L’annuncio dell’uscita della nuova opera di Ferrucci, incentrata sulla figura di Daniele del Giudice, mi ha colto mentre ero in fase organizzativa della “Dedica” che molti mesi prima avevo proposto alla redazione di exlibris20 e rivolta allo stesso scrittore.

Ho immaginato subito – e leggendo ho avuto conferma – che la quantità di informazione sulla vita e l’opera di Daniele che qui potevo trovare, avrebbe reso inutile qualsiasi sommario delle mie conoscenze e letture sul tema. Per questo, ho subito deviato dall’idea di scrivere qualcosa di mio, a favore di un’intervista a Roberto stesso su 🔗Il mondo che ha fatto. Mi riservo di chiudere il mese di Dedica a Del Giudice con un ricordo dei giorni trascorsi a Torino frequentando le sue lezioni sulla scrittura breve.

Oggi sono grata a Roberto Ferrucci per aver scritto questo libro, e per aver così concesso – a tutti coloro che hanno letto, seguito, stimato Daniele del Giudice, a chi lo ha riconosciuto come maestro –   di provare la sensazione gratificante che la persona di Daniele, nella sua molteplicità, ci sia stata un poco restituita, dopo i lunghi anni di silenzio e di assenza, già precedenti alla sua morte fisica. Ferrucci scrive con sincerità, la sua scrittura poggia su solide fondamenta, costruite anche attraverso l’intima frequentazione con lo scrittore, romano ma veneziano di elezione, colui che, insieme a Tabucchi, Roberto scelse come “soggetto” della propria tesi di laurea: Del Giudice, appunto.

Non è facile inquadrare il progetto di questa impresa letteraria, che non è un biopic, un memoriale, o un ritratto, ma forse è un’indagine, a tutto campo. Si indaga partendo da primi segnali di un degrado cognitivo sopraggiunto a causa di una malattia degenerativa, si indaga su ogni avvisaglia, ma anche sul territorio della risposta emozionale che ne deriva, si indaga all’interno di un rapporto amicale ma anche in quello tra un allievo e un maestro prima, poi – tornando al primo incontro e in avanti – in quello tra due intellettuali e uomini di lettere complici e affiatati. Si indaga sulla fiducia e sulla cura, sull’eredità e il lascito, sull’opera e il pensiero, con un obiettivo dichiarato: pagare pegno per la decisione, sofferta e mai metabolizzata, di non fare più visita a Del Giudice nel luogo dove egli si trova accolto, da quando non è più in grado di vivere in autonomia senza nuocere a se stesso. Alla Giudecca, nella struttura delle Zitelle, pure Roberto Ferrucci è stato molte volte, e ha portato talora con sé amici e personalità che desiderassero incontrare lo scrittore. Solo che a un certo punto, quegli incontri si sono fatti troppo difficili e dolorosi, l’afasia sempre più grave, l’isolamento e l’incapacità di interazione in cui sta sprofondando una mente lucida e brillante – quella di uno degli scrittori che hanno dato un’impronta di novità alla letteratura contemporanea – sono inaccettabili per chi gli è legato in maniera così intima. Non resta che farsi una promessa: scrivere di lui, raccontarlo con delicatezza e cautela Daniele del Giudice, così profondamente come la vicinanza, l’affetto e l’ammirazione hanno permesso di conoscerlo. Raccontarlo attraverso gli elementi stessi che il “soggetto” in questione gli ha conferito, con il lascito di molti materiali, appunti, articoli, studi, inediti. “È il mondo che ho fatto, questo” confessa Daniele a Roberto, quasi a passargli il testimone, allorché consapevole che di quel mondo, la sua mente stia perdendo coordinate e contorni, insieme alla capacità di esprimerlo. Ferrucci non indaga solo in quel materiale, ma rivisita il ricordo, la presenza di Daniele nella propria vita, con un lavoro di ingrandimento di ogni immagine conservata nella memoria.

Il racconto di Ferrucci è struggente, e se ci dà la sensazione di restituire qualcosa di questa vita che nell’ultimo tempo ci è sfuggita, non fa questo soltanto: illumina anche Del Giudice nel pieno della sua capacità produttiva e di osservazione della realtà, ci avvicina al pensatore, l’intellettuale, al filosofo, all’uomo ironico, all’esistenza piena ed elegante di un grande del Novecento. Per questo motivo, per la ricchezza di informazioni che questo libro ci tramanda, preferisco non dare una nota di lettura, ma rivolgere un invito a perdersi all’interno di questo materiale, che mi ha ipnotizzata per diverse sere. Ho deciso di porre a Roberto Ferrucci qualche domanda, e qui di seguito troverete le risposte che vorrà concedermi, e per le quali lo ringrazio.

La prima sensazione provata leggendo il tuo libro, è stata quella che lo spazio lasciato vuoto dallo scrittore al suo ritiro dalla vita pubblica, ma anche dalla vita produttiva, fosse comunque non del tutto vuoto, e che quella presenza, per noi così “fantasmatica”, avesse ancora una pregnanza. Si è come squarciato un silenzio, ed è nato un sentimento, per me. Eri consapevole di questo, nell’idearlo, oppure è qualcosa che si è rivelato anche a te durante il lavoro?

