puoi sempre vantarti di non avere qualcosa” Ruth Krauss

Scrivere dell’infanzia di Elsa Morante vuol dire scrivere sull’infanzia. Vuol dire andare indietro nel tempo, negli anni, i nostri, di chi scrive, indietro agli anni e negli anni di Morante e poi tornare ancora più indietro a un’infanzia che abbiamo perduto. Once upon a time long before your grandmother of your grandmother was born…Un’infanzia che è impastata delle angosce di cui sono piene le storie dei fratelli Grimm. A cui corrispondeva un mondo adulto che voleva correggere, punire i cattivi comportamenti, inculcare il senso del rispetto e dell’autorità, riformare, trasformare i diavoli in angeli, pinocchio in un bambino di carne ed ossa. Lo vuole ancora. Ad offrire una cornice in cui solo le storie pedagogiche possono avvenire. Guai ad oltrepassarla.

C’è un albo illustrato di uno dei più grandi illustratori per l’infanzia, Maurice Sendak. L’albo si intitola Outside over there, in italiano Nel mondo là fuori (Adelphi, traduzione di Lisa Topi). Abbiamo però visto tutti il film Labirynth con David Bowie ispirato alla storia di Sendak, di cui una copia si intravede in una scena sullo scaffale di una libreria. Le illustrazioni bellissime, faticano a stare nella pagina; l’incontro con Ida la giovane protagonista in camicione da notte è a distanza ravvicinata, troppo.

Sendak dedicò diversi anni a prepararlo. E tutta la sua arte per scavare nel buco che sta lì per essere scavato, e tornare indietro alla sua infanzia, quella di un ragazzino malaticcio a Brooklyn, terzo figlio di due immigrati polacchi marcati dall’olocausto, con una sorella o piuttosto un fratello maggiore Jack, con cui condivide il letto e le pulci, e che gli racconta le storie della buonanotte, il libro sul comodino che lui annusa prima di leggere. La madre distante e un po’ folle. Per trovarla quell’infanzia e poi restituirla in una storia definita “disturbante” (aggettivo a cui Sendak ha dovuto abituarsi, una che ai genitori non piaceva, che le biblioteche non compravano) in cui si dice troppo e troppo poco.

Il colore grigio e spento di una figura materna assente; dei Goblin incappucciati e minaccianti, che sono lì sin dalla prima pagina, ai margini della coscienza della piccola Ida, la protagonista; Ida con una smorfia terribile, piedi enormi e un corno; la lettera di un padre che chiede ad Ida di proteggere la sua sorellina e la madre, come se la madre a causa della sua depressione (perché il marito è in mare o post-partum) non possa prendersi cura della neonata. Un fantoccio, impostore che i Goblins metteno al suo posto, un bambino di ghiaccio che è solo il figlio non abbastanza amato di una madre di ghiaccio. Una finestra e quel fatidico momento di distrazione, soglia tra bene e male. Un finale felice in cui al posto dei goblins svolazzano farfalle di cenere perché lo sappiamo non siamo mai del tutto in salvo.

In queste pagine c’è tutto l’ignoto che nessun adulto può spiegare ad un bambino perché non può spiegarlo nemmeno a se stesso: è lì outside over there, in un luogo imprecisato, where the wild things are (titolo di altro albo uscito qualche anno prima), maldestramente tradotto con Nel paese dei mostri selvaggi, perché dove non è un paese, ma noi abbiamo bisogno sempre di determinare e specificare, di incorniciare e proteggerci.

E c’è la forza di un bambino nel suo cammino solitario. Per Sendak un bambino è sempre una forza sproporzionata, fuori dimensione, è tutto quello che sta fuori della cornice. Lui quella cornice l’ha disegnata e poi sfumata ed al suo posto dalla matita è uscita fuori una foresta, quella del mondo selvaggio di Max, protagonista della sua storia più conosciuta, Where the wild things are. Bambini nudi, bambini che strillano QUIET DOWN THERE! Bambini prevaricanti, che come Max oltrepassano i limiti, che vogliono divorare tutto anche la loro mamma in barba alla psicologia. Quel mondo che sta dentro e fuori, che era solo un sogno come quello di Alice oppure no.

L’infanzia è quel pozzo di innocenza da cui Sendak trae la sua forza a cui le canzoni di Blake lo aiuteranno da adulto a dargli forma. Songs of innocence and of experience di Blake. Quel pozzo di innocenza da cui sale anche tutta la poetica di Morante. Più di tutto amo il mare, i gatti e i bambini.

Elsa Morante comincia a scrivere scrivendo storie per l’infanzia sul Corriere dei Piccoli, illustrando lei stessa la storia di Le straordinarie avventure di Caterina, che Einaudi pubblicherà dopo. Storie che sono la riscrittura di un’altra storia, ancora più remota, quella del drappo d’oro che era rimasto sempre lì, sotto, sotto gli occhi di tutti, appena nascosto nel cortile della casa di Testaccio, la storiella che raccontava alla sorella Maria, la più piccola, mentre attraversavano i campi di Monteverde. Quelle che confluiranno simbolicamente nel Gioco segreto e che daranno poi corso ai romanzi. Poi ci saranno Arturo, Manuel, e tutti i ragazzini che salvano il mondo. L’innocenza della canzone di Blake. Poi ci sarà Useppe, il bambino della Storia, indimenticabile e grandioso protagonista della letteratura universale. E così il gesto della scrittura resterà per sempre legato a quel laggiù. A sua madre, orgogliosa di ogni suo componimento, stropicciato nella tasca del cappottino, sua madre che non ha mai ostacolato i suoi incubi di bambina.

