There is a self you put on and a self you take off. Between the two, a space. In that space, the work of decreation takes place” A. Carson (chi compie il gesto?)

Si stendono sul lettino che è un decoro di una seduta da uno psicanalista freudiano. Bella Freud autrice del podcast Fashion Neurosis è la pronipote dello psicanalista, è una stilista, figlia del pittore Lucien Freud, che appare en passant in una foto assieme a lei bambina. La prima domanda all’ospite che ha un microfono e una camera puntati sul volto è sempre la stessa: cosa indossi, insomma perché ti sei vestito così oggi? Lo ha chiesto ad ospiti d’eccezione da Kate Moss, passando per Zadie Smith, Marina Abramović… È una dichiarazione d’intenti: il corpo, la presenza non bastano, il corpo è quello che indossiamo ora sul lettino, quando cambia stagione, quando siamo innamorati… Maria Luisa Frisa lo dice bene: “il corpo diventa persona quando si aggiusta dentro i panni che indossa”.

La moda è legata alla nevrosi nell’accezione più posh usata nella cultura anglosassone di ansia, compulsione, ossessione, quasi sinonimo di eccentricità alla Woody Allen. Ma è anche il filtro attraverso cui viene analizzata l’anima almeno sul set allestito per il podcast. Segue un flusso di coscienza in cui per fortuna si finisce inevitabilmente per parlare di ricordi, madri molto chic, sorelle… L’abito diventa sì una specie di madeleine, poi tornerò su questo. Ma anche a dire cose del tipo: with the right outfit you think better (solitamente mi capita di pensare bene anche in tuta o pigiama, spettinata, insomma poco presentabile). Molti giudizi su quello che è per ognuno di loro è in trend oppure addirittura “odioso” (Murgia sarebbe contenta di questa emancipazione semantica).

La moda è in qualche modo sempre stata al servizio del corpo, si disegnava e cuciva un abito per un corpo. La moda al corpo. Anche se entrambe moda e corpo avevano bisogno l’una dell’altro: una relazione tossica di dipendenza e incompletezza. Con questo titolo Il corpo alla moda, Frisa ribalta il paradigma: il corpo è al servizio della moda, sembra una liberazione. Quando la prospettiva cambia il racconto cambia, tutto ricomincia e questo testo di Frisa diventa necessario. Ci costringe a guardare la moda non come un comfort, ma come una nuova sintassi dell’identità contemporanea.

Frisa con l’eclettismo che la contraddistingue riscrive il cammino di un corpo che si adatta all’abito mentre l’abito si adatta al corpo, anzi, di più, l’abito ci restituisce creandola una “nostra immagine sensibile”. I vestiti non sono più astrazioni ma corpi segnati da malinconie ed emozioni; l’abito diventa un’attitude, un campo di dissidenza anche di genere, uno strumento di immaginazione, un repertorio di possibilità (“Non ci sono abiti giusti o sbagliati. Ognuno dovrebbe sentirsi libero di scegliere quello che più desidera per sentirsi nei propri panni. La moda mette a disposizione un vasto repertorio che ci permette di essere quello che vogliamo. Rivelarci, nasconderci”). La moda ci aiuta a compiere il nostro corpo incompiuto, a compiere desideri, incassare delusioni, convertire insoddisfazione in soddisfazione. Quindi non è solo una questione di considerare come Rudofsky (citato da Frisa) il corpo come qualcosa di unfashionable o come fa antiteticamente Frisa di fare del corpo qualcosa di fashionable, in questo senso “alla moda”. Non si tratta solo di un complemento di modo. È una metamorfosi o il risultato provvisorio di molte.

Quello di Frisa è un itinerario magico, transdisciplinare che intreccia critica della cultura, filosofia, letteratura contemporanea e pratica del fashion design. In cui l’abito è al crocevia tra storia dell’arte, psicologia, politica e design. Un tessuto di connessioni libere da Caraceni a Isabella Santacroce. Ma anche una pagina di diario, intima, di Carla Lonzi, di Michela Murgia, della stessa Frisa. Un itinerario sentimentale.

Al termine di questo percorso è come se l’abito diventasse corpo e il corpo abito (“Nel look […] l’esperienza del vestito come corpo si prolunga, si estende, si radicalizza in quella del corpo come vestito”). Al termine di questa rivoluzione però ci sono anche un abito performativo ed un corpo performativo. Tutta performance dunque? Tutta una questione di stile, alto basso, elegante, kitsch… Qui necessariamente Frisa cita Susan Sontag ed il suo saggio sullo stile, in cui però lo stile non è l’opposto della forma in una falsa e vecchia dicotomia tra stile e contenuto, superficie e sostanza, ma la porta d’accesso ad un’altra esperienza del mondo in cui la sensibilità, l’eros, la percezione dovrebbero essere lo strumento per analizzare e decifrare la realtà.

