciso a Gaza nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2011. Era solo in una terra che era stata lasciata anch’essa sola: fuori dalle cronache, fuori dall’interesse del mondo, prigione a cielo aperto, abbandonata alla sua morte lenta. Nel suo blog Guerrillaradio, nato dalla sua esperienza diretta a Gaza, si leggeva: “Guerrilla alla prigionia dell’informazione. Contro la corruzione dell’industria mediatica […] l’imperdonabile assopimento della coscienza civile…” (dalla mia tesi di laurea dove riportavo la frase dal blog www.guerrillaradio.iobloggo.com, ultima consultazione del blog gennaio 2016). Vi suonano attuali queste parole? Di Vittorio rimangono i suoi racconti su Gaza raccolti nel libro “Gaza – Restiamo Umani”.

6 Se volete avere un’idea della grandezza di Gaza: https://www.corriere.it/esteri/23_ottobre_17/quanto-grande- striscia-gaza-citta-italiane-ab11594a-68fb-11ee-9c9c-ce3429611a2d.shtml. Troverete la sovrapposizione della mappa di Gaza con quella di varie città italiane (Milano, Roma, Firenze, Napoli).