Non nascondo che, terminata la lettura di Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti, ho un po’ di timore di non riuscire a trasmetterne la bellezza e la complessità delle 250 pagine che mi hanno ammaliato.

Se non l’avessi saputo prima di iniziare la lettura, avrei faticato a credere che il volume che avevo tra le mani fosse stato scritto da una ragazza ventenne: una varietà di linguaggi, di temi, magistralmente composti a creare un romanzo che sfugge a ogni definizione e si presta a numerose chiavi di lettura.

Nel mio percorso di lettrice e insegnante ho letto numerosi romanzi ambientati nell’estate di passaggio tra la fine della scuola e la scelta di “cosa fare da grandi”, ma nessuno come questo è riuscito a smuovere pensieri profondi accompagnati da sorrisi, risate ma anche qualche lacrimuccia (da asciugare rigorosamente con “fazzoletti Flower Breeze”) come il romanzo di Ilaria Camilletti.

Come in numerosi altri ambiti a partire da uno stesso punto di partenza si possono ottenere risultati molto diversi tra di loro, così succede nella scrittura e le pagine che vi sto presentando ne sono la prova.  Gli ingredienti alla base del racconto sono apparentemente semplici sono composti tra di loro a formare un’opera davvero unica: una giovane che trascorre l’estate dopo la maturità a lavorare all’Oasi,  un bar di Ostia che del luogo di ristoro nel deserto ha ben poco,  in compagnia di 8 colleghi di nazionalità diverse, Davide, il figlio del proprietario del locale, un bambino solitario e abituato ad avere tutto ciò che vuole e Viola, una preadolescente con problemi alimentari,.

Come nella giungla convivono diverse specie animali, così nel romanzo le solitudini e le storie dei personaggi si sfiorano, si incrociano, si uniscono e scoprono lati di sé inaspettati. La giungla non solo come metafora della vita, ma anche e soprattutto quale ambiente naturale complesso per eccellenza è una delle protagoniste del romanzo; animano le pagine della narrazione non solo Ilaria, Farid, Amin, Irina, Syed e gli altri, ma anche, a partire dai compiti delle vacanze che Davide controvoglia deve svolgere, diverse specie animali con le loro peculiarità dalle iene, al lori lento passando per le falene , il drago di Komodo, gli squali, gli elefanti e tanti altri ancora.

Una narrazione in prima persona a due voci a fare la parte del leone è quella della protagonista Ilaria, o Ileria come la chiamano all’Oasi, che condivide con i lettore scene di vita quotidiana nel locale con i suoi compagni di avventura dal rito della cena per il personale, ai difficili equilibri tra colleghi ciascuno con la propria storia non semplice alle spalle, dalla fatica di far fare i compiti a Davide alla classificazione delle persone in base a come vanno in bagno in un locale pubblico e tante altre ancora. Alla voce della giovane ragazza  si aggiungono le 8 lettere che Davide scrive, in un misto tra italiano e dialetto romanesco, al Bambino Gesù in una sorta di diario personale, di riflessione su quello che circonda e accade al giovane.

Non solo prosa, ma anche poesia che fa capolino nel racconto grazie a Viola, ragazzina in apparenza strana con il suo mercatino di oggetti davanti al bar, ma che nasconde dentro di sé una grande sofferenza e inquietudine che la portano a essere ricoverata in ospedale per problemi alimentari: la sua solitudine e quella di Davide si incontrano e tra i due nasce un legame molto forte che darà alla giovane un motivo per provare a superare i suoi problemi (a pag. 234 negli ultimi versi di una poesia di Viola si legge: ero forse grigia/forse arrugginita/ora bocca asciutta/ un po’ di sete di vita/è un ricordo, la ruggine/l’ha tolta la rugiada/ ora Viola è ruggito/ di falena rinata)

Tematiche come la famiglia con le sue difficoltà, le problematiche legate all’essere stranieri nel paese in cui si vive, l’incontro con il diverso e l’imprevisto, le preoccupazioni legate alla salute e al futuro prendono vita sotto gli occhi del lettore in un giusto equilibrio tra ironia e profondità delle riflessioni.

A un certo punto della narrazione Ilaria di autodefinisce come uno squalo che non può mai stare fermo, così da non pensare a quello che deve fare o ad altro, e tra i tanti il pensiero che più la spaventa è quello legato al suo futuro a  come afferma a pag.122 “quali sogni voglio fare veri. E mi sento in colpa perché non so che sogni ho”. L’unica vera risposta ai suo pensieri la dà. forse, Damien, quando ricorda alla protagonista, ma soprattutto a tutti noi, che “devi essere felice. Non devi avere un bel lavoro, un bel lavoro tipo che lo zio a Natale ti dice brava. […]Se quando sarai grande, arrivi a un certo punto e non sei sicura che sei felice, fai così. Un giorno non mettere la sveglia. Non andare al lavoro. […] La sera, poi, se ti senti riposata, ma hai voglia di mettere la sveglia per il giorno dopo, allora vuol dire che la vita che fai ti fa felice”.

La grandezza dei romanzi si misura anche dalla capacità dell’autore si coinvolgere il lettore, di chiamarlo in causa e di farlo sentire parte della narrazione indipendentemente dalla sua età e questo accade leggendo il poliedrico romanzo Ilaria nella giungla: è impossibile non sentirsi parte della “Carovana della speranza”, il nome che Ileria e i suoi compagni di lavoro immaginano potrebbe avere una loro band.

Maria Crevaroli

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