No, non ne ero consapevole. La stesura è durata più di dodici anni, e il libro si è costruito mano a mano, da solo. Davanti a me avevo un mare di materiali: scritti (i libri di Daniele con le dediche, i suoi articoli, le conferenze, le prefazioni, le interviste), audio (le cassette con le ppresentazioni dei suoi libri, le conversazioni, gli interventi radiofonici), video (le sue poche apparizioni televisive, le due interviste che gli ho fatto per Tele Capodistria, dove ho lavorato dal 1992 al 1998), fotografie (non tante, ma molto importanti, rare, alcune finite nell’ultimo capitolo del libro, fra cui quelle bellissime, i ritratti e le foto in aereo, di Anthony Marasco), oggetti vari (un suo taccuino, la cartolina dal suo viaggio in Antartide, il manoscritto del mio primo romanzo con le sue impressioni, una bottiglia di vino, il telegramma che mi mandò il giorno in cui discussi la tesi di laurea ). Era tutto sparpagliato davanti a me, cassetti svuotati, in disordine. La parte più complicata è stata trovare un ordine, una struttura interna che al lettore risultasse invisibile. È stato un lavoro lungo, non potevo pensare al poi, al libro finito.  Ma se così è stato, se questo libro può far nascere un sentimento, come dici tu, mi fa molto piacere.

Il processo di rianalisi del tuo ricordo, della memoria privata e pubblica di Del Giudice, quanto è stato faticoso, e quanto doloroso?

Io parto da sempre da un presupposto: scrivere è un’attività bellissima. Rifuggo dai luoghi comuni che raffigurano lo scrittore come qualcuno che soffre e che il culmine della sua sofferenza lo raggiunge nell’atto stesso della scrittura. Mai stato così, per me. Di conseguenza, il momento più bello di un libro, per quanto mi riguarda, è proprio quello della stesura. Il rituale del gesto, prima a mano, sui taccuini, poi sul tablet. Oltre al fatto che a me piace scrivere nei caffè, situati possibilmente davanti a luoghi o a paesaggi piacevoli da osservare quando stacchi gli occhi dalla pagina o dal display. E vivere a Venezia, aiuta. Credo sia anche per tutto questo che fatico a liberarmi dei manoscritti, che dilato i tempi di consegna all’editore. Premesso ciò, è evidente che molte parti di questo libro siano state dolorose da scrivere, nel caffè dove ho scritto gran parte del libro, affacciato al Bacino San Marco, quando alzavo gli occhi, vedevo gli alberi dell’Isola di San Giorgio, dietro ai quali c’era la stanza dov’era ricoverato Daniele. Sì era doloroso, ma era anche l’unico modo per raccontarlo, non potevo raccontare Daniele Del Giudice eludendo la malattia che lo strappato alla scrittura. Lavorare al libro, poi, è stato un modo per risarcirlo dalla mia decisione di interrompere le mie visite in casa di riposo quando, lì sì, andare a trovarlo era diventato troppo doloroso. Se sia stato faticoso scriverlo, infine, non so. Vero è che più di dodici anni di stesura…

C’è una differenza di peso, per te, qui dentro, tra il Del Giudice privato, intimo che solo tu in certo senso hai conosciuto in quel modo, e tra quello pubblico?

No. Nessuna. Averlo conosciuto e frequentato assiduamente subito dopo il suo primo libro credo mi abbia dato la possibilità di non scindere i due aspetti. Lo scrittore e l’amico sono sempre stati la stessa cosa. Ovviamente, vale per me, per una questione legata ai tempi, al periodo in cui ci siamo incontrati.

Le atmosfere sono molto importanti, sempre, direi che nelle tue parole gli spazi diventano prima di tutto “atmosfere”, sei d’accordo su questo oppure no?

Non saprei. Sono uno che non si mette mai ad analizzare la sua scrittura, lascio l’incombenza agli altri, ai lettori. Vero è che a distanza di più di due mesi dall’uscita del libro, i ritorni mi hanno davvero sorpreso, sia da parte della critica, dei librai, dei lettori. Non me lo aspettavo. Credevo di avere scritto un libro complesso, di nicchia, per pochi. Invece uno dei pareri più ricorrenti è proprio quello legato al respiro del libro, alle atmosfere, appunto, al desiderio diffuso di centellinare le pagine, di godersi la lettura. Tutto ciò, quando e se lo si ottiene, è il risultato del lavoro sulla scrittura, di quel meraviglioso corpo a corpo quotidiano fra scrittore e parola. Questa, che dovrebbe essere la base di ogni libro, mi pare essere invece sempre più assente. Oggi interessa cosa racconti, poco importa come. Quello che cerco di trasmettere ai miei studenti di scrittura creativa all’università è questo: come, più che cosa.

