In questo romanzo profondo e introspettivo edito da Il Terebinto Edizioni e vincitore di un concorso letterario per inediti, Cosimo La Gioia dà il meglio di sé come autore sconfinando in un campo completamente nuovo, quello della dimensione poetica e del mondo interiore che ne deriva. L’importanza della Poesia come filo conduttore necessario per raccontare, da una parte il climax di un giovane introverso e sensibile, probabilmente affetto da neurodivergenza, dall’altra tutta una serie di citazioni auliche che catapultano il lettore in un nuovo ambito dell’esistenza. L’interpretazione di chi scrive dà risalto all’importanza del componimento in versi come linguaggio espressivo e alternativo al linguaggio quotidiano, prediligendo una visione filosofica principalmente heideggeriana e accennando anche ad altri esempi di massimo splendore letterario europeo che potrebbero essere accostati all’essenza di questo libro nei suoi tratti più intimi.
Alessandro Vitelli è un giovane tormentato, imprigionato fra gli schemi di una società rigida e di un destino apparentemente segnato da un determinismo ambientale. L’Autore ci mostra, in maniera sottile e ricercata, come Alessandro riesca a liberarsi dalle catene della predestinazione soprattutto attraverso la propria fantasia “elegiaca”, ma anche con l’aiuto della psicologa che gli era stata assegnata. L’abilità di questa professionista, che sembra usare l’arte della maieutica per spronare Alessandro a tirare fuori il suo potenziale, sta nel fatto di saper cogliere tutti i momenti appropriati per stimolarlo alla reazione e a una conseguente evoluzione del percorso terapeutico.
In tutto l’arco del racconto il protagonista si esprime in versi citando alcuni dei più grandi poeti italiani. Questo espediente racconta, fra le righe, l’Italia in tutto il suo spessore e sotto varie sfaccettature che vanno dall’esoterismo dantesco, all’erotismo dannunziano fino a un tardo Neorealismo pasoliniano, fornendo un forte spunto di riflessione sull’importanza di questo genere letterario e del mondo parallelo che genera.
Come si giustifica l’uso provocatorio dell’ossimoro, tanto prediletto da Pasolini nella sua visione neorealistica della letteratura e del cinema, se non con la logica dei versi! Come può un oggetto avere una determinata qualità e allo stesso tempo l’esatto contrario se non nella dialettica delle emozioni, dove l’autore si serve delle parole senza una coerenza apparente ma con il vantaggio di esprimere delle sensazioni tumultuose. Le licenze poetiche sono legittime ma soprattutto le emozioni non devono essere coerenti perché nascono dal cuore e non sottostanno a nessuna regola. La Gioia cita La Rabbia di Pasolini che sembra essere un coacervo di sentimenti potenti e contrastanti, il risultato di un vigore poetico che vorrebbe contenere tutto ma poi sfocia nel niente, nel vuoto più assoluto, in un sentimento di perdizione. L’Autore sembra servirsi della lirica come mezzo di protesta e di esortazione al compimento di una palingenesi morale e politica.
Andando oltre, potremmo rifarci a D’Annunzio, di cui La Gioia cita La Pioggia nel Pineto, e all’escamotage della botanica, come accostamento erotico: qui l’Autore va ben oltre il simbolismo, si spinge fino a esprimere un sensismo permeato d’amore e di sensualità esasperata.
Cosa ci suggeriscono i sensi? Perché si fa silenzio per ascoltare la natura nella quale D’Annunzio è immerso con la sua amata? Cosa suggeriscono odore e rumore della pioggia? Non sono forse pura arte poetica?
Infine, per citare il contributo dantesco, come potrebbe spiegarsi la complessità esoterica del Sommo Poeta se non con una nuova prospettiva sulle parole e sugli enunciati! Il mondo non è forse governato anche da ciò che comunemente definiamo codice segreto ma in realtà è solo una prospettiva diversa dell’uso delle parole e degli assiomi della vita!
Beatrice, la sua guida nel Paradiso, rappresenta il lato femminile che è presente in tutti noi, che è intuizione, ascesi e trascendenza e ci costringe ad avvicinarci sempre di più al nostro Sé Superiore attraverso una dimensione al di fuori delle forme e delle definizioni comuni, facilitando la creatività.
Come accennato, il fulcro dell’interpretazione è basato sulla filosofia di Heidegger. L’associazione alla sua etica è stata quasi immediata poiché questo filosofo vede nella Poesia una grande alternativa al linguaggio comune, la eleva quasi a nuova produzione (fedele all’etimologia greca) linguistica, fino a farla diventare strumento per entrare in una dimensione impalpabile, proprio come accade nel romanzo in cui le citazioni fanno da ausilio alla narrazione per esprimere dei sentimenti estremi, inusuali. Attraverso le varie citazioni assistiamo a una lirica plurifunzionale, che serve sia come mezzo per interpretare il dissenso, sia come allusione sottile per risvegliare l’eros ma soprattutto come codice divino per innalzare gli animi. Nel complesso mondo heideggeriano, c’è una forte contrapposizione fra tecnica e arte poetica, come se quest’ultima fosse una vera e propria alternativa a un mondo di schemi e di semplificazioni.