L’infanzia di Morante non può essere raccontata con parole leziose, una sfilza di aneddoti che copiano l’originale. Perché credo che la soglia da cui si affaccia la scrittrice non è un gioco di fatti veri o falsi, ma un punto inafferrabile rischiarato da un lumino ad olio. Ha le sproporzioni dell’incubo quello che le veniva quando aveva la febbre.

Laggiù c’è Testaccio, un quartiere di Roma, un altro Testaccio perso nella storia. E un  appartamento di un caseggiato popolare in via Amerigo Vespucci 42, fatto costruire da Ernesto Nathan, ebreo e socialista, sindaco di Roma agli inizi del novecento. Figlia di una maestra e di un educatore di riformatorio. Mentre sua madre le dice che è una regina, esibisce ogni suo traguardo e prodigio, lei bambina sa, per istinto conosce i due mondi, quello reale e quello immaginario. Vede i sacrifici, e la disfunzionalità di una coppia che nasconde un segreto, una specie di austerità che però ha un nervo sempre più scoperto.

Irma la madre attraversa le strade fangose del quartiere ancora in via di costruzione, stretta nel suo cappottino grigio di lana, per arrivare alla scuola elementare di San Lorenzo, dove finalmente ha trovato un posto come maestra. È una donna forte eppure piccola fino a diventare invisibile, in quel cappottino di quella foto dalle piccole dimensioni incorniciata sul televisore di Maria, l’ultima dei fratelli Morante. Non era stato facile incontrare un lavoro dopo aver superato il concorso, anche se lei era brava, molto brava. Elsa è a casa con una balia, con qualcun altro, con il padre, Augusto, quando non lavorava di notte e i turni al riformatorio glielo permettevano. Gioca, saltella, piange, recita poesie. Dalle finestre che danno sul cortile salgono le voci dei bambini della palazzina che frequentano il piccolo asilo nido che ancora oggi si trova al piano terra di uno dei blocchi del caseggiato. E poi tutto il resto: gli schiamazzi dei ragazzi nelle strade, figli di operai e ferrovieri, gli zoccoli e il puzzo dei cavalli, le grida dei venditori ambulanti, il rintocco delle campane di Santa Maria Liberatrice, il fischio dei treni che partono dalla stazione di Porta San Paolo, e a mezzogiorno le sirene delle vetrerie che richiamano gli operai. Nello stesso quartiere la pedagoga Maria Montessori ha aperto da pochi anni la prima Casa dei bambini. Lì vicino, dietro alla sinagoga, si intrecciano le stradine del Ghetto.

Il parto (agosto 1918) è segnato dal desiderio assoluto di diventare madre, a qualsiasi prezzo, dalla paura, perché il suo primo bambino le era morto qualche giorno dopo la nascita, e dalla vergogna di portare in grembo la figlia di un altro uomo. Nessuno doveva saperlo.

Qualche giorno dopo la nascita, mentre Irma riposava con Elsa, suo marito, Augusto Morante, si recò all’anagrafe di Roma assieme a dei testimoni. Tra le persone che lo accompagnavano c’era un tal Francesco Lo Monaco, un impiegato di trentasette anni, anche lui siciliano come Augusto, conosciuto in una delle osterie dove passava le ore solitarie. Francesco era il padre naturale di Elsa. Davanti all’impiegato, sotto l’ombra beffarda di Francesco, alto, bello e spavaldo, Augusto dichiarò che quella bambina che lui avrebbe voluto chiamare Eva, era sua figlia.

Irma era arrivata a Roma qualche anno prima, nel 1910. Piena di speranze. A Modena, dove era nata, nel 1880, quando gli ebrei erano ancora segregati nel ghetto che sarebbe stato aperto di lí a poco, la gente si appartava o si voltava quando vedeva passare un ebreo per strada. L’antisemitismo strisciava nella popolazione. Qualcuno intonava: “Ehi de la ca’ d’Abram venite tutti in sinagoga che c’è un ebreo che vuol morir, ma prima che lui muoia lo vogliamo seppellir”. E lei era ebrea, figlia di ebrei, i Poggibonzi e i De Angelis, nipote del rabbino capo della comunità ebraica di Trieste. Viveva con i genitori nel piccolo Ghetto, vicino al vecchio tempio.

Quell’interno familiare ricompare rischiarato dalla luce funebre dei lumini del cimitero ebraico, tirato fuori dal pozzo oscuro di una memoria comune, quella di Elsa e di sua madre, in uno dei racconti della raccolta Lo scialle andaluso, intitolato “Il ladro di lumi”.

