“Una volta ripulita la stanza si scrive da sé” (Anne Carson, L’economia dell’imperduto)

A questo punto della storia non so più neanche che tipo di femminista sono. Sì, perché oramai la parola femminista non si basta più. Neofemminista, femminista performativa, femminista social, transfemminista, femminista intersezionale, femminista pop, femminista della differenza, femminista radicale, femminista marxista, femminista materialista, femminista liberale (il sistema va solo corretto, le donne devono avere le stesse opportunità degli uomini e poter raggiungere le stesse posizioni di vertice), femminista progressista (di sinistra, il sistema va cambiato, è corrotto, non basta con includere le donne), femminista terf (vecchia, un po’ bigotta), una femminista “degli affari marginali”… e chi ne ha più ne metta. Dall’altro lato, Jennnifer Guerra scrive citando Braidotti, che dire cos’è una femminista è difficile: una persona che desidera il, che tende al femminismo. A questo punto, tra aggettivi, vaghezze, confusioni ed entropia intellettuale, comincio a far fatica a considerarmi femminista. Una sensazione di inutilità mi prende.

Il femminismo inutile (2024) è un saggio brillante, breve, dritto al punto, chiaro e provocatorio. Ve ne consiglio assolutamente la lettura. Per Annina Vallarino, autrice anche di Drama (romanzo uscito con Neo), il femminismo è diventato un brand social e anche un gergo per poche elette (dalle università americane ai social). Una forma di onanismo semantico, una nuova tassonomia. Piena di anglicismi e neologismi (perché?) che vi confesso non domino neppure io. Una specie di gatekeeping linguistico (per usarne uno), dove questa volta sono loro però le neofemministe a sbarrarti la strada di accesso al gruppo. Perché non conosci i vocaboli di appartenenza. Come se dovessimo essere uscite tutte dalla Columbia University.

L’idea disinnescante del saggio è: noi donne non siamo fragili come vogliono farci credere. Basta lamentarci, vittimizzarci. Compiacersi del ruolo di vittima è quasi come accettare che la nostra essenza sia la fragilità.

Camille Paglia, spirito guida di Vallarino, già negli anni Settanta criticava il femminismo che allora era mainstream, che lei chiama il femminismo vittimista. Le donne sono responsabili delle loro scelte e non hanno bisogno di spazi burocratici di protezione. Però intanto senza protezione e senza quote mi chiedo se noi donne staremmo oggi dove siamo.

Questa specie di individualismo o soggettivismo eroico a cui ci spinge Paglia presuppone che ogni donna abbia il privilegio e le risorse (culturali, economiche, psicologiche) per combattere da sola, per cavarsela anche in situazioni più o meno pericolose, o semplicemente scomode. Cacciare i denti e le unghie quando occorre e lasciar correre su tutte quelle provocazioni che vengono dal maschile. Ma il femminismo è nato perché collettivamente le donne erano impotenti. Dire “non lamentatevi” rischia di diventare un modo per silenziare chi non ha ancora (per età, cultura e ricchezza) gli strumenti per gridare. Donne emancipatevi da voi stesse, parafrasando la femminista Goldman, rischia di essere un altro slogan. Ed una provocazione. Chiaro che il noi stesse non basta.

Altra debolezza del neofemminismo che Vallarino prende di mira è la misandria. È così, l’odio del maschio non ci porterà troppo lontano. Non siamo più negli anni di Lonzi, dell’autocoscienza e della lotta, di sputare sul patriarcato. Lo slogan fuck the patriarchy è un po’ ingiallito. Sarebbe una idiozia credere che viviamo ancora in una società patriarcale, “come se l’orologio si fosse fermato a cent’anni fa”, scrive Vallarino. La società deve essere rifondata non attraverso la contrapposizione, la guerra all’altro sesso, ma attraverso la presa di coscienza di entrambe le parti e la collaborazione. Affinché ci sia collaborazione però non deve esserci più dominio; e allora mi chiedo siamo davvero lì? Il numero di poltrone è davvero equamente distribuito? Se il patriarcato non è più un sistema, possiamo davvero sostenere che il maschile non è comunque dominante?

Le idee di Vallarino sono molto condivisibili. Il neofemminismo è troppo dogmatico e diciamo pure spesso si occupa di questioni minori (se tutte le questioni minime di cui parla Vallarino lo siano però non so), esagerandole.