La chiave di lettura heideggeriana, fondamentalmente, parte da una visione critica del mondo della tecnica, che, oltre a presentare dei rischi per l’umanità, favorisce un tipo di linguaggio troppo scarno e comune. Non è necessariamente un distanziamento dalla tecnica tout court, neanche dal tipo di linguaggio che questa produce, ma sicuramente l’approccio del filosofo sottolinea i limiti verbali e teorici di questo sistema.
In Heidegger, il linguaggio rimane confinato fra le minuzie semantiche focalizzate sul significato di un termine in tutte le sue fasi senza necessariamente favorire quella sorta di sovvertimento dei sensi che, al contrario, potrebbe creare nuovi concetti e nuove rappresentazioni dell’io mai esplorati.
In altre parole, auspica il superamento delle ossessioni gnoseologiche e cristallizzate andando anche oltre il linguaggio propriamente detto metafisico.
Se Heidegger è il filosofo dell’Essere e del Non-Essere, anche la poesia presenta una doppia sfaccettatura e si basa sulla stessa dinamica nella misura in cui è fatta di non essere, di silenzi, di un significato e del suo contrario. Quella sorta di comprensione ermeneutica del mondo si spiega con l’interpretazione, che non andrebbe concepita come un valore assoluto, bensì come esternazione dello stato d’animo, dunque mutabile. In molti tratti del racconto, il protagonista si serve delle pause, dei silenzi, in alcuni i momenti di quiete e gli ammiccamenti sono più eloquenti delle parole, come le sospensioni e le pose meditabonde sono puro lirismo proprio perché esprimono emozioni.
Allo stesso modo, in questo romanzo, si va oltre la parola e il silenzio. Il protagonista stesso, nel suo modo di concepire la vita, incarna diversi princìpi della dottrina heideggeriana in quanto conduce una vita autentica. Nonostante sembri vittima di un inesorabile destino, esprime e sviluppa temi tutti suoi personali, non vive una vita di conformismo bensì riesce a ridefinire la propria realtà riformulando un linguaggio e creando una dimensione alternativa con delle percezioni che scaturiscono dal proprio animo.
Sempre per rimanere nell’ottica heideggeriana, Il rifugio poetico è testimonianza di quel concetto del linguaggio come la casa dell’essere, dove quest’ultimo si manifesta ma non in forma definitiva, cioè appare e si nasconde allo stesso tempo per mantenere vivo il mistero. Il linguaggio come pura entità, perché non viene usato dall’individuo ma usa l’individuo per diffondersi in maniera libera e in un’ottica che lo colloca alla base di un rapporto privilegiato con il disvelamento dell’Essere.
La suggestione e la grandezza dei versi, sempre in questo romanzo, sono scintille di un pensiero filosofico e si estendono anche alle varie citazioni.
Sempre per rifarci ai grandi, fonte d’ispirazione per Heidegger e per altri filosofi del ‘900 era stato il lirico Hölderlin, il quale racchiudeva nei suoi versi tutti i princìpi della lirica, dall’amore per la bellezza e per i paesaggi idilliaci all’impegno politico, e, proprio come il nostro protagonista, viveva molti dissidi interiori che superò forse grazie all’esternazione dei sentimenti come negli esempi di cui sopra.
Certo, di accostamenti al lirismo ce ne sarebbero molti, e attraverso la lettura di questo romanzo ci sembra di rivivere tanti miti del passato fino agli esempi più recenti. Alcuni passaggi sembravano evocare il Genio di Francoforte e tutto il fermento creato con il suo movimento struggente presente in Germania, almeno nella fase embrionale, poi esploso e dilagato in Europa come una piaga. Quella sorta di Romanticismo ante litteram che, pur avendo alla base un estremo rifiuto del razionalismo a favore del diritto del Cuore, non fu mai patetico, anzi riuscì a superare i disagi esistenziali grazie all’aiuto dei versi e di una visione sensibile della realtà, proprio come Alessandro. Sempre lo stesso Goethe sembrava ossessionato dal binomio Dichtung (poesia) e Wahrheit (verità) come se il legame fra i due elementi fosse indissolubile.
La verità, che apparentemente sembrerebbe al di sopra di tutto e di tutti, è sovrastata da un qualcosa di superiore, la poesia, perché ancora più autentica di una verità condivisa e concepibile solo oltre il limite dei sensi.
Questo romanzo è senza dubbio un’esplosione di sentimenti e di emozioni dispiegatesi come in un flusso di coscienza, dove paradossalmente la Poesia spiega la prosa e il Poeta, perso nella nostalgia del presente, riesce a dare sfogo alle proprie passioni e a trovare l’Infinito oltre la siepe.
Samantha D’Angelo
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