La domanda è chi modella cosa, chi determina cosa. Se l’abito si cuciva e modellava sul corpo, in un atto di costrizione, nei corsetti, nei tubini, nei cappellini, ora è il corpo che modella l’abito in una simbiosi inestricabile. Se indossiamo un capo oversize non è più per nascondere forme abbondanti o non canoniche in taglie L ma è il nostro modo di percepire la taglia e la nostra adeguatezza nello spazio a creare la moda dell’oversize. È cambiato davvero qualcosa o la moda continua ad essere un canone estetico? La domanda è retorica.

Non è più l’abito che ci deve stare bene, ma noi dobbiamo sentirci bene nell’immaginario estetico che l’abito impone o ci facilita. E questa può essere una scelta (“Attuato in un modo o in un altro, il make-up è semplicemente lo strumento della più intima e immediata espressione dell’immagine ideale, o utopica, che abbiamo di noi stessi”, cito Frisa) ma anche una condanna alla ricerca perenne che è come dire ad una perenne insoddisfazione (e l’insoddisfazione è il vero motore del mercato). Apparentemente anche di libertà se l’abito ci permette di mettere in scena la nostra identità più profonda sullo scenario della contemporaneità. Eppure, non sono convinta. Siamo animali iconofili scrive Emanuele Coccia e la moda alimenta l’immaginazione, sta nella sfera dello spirito, l’apparenza è l’unico luogo in cui possiamo davvero essere liberi. È davvero così?

Noi essere umani siamo in fondo viventi fuori tempo. Ci pensiamo così dannatamente radicati nel tempo e nello spazio che crediamo di occupare e a cui ci afferriamo con tutte le nostre forze, accettando ogni compromesso con quella che chiamano contemporaneità, i suoi diktat e i suoi patti, sempre più frenetici, urgenti e vuoti, i suoi canoni che per definizione sono inesauribilmente nuovi, e ci perdiamo la libertà di pensarci fuori del tempo e dello spazio. Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna.

Consegnare il nostro corpo alla moda è anche un patto col diavolo. Tutti abbiamo un capo fuori moda negli armadi, ma cosa significa avere un corpo fuori moda o fuori stagione? Lo appendiamo nell’armadio? “Le persone sono come vestiti appesi al rovescio nell’armadio della storia”, ci suggerisce Anne Carson.

Forse meglio consegnare il corpo al corpo che è fatto soprattutto di memoria. Mi viene in mente Louise Joséphine Bourgeois (scusate se cito sempre le stesse artiste) con i suoi ricami, tappezzerie e sculture che volevano solo essere contenitori di tempo e memoria. L’armadio non è un cimitero di abiti di stagioni passate ma un archivio di momenti vissuti, di quella volta che ti sei sentita amata o rifiutata, di quel foulard giallo oro che avvolgeva te e tua madre. “I vestiti sono dei segnaposto per le persone. Portano con sé l’odore, la forma e la sofferenza di chi li ha indossati”, scriveva Bourgeois.

Forse meglio consegnare il corpo a quella parte di noi “non visibile” eppure così viva, quella parte di noi che la moda lascerà sempre allo scoperto perché non basta; quella parte di noi dove si trova ciò che conta davvero.

Che i vestiti nell’armadio siano solo costumi di scena come confessava Zadie Smith a Bella Freud può sembrare liberatorio, ma forse ancora più liberatorio potrebbe essere smettere di recitare. Non cercare l’immagine giusta ma lasciare tracce di un diario che forse nessuno leggerà. Pezzi di stoffa che qualcuno continuerà ad indossare o solo ad annusare. Appunti, suggestioni, sedimenti, tracce. Quel foulard giallo liso che in un cortocircuito temporale ci abbaglia e ci unisce, io e te mamma.

Quando Elvira Seminara, citata da Frisa, scrive: «Ti consegno il regno dei miei vestiti. Custodiscili e amali, uno per uno, abbine cura, insegnamento e gioia senza distinzione di età o di pregio, mi raccomando. Sii giusta, sii forte»,  sta dicendo semplicemente: abbi cura di me. Non è una questione di vintage, un progetto di recupero, di riciclaggio.

Al termine o all’inizio del suo saggio, quando tutto si è consumato, Frisa include la sua carta, specie di mappa di lavoro per mostrare come il pensiero (e la moda) deraglia, tiene insieme pezzi, versioni alternative della realtà, versioni emotive. Come un bozzetto, uno schema, come un disegno di Carson (Nox, The wrong Norma…), una carta ripiegata a fisarmonica per esprimere quello che il linguaggio non riesce a restituire perché è fugace, troppo intenso, troppo oscuro. Per restituire quella parte di noi che neanche la moda può costruire. Perché in fondo si tratta di decreare. Disfare l’io per guardare il mondo e la luna. Di abitare lo spazio intermedio senza doversi per forza mostrare.

Ma forse questa è solo un’utopia, e come conclude Frisa ”non si può misurare la realtà con un’utopia”.

Silvia Acierno

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