«Nella stanza attigua (d’Angolo), al di sopra di ceste e casse abbandonate – pendeva il soffitto qua e là sfondato, e perciò nessuno vi entrava mai – erano raccolti tutti i vari popoli d’America, Comanche, Appalachi, Piedi Neri ecc., insieme ad altre apparizioni del Continente australe, tutti da me dipinti. Vi era anche un tavolaccio (nessun altro mobile, tranne una brandina, dato che spesso pioveva), e qui io scrivevo.»
Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese viene pubblicato nel 1975 da Rizzoli. Un romanzo diverso dai precedenti, un romanzo che sembra quasi essere un sogno, un’allucinazione. Anna Maria Ortese è stata ed è una maestra del fantastico. L’iguana, Il cardillo addolorato, Per un paio di occhiali. La metafora del fantastico si aggira nella sua scrittura, è presente sotto la pelle, è inconfondibile. Quel mondo allucinato, quella crudeltà vera, quella metafora della vita, tornano in Il porto di Toledo. A leggerlo, sembra quasi di aver fatto un passo verso il mondo onirico, e aver lasciato quello della realtà alle spalle. Si tratta forse dell’opera più controversa della Ortese, sia per la complessità della struttura narrativa, sia per la sfortuna critica del romanzo che ha caratterizzato la sua ricezione dal 1975 a oggi.
Quando Ortese comincia a scrivere Il porto di Toledo è ancora a Milano, lascerà la città nel 1969, durante gli anni della contestazione, per spostarsi e rifugiarsi a Roma. «Nella primavera del ’69 mi trovavo a Milano e non ero molto contenta di me. So che non lo è mai quasi nessuno. Ma io mi domandavo perché mai avevo cominciato a scrivere. Mi venne in mente di andare a guardare i miei primi scritti: racconti che erano stati pubblicati, e poi molto bistrattati e perduti, e poesie – così, per dire – del tutto inedite, della mia adolescenza». L’idea di un recupero di questi testi “adolescenziali” non si verificherà mai, in compenso da questa ricerca, nascerà Il Porto di Toledo, un romanzo fantastico che racconta la storia della nascita del suo bisogno di scrivere.
La Nuova Toledo, la città immaginata da Ortese, è il punto magico in cui scorre la vita di Damasa, la protagonista e della sua famiglia. È una città viva, che si muove, fantastica appunto, dove il vento scorre nelle rue, dove vi sono le case del ricordo, piene di fantasmi e di ombre, tra il mare e la collina. È la storia di Damasa Figuera, è la storia di Anna Maria Ortese, che vestita da ragazzo, scorrazza tra le vie di un mondo nuovo che non esiste: «Ma Damasa vive in un mondo così onirico, così pensato e intensamente costruito che potrebbe essere vero»; è la storia dei suoi sogni, del vento che fa battere le imposte, dei suoi disegni d’indiani d’America sulle pareti, del suo caro fratello morto in navigazione intorno all’isola di Martinica.
Nell’introduzione al primo volume Romanzi uscito per Adelphi nel 2002, Monica Farnetti analizza Il porto di Toledo e ci parla di una «seconda realtà», cioè la «doppia vista» attraverso la quale l’autrice intende appropriarsi di un «secondo mondo» invisibile, più autentico di quello che appare in superficie. Autobiografia, fantastico, onirico, e una punta di realismo, si incontrano in questo romanzo che è diverso da qualsiasi altra produzione della Ortese. Dario Bellezza scrive: «Credo che le intenzioni della Ortese fossero queste: scrivere un’autobiografia simbolica lavorata sui sogni e gli incubi di un tempo perduto dove si formò la sua vocazione allo scrivere, il suo apprendistato: e questo apprendistato fu duro, in quanto la scrittrice era troppo presa già allora dal suo delirare, vittima di una paura fortissima per la realtà». La Ortese infatti scriveva: «Io soffro di un disgusto del mondo moderno, che sta diventando, temo, malattia, e malinconia insanabile, e si traduce, nella vita quotidiana, in scontrosità e insuccesso […]. Vorrei scrivere soltanto cose dolcissime, ma ho dovuto difendermi, e ora la mia penna è aspra, risentita».