Vallarino nega che siamo in una cultura dello stupro, sicuramente non nel nostro Occidente. C’è sicuramente un retaggio di una mentalità (citando Guido Vitiello) e direi proprio una mentalità che tollera, copre, normalizza certi atteggiamenti maschili abusivi rispetto alle donne (la mascolinità tossica di cui parla il neofemminismo). Ma non un sistema. C’è un potere maschile dominante che fino a un ventennio fa ha collocato le donne in una posizione sottomessa, e che in qualche modo continua a farlo. Qual è la sottile differenza allora tra patriarcato (un sistema giuridico strutturale in cui le donne non erano soggetti giuridici pieni) e neomaschilismo (backlash all’emancipazione femminile)? I valori dominanti continuano ad essere tarati sul maschio, sulle sue ambizioni, aspettative e perversioni. Il neomaschilismo opera per inerzia e per reazione Cosa vuol dire una società afflitta dal maschio dominante? Un patriarcato depotenziato?

Uno stupro è uno stupro; un femminicidio è un femminicidio; una molestia è una molestia. Poi ci sono situazioni moleste, a tratti pericolose o insoddisfacenti in cui ci possiamo trovare come donne libere e consenzienti. Ma non bisogna minimizzare l’impotenza delle vittime di situazioni gravi o meno gravi. Una forma di impotenza ha caratterizzato in qualche modo la vita delle donne che sono venute prima di me. È stato il loro pane quotidiano. Non era una questione di vittimismo ma di dignità.

Le neofemministe dei social cercano consenso, sono sicuramente molto attente ai like, alla community e a consolidare un personaggio social con tutte le sue contraddizioni. E viviamo sicuramente in un’epoca terapeutica, di lagnanze e di disgrazie a cui facciamo lutti pubblici collettivi. Tra un coming out e un talk o un nuovo format con Giulia Salemi o Diletta Leotta.

Il femminismo sta perdendo terreno come pensiero e avanguardia capace di rimodellare la società. Noi femministe normali (scusate la mancanza di fantasia) siamo guardate con sospetto, considerate vecchie ed escluse dal cerchio delle elette con un colpo di bacchetta se non siamo troppo queer, se piantiamo dubbi, ecc.

Il maschile (e il femminile) va decostruito, se preferite castrato ma in favore di quale nuova mascolinità? Il dato biologico ha un suo peso specifico anche se il mio amico politologo Wainer me lo contesta con veemenza (la ricerca genetica ha confermato che tutti gli esseri umani, indipendentemente dal sesso o dall’etnia, condividono circa il 99,9% del loro DNA) eppure quello scarto genetico minimo contenuto nel cromosoma x porta una cascata significativa di differenze anatomiche ed ormonali. Non siamo solo body’s acculturation, prodotti sociali, generi. Le differenze biologiche non devono però essere sovrastimate, ne determinano il nostro destino di esseri secondari dediti alla cura di figli e anziani, e al lavoro domestico non retribuito, o a posti di lavoro di minore responsabilità e tutto il resto. Eppure, esistono, sono il nostro sesso. Così come la nostra identità personale (e quindi di genere in senso lato, quel femminile che va oltre il sesso biologico) è un processo aperto; possiamo diventare le donne che desideriamo essere. Senza però ridurre tutta questa libertà solo a desiderare e transitare verso un genere diverso dal sesso biologico. Penso che il pensiero di Butler (Gender Trouble) sia molto più ricco. E poi ci sono gli interventi chirurgici irreversibili su minori per disforia di genere che costituiscono un grave problema.

L’intersezionalità è una nozione essenziale. Il femminismo è un fenomeno trasversale; e può essere uno strumento, una lente per capire e correggere le discriminazioni di cui sono vittima altre minoranze che si trovano in una posizione di emarginazione o di oppressione come sono state le donne; le discriminazioni si sommano alle discriminazioni. Ma certo ha ragione Vallarino quando scrive che l’intersezionalità non è la propaganda per proteggere la percentuale di donne che soffrono di endometriosi.