Atlanti, mappe, cartine, percorsi sono ricorrenti nella produzione di Daniele Del Giudice, dallo Stadio di Wimbledon in poi. Credo di poter dire che anche questo tuo lavoro possa definirsi una mappa, o un atlante, della vita di Daniele, ma nello stesso tempo, il sistema di coordinate sotteso a questa narrazione come a quelle del Maestro, sparisce per lasciarci qualcosa di nitido. È un uomo che prende forma. Credi che sia perché con Del Giudice l’uomo e lo scrittore sempre coincidono?

Sì. È ciò che ho detto prima. È scontato, davanti ai libri di Del Giudice, dire che ogni libro è – o dovrebbe – essere un atlante, una guida, un percorso di scoperta. Io rifuggo da sempre dalla narrativa consolatoria, quella che ti racconta esattamente ciò che ti aspetti, rassicurante. Questo non significa che debbano trasformarsi in labirinti, in corse a ostacoli. Il percorso può sì essere impervio, ma il lettore non deve rendersene conto, e questo è compito della scrittura, della struttura del libro, che alla fine deve essere quasi invisibile al lettore. Mi piacciono i libri che diventano mappe di sentimenti, atlanti di emozioni. Probabilmente non è così chiaro quel che sto dicendo, ma chi leggerà il libro capirà, credo.

Il tema dell’ombra e della luce torna sempre, torna nelle storie e nelle interviste, nelle lezioni, nei titoli, “nella luce lagunare” che lui sente creatrice. A un certo punto tu qui parli di una specie di “preveggenza” della malattia. Ha a che fare con il tema dell’ombra oppure no?

Non saprei. È facile con il senno di poi, rileggendo oggi i suoi libri, notare dei segnali che possono far pensare che certe cose le sentisse. Ma credo che questo valga per tutti. Anche perché ciò che più desiderava era invecchiare e a un certo punto fare come fa Ira Epstein in Atlante occidentale: decidere di smettere di scrivere quando si è consapevoli di aver detto tutto ciò che volevi dire. Comunque credo che il tema dell’ombra non c’entri con la sua malattia. A lui l’ombra interessava come conseguenza della luce. L’ombra era, per Del Giudice, la zona in cui scaturisce il racconto. Ma lo era solo ed esclusivamente dal punto di vista della scrittura. Nulla di esistenziale, insomma.

Riesci ad affrontare in modo originale e approfondito tutto il lascito intellettuale di questo autore, scendendo nei particolari dei processi di sviluppo creativo, delle stesure, dei viaggi affrontati, dei contatti con altri autori e artisti: è un lavoro enorme che qui ci passa davanti con estrema leggerezza, la stessa a cui Daniele ci ha poi abituato. Come è riuscito secondo te nell’impresa così difficile di affrontare tematiche tanto complesse con questa apparente levità? Ti riesce definire questo aspetto?

Mi verrebbe da liquidare questa domanda con un: “Semplice, basta avere letto e riletto la prima lezione americana di Italo Calvino e averne fatto tesoro. La fondamentale lezione intitolata Leggerezza”. Per Del Giudice la leggerezza è qualcosa che sottende ogni sua riga, e anche qui verrebbe facile fare riferimento al volo, al rapporto che il pilota aeronautico che era, ha con l’aria. Per quanto mi riguarda era necessario rendere leggera la complessità, ad esempio, del Daniele Del Giudice critico letterario, oppure il Del Giudice in conversazione con Calvino sui grandi temi del romanzo, o ancora, la parte che ho dedicato alla guerra nella ex Jugoslavia. Oppure raccontare come fossero dei personaggi i libri, le edizioni straniere dei suoi romanzi, perché noi lettori siamo spesso dei feticisti, trasmettere il sentimento provocato da quelle copertine, dalle sue dediche. Non è stato facile ma spero di esserci riuscito.

Del Giudice si è occupato del reale, non del fantastico, ma come lui stesso ha detto, lo ha guardato con occhi miopi (e non solo perché portava gli occhiali, ma perché tutti siamo in fondo “miopi” davanti alla realtà), quindi spostando il fuoco. Questo suo sguardo, il cambio di focalizzazione, quanto ti sono stati utili qui?

Credo che Il mondo che ha fatto sia un libro che riesce a cambiare di continuo punto di vista senza che il lettore se ne renda conto, credo e spero di essere riuscito a rendere impercettibili i raccordi, le giunture. E anche l’andirivieni temporale spero sia percepito come una brezza che ogni tanto cambia direzione.

Riporti una frase che Daniele ripeteva spesso: “gli autori sono isole in mezzo al mare della letteratura, ogni autore deve trovare il suo pezzetto di oceano dove mettere insieme la propria opera, costruire la propria isola”. Credo che tu abbia trovato il tuo pezzo di oceano facendoci esplorare “La sua, quella che ha costruito lettura dopo lettura, pagina scritta dopo pagina scritta, nell’oceano della letteratura, è una delle più belle e irrinunciabili. L’isola Daniele del Giudice.” L’isola di un uomo che ha scelto di vivere su un’isola, e che ha finito la vita su un’altra: quella della Giudecca.

Nel ringraziarti per il tempo che hai dedicato a me e ai lettori di exlibris20, ti auguro tutte le soddisfazioni possibili per Il mondo che ha fatto.

Intervista a cura di Anna Bertini