Il porto di Toledo non è solo un romanzo, ma è la ricerca di identità di Anna Maria Ortese, il suo racconto della giovinezza napoletana e anche «un’impresa più complessa di immaginazione e di ri-costruzione dell’identità, sociale e intellettuale di un personaggio femminile nell’Italia meridionale della fine degli anni venti». Scriveva difatti la Ortese, all’editore Fischer per l’uscita in tedesco del romanzo: «Toledo […] è Napoli degli anni 30 – quasi un’autobiografia. Ha nuociuto, forse, alla sua accettazione, il tema […] di una società divisa non in classi, quanto in caste, e quindi assolutamente inferno per chi si trovò a nascere nel luogo non giusto. Durante quegli anni, tuttavia, vi erano – erano possibili – momenti di libertà e purezza, oggi impensabili e un ragazzo, o una ragazza, nelle loro prigioni sociali, potevano anche conoscere un dialogo con l’assoluto». Ancora una volta Anna Maria Ortese parla della sua patria, di Napoli, parla della sua giovinezza, narra cosa significa vivere nella città partenopea, e ancora una volta il suo racconto di Napoli viene mal interpretato, come era accaduto per Il mare non bagna Napoli, tanto da portarla a lasciare la città.
«(…) Non so se sono riuscita a fare quello che volevo fare, ma la mia intenzione era quella di dare una testimonianza su una vita, mia o immaginata, poco importa, che lentamente si trasformasse in poesia, in assoluto.»
Non a caso il romanzo è intitolato Il porto di Toledo, via Toledo era la via che attraversava il centro di Napoli e che nel 1870 fu denominata via Roma in onore della capitale del regno d’Italia. E Anna Maria Ortese nella prima adolescenza, età della protagonista del romanzo, si era trasferita a Napoli, proprio vicino al porto, in uno dei quartieri spagnoli più poveri della città. Il romanzo è investito di riferimenti a una Spagna immaginaria, con nomi propri spagnoli e rimandi a El Greco a Velázquez e a Goya. Il Porto di Toledo, oltre a essere autobiografia fantastica della vita e dell’amore per la scrittura, è anche un romanzo di impegno civile e politico, come d’altronde tutte le scritture della Ortese. La dedica di apertura è ad Anne Hurdle, una ragazza inglese che nel settecento fu impiccata a Londra per aver spacciato moneta falsa a causa delle sue condizioni di estrema miseria. Nell’edizione Adelphi del 1998, la Ortese aggiunge un breve testo che chiarisce l’origine di questa dedica: «Fin dall’inizio questo libro è stato dedicato a Anne. L’ho scritto con Anne. Anne è stata sempre con me. Fu, dal mondo, derubata della sua piccola vita. Bisognava restituirle qualcosa, una forma di giustizia, anche se lei non rispondeva più alle voci del mondo. Pensai, forse, solo sentii, che bisognava starle vicino, portare il suo carico. Come? Un reato – anche per me – di aggiunta e mutamento era indispensabile. Il luogo non poteva essere che quello dei libri. Avrei scritto qualcosa a favore di una letteratura come reato, reato di aggiunta e mutamento. Cominciò così il mio senso di sfida nei riguardi dei possibili lettori di Toledo. Avevo dato il via a una falsa autobiografia, ma questo era il meno. Avevo, soprattutto, impiantato una discussione sul mutamento e le aggiunte. (Questa era la parte con Anne). La vecchia natura delle cose non mi andava. Inventai dunque una me stessa che voleva un’aggiunta al mondo, che gridava contro la pianificazione ottimale della vita, che vedeva nella normalità, solo menzogna. Che protestava contro il soffocamento del limite, esigeva pura violenza e nuovo orizzonte. […] Il dramma di Damasa è infatti l’esclusione dei Viventi – di quanti non si salvano nell’Espressione della Beata Letteratura. Lei, Dasa, li vuole tutti salvi, tra i beati, beati alla Bellezza, la Gioia […]. Toledo non è dunque una storia vera, non è un’autobiografia, è rivolta e «reato» davanti alla pianificazione umana, alla sola dimensione umana che ci si è stata data. […] E questo è il mio saluto per Anne: Resta con noi, / Anne Hrdle, resta con noi, non dimenticarci. Ma il tuo Reato dimentica. / Non era tuo, era nostro. Era Giustizia. / Perché solo la Giustizia è Reato».