Un tempo mi sembrava semplice. Ad un certo punto della mia vita, sicuramente in ritardo rispetto alle donne della mia generazione, mi sono sentita femminista e basta. Il ritardo si giustificava perché venivo da un paesino della Campania, assolutamente insignificante, arretrato ed isolato. Ma non me ne dispiace (oggi, allora molto) perché è stato grazie alle esperienze e alla vita laggiù che ho capito. Ad un certo punto mi sono sentita femminista. Sentita è il verbo giusto; perché il femminismo è arrivato anzitutto attraverso i sensi. Gli occhi: una delle mie nonne che non ha mai fatto nella sua vita di donna neanche una visita ginecologica ed è morta di un cancro al seno che si è autodiagnosticata, curata e nascosto a tutti noi. Questa certo non è una forma di oppressione (ha ragione Vallarino, e allora cosa è?). Quella mia nonna non si è mai comportata come vittima, mai, a tenere assieme tutto quello che si disgrega, a testa alta fino alla fine. Eppure, quanti silenzi, quanta impotenza.  L’udito: per vent’anni ho sentito tutte le loro parole, di tutte le donne del paese (un altro vantaggio delle piccole comunità). Quando poi ho iniziato a leggere e a studiare il femminismo, tutto quello che avevo sentito ha cominciato a prendere un posto, un senso ulteriore.

Considerarsi vittima del patriarcato o del maschilismo, l’ho visto non troppo tempo fa. Ci sono cresciuta accanto. Una parte di quel vittimismo o meglio della sua comprensione profonda la porto dentro. Ma questo non mi fa una vittima. Come non mi fa una lagnosa ricordare, rivendicare. Le cose sono davvero radicalmente cambiate? Il legame tra potere, capitale, abuso, e pornografia è ben simbolizzato dal caso Epstein, che non è del secolo scorso.

Messo da parte con molta perspicacia ed intelligenza il femminismo inutile, quello di cui non abbiamo bisogno, Vallarino ridefinisce il femminismo come un idealismo che guarda al bene collettivo. Per me oggi è la capacità di immaginare un mondo diverso, una buona dose di disobbedienza civile per provare a crearlo, un mondo in cui il linguaggio deve acquistare un senso e non essere la ripetizione di modi di dire e parole che riflettono automaticamente schemi sociali passati; e se il linguaggio cambia, cambiano anche i rapporti tra le persone. Il linguaggio non è un affare minimale, è l’infrastruttura del pensiero. È territorio che si occupa. Sono i nostri sogni, i nostri limiti e le leggi che ci tutelano.

Vallarino parla poi del femminismo “degli affari minori”, la parte più inutile del femminismo inutile. Il linguaggio politicamente corretto, inclusivo con i femminili sovraestesi sta imponendo un controllo comunicativo rigido in cui l’interlocutore (maschio) ci dovrebbe magnificare, stare attento a come ci parla, perché altrimenti ci sentiamo vilipendiate. Come se avessimo tutte la coda di paglia. Nel dibattito privato e pubblico c’è molto paternalismo, aggressività verbale, espressioni che tendono ad essere usate contro le donne, per sminuirle intellettualmente ed infantilizzarle o azzittirle. Ricordo sempre l’intervento di Sontag contro Norman Mailer.  Sontag contestò duramente l’uso che Mailer faceva del termine “lady writer” o “lady literary critic” (riferendosi a Diana Trilling), sostenendo che tali etichette servivano solo a marginalizzare il lavoro intellettuale femminile. Tutto questo chiamatelo come volete (mansplaining, tonepolicing, manspreading…e che ne so) ma esiste ed è intollerabile.

La reazione di Sontag alle parole di Mailer, diretta a censurarlo, è più interessante di sentirsi dare della cretina e sorridere, fare buon viso a cattivo gioco. Che Suze Randall sia diventata una grande fotografa in barba a chi le dava della cretina, che ha continuato dritto per la sua strada senza lasciarsi scalfire o intimidire non significa che dare della cretina ad una donna sia passabile o senza importanza.

C’è poi un rischio: che il fastidio per il neofemminismo dogmatico sia strumentalizzato. Che diventi un argomento apparentemente condiviso ed una scusa per mantenere certe dinamiche di potere. Una specie di cavallo di Troia. Se io sposto l’attenzione sul fatto che “non si può più dire niente” o che “il linguaggio inclusivo è ridicolo”, ho trovato una scusa perfetta per non interrogarmi sul perché, ad esempio, le poltrone siano ancora quasi tutte mie. Se sposto l’attenzione sull’ipersensibilità della donna la sottraggo alla prepotenza del linguaggio maschile.

Non credo che la stanza sia stata ripulita, anzi tra nuovi feticci e vecchi pregiudizi travestiti da progresso è abbastanza disordinata; né che stia finalmente scrivendo da sé. Salvo eccezioni.

Silvia Acierno

Un ringraziamento a Chiara Carlino per le sue idee e la lettura attenta