Come in Il mare non bagna Napoli, anche qui la denuncia è spietata, arriva dritta al punto e colpisce le istituzioni religiose, politiche e anche famigliari. Si abbatte sulle condizioni di indigenza del popolo napoletano, sulla scolarizzazione, sulle difficoltà di una giovane donna (che non a caso si veste da ragazzo) nel voler affermare la propria identità di donna e scrittrice. «Il confessore, che Apa non finiva di consigliarmi, divenne perciò, a poco a poco, per me, il simbolo dell’oppressione e dell’abuso medesimo. Così, un giorno, a termine di tali terrori e dubbi e anzi vere e proprie agonie dell’anima, che temeva così facendo la propria distruzione, scelsi di andarmene dalla Chiesa, scelsi di non rivelare mai più i miei pensieri ad alcuno. […] Quando decisi ciò, credo appunto intorno ai tredici anni, mi parve di essere diventata adulta.»
Una città d’invenzione, un linguaggio fantastico, un personaggio autobiografico ma non troppo, una visione della Storia e di Napoli, il porto di Toledo è una doppia realtà, un ponte tra la realtà stessa e l’immaginario della scrittrice. Tra una famiglia, quella di Apa e Apo, sgangherata, si inoltra nei meandri della scrittura, per arrivare a raccontare il dolore, la perdita, la rivalsa, il desiderio di scrivere, di raccontare il mondo, nonostante le avversità. Il Porto di Toledo è un racconto, ma è anche una dimostrazione dell’immensità della penna di Anna Maria Ortese e dalla sua capacità innata di raccontare Napoli, la vita, le ingiustizie, la realtà. E allora Il porto di Toledo non è solo romanzo, ma è scrittura pura, lettura di una prospettiva, che per quando giudicata aspramente dalla critica, è una delle storie più riuscite della Ortese, necessaria per capire il suo punto di vista sul mondo e sull’arte della narrazione.
«Sono figlia della sera; nel senso che la realtà, quando io nacqui non c’era, o non c’era per tutti i figli dell’uomo. E nascendo senza realtà, o bontà, io stessa, in certo senso io non nacqui nemmeno, tutto ciò che vidi e seppi fu illusorio, come i sogni della notte che all’alba svaniscono, e così fu per quelli che mi stavano intorno. Non importa, così, dove nacqui, e come vissi fino agli anni tredici, età cui risalgono questi scritti e confuse composizioni. So che un certo giorno mi guardai intorno, e vidi che anche il mondo nasceva: nascevano montagne, acque, nuvole, livide figure. Il luogo dove questo accadeva era la città di un Borbone. Il tempo, quello in cui un Borbone, forse l’ultimo, giaceva sommerso sotto il piede del giovane secolo attuale. Io nacqui dunque alla vita in questa strettoia. […] Volevo dire la mia parola di popoluccio iberico, ma soffocavo (sotto questo secolo estraneo), e inoltre la lingua mancava, mancavano i mezzi più atti alla lingua: appunto l’istruzione. Mi feci coraggio, tuttavia; e di quella lingua raccogliticcia di un popolo dominato da un presente ad esso estraneo, e da un futuro più estraneo ancora, mi feci la penna che era possibile farmi: un’asticciola colorata, tremante, villana […].»
Leggete il fantastico, leggete Napoli, leggete Anna Maria Ortese.
Ilaria Amoruso
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