La protagonista del racconto, una bambina di sei anni, vive al quinto piano di una palazzina, in fondo ad una stradina stretta, proprio a ridosso del Tempio. Dalla finestra dell’appartamento, la bambina spia gli uomini in fila sul ballatoio di una casa vicina da cui entrano ed escono delle prostitute. In realtà sta seguendo con gli occhi suo padre che le prostitute provocano ed invitano a salire, quando passa sotto il balcone.

La ragazzina del racconto ha paura del padre, il gobbetto, lo sfottono perché ha una leggera gobba. Ogni tanto la manda a fare delle commissioni o a giocare i numeri al lotto. Attenta, altrimenti lui la picchierà e la maledirà. La madre aveva il volto “sciupato dal rancore”. Lo stesso rancore che deformerà anche il volto di Irma. “Ad ogni occasione si batteva rabbiosamente la fronte con i pugni e aveva l’abitudine di maledirmi, in un ebraico solenne, volgendo verso il tempio quella faccia sfatta”. Succederà anche ad Irma di perdere il controllo, di provare con una certa teatralità ad ammazzarsi. Elsa farà le sue commedie e proverà ad ammazzarsi.

Irma raccontò ai suoi figli che una volta, dalla finestra di casa, nel buio del tramonto, quando sigillavano i quattro portoni del ghetto, aveva sorpreso il guardiano del cimitero, probabilmente il cimitero in fondo alla via Pelusia, mentre rubava l’olio dei lumini. Storie della buonanotte. A me la nonna raccontava di persone rimaste chiuse nei cimiteri e ritrovate il giorno dopo infilzate nei cancelli che avevano provato a scavalcare durante la notte. O di quel munaciello che conosceva i passaggi segreti delle case, come i Gobelins di Sendak. E in un salto beffardo passava dai demoni all’angelo custode. Altre storie, mentre guardavamo dalla finestra i bambini che andavano a scuola. La finestra da cui Sendak guardava tutti i suoi bambini, soprattutto l’incredibile Rosie (Rosie’s Party, bambina che ama i travestimenti come Elsa). La finestra e la risposta di Kenny in Kenny’s Window, la sua prima storia. Cos’è una finestra?: what looks inside and what looks outside.

Irma si svegliava presto al mattino, formica e leonessa, preparava il pranzo in cucina, usciva, prendeva il tram per raggiungere la scuola, faceva la spesa prima che le botteghe chiudessero, rincasava, rassettava la casa, accudiva i figli, correggeva i compiti dei suoi scolari, Aldo il fratello maggiore e Marcello, il fratello minore si fronteggiavano, gli schiaffi del fratello maggiore, le lezioni dell’indomani, le voci di Elsa e Aldo che coprono quella di Marcello, si occupava del marito, gli preparava i pranzi per i turni in carcere, lo ignorava. Questo avrebbe fatto per tutta la sua vita. La piccola Elsa a volte seguiva la madre, che la portava con sé alla scuola di San Lorenzo. Altre volte accompagnava Augusto al riformatorio. Per Elsa le ore al riformatorio erano una festa. Si divertiva di più a giocare con i ragazzacci. Le bambine, che giocavano a fare le mamme e le signore, la annoiavano.

Ritorno ad Outside over there, alle pagine di Sendak, nel tempo quasi congelato della casa della piccola Ida, sotto il ritratto del padre assente (è in mare? tornerà? O non è più tornato), la casa vive bloccata nell’assenza. Nella stanzetta Ida guarda fuori da qualche parte mentre suona il corno, la sorellina è alle spalle e viene rapita, in quell’attimo di distrazione. I Gobelins la rapiscono per portarla in sposa. È una critica al mondo patriarcale che dava in sposa donne bambine. I Gobelins si scioglieranno in un fiume danzante, la sorellina rinascerà da un guscio rotto. E quella di Sendak è una storia di coraggio tutta al femminile.

Elsa si ammalò di anemia. Irma si sentiva avvilita, doveva aiutare a tutti i costi la sua bambina. E a venirle in aiuto fu Donna Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, madrina di battesimo di Elsa, amica e collaboratrice di Maria Montessori, che Irma conosceva e di cui utilizzava il nuovo metodo pedagogico nella scuola di San Lorenzo. Così un giorno Irma accompagnò Elsa nella villa di Donna Maria. Con sé la piccola portava una valigia di fibra in cui la madre aveva ordinato alla meglio i suoi vestiti, pochi, rifatti e lisi. Elsa era emozionata: l’ingresso nel mondo patrizio. I figli di Donna Maria, Nella e suo fratello, furono i compagni di gioco di Elsa per un periodo imprecisato, e intermittente, forse due anni. Elsa componeva poesie, inventava storie e, assieme ai figli di Donna Maria e a quelli della servitù, organizzava delle piccole recite per la famiglia Maraini ed i loro amici.

L’ingresso nella villa sul largo di Villa Massimo, ora sede dell’Accademia tedesca, le restituisce un’immagine sproporzionata della loro miseria, della miseria dell’appartamento proletario di via Vespucci. Nutrono la consapevolezza della differenza tra le classi sociali, e dell’ingiustizia di quella società. E in Menzogna e sortilegio, quel mondo ritorna: un mondo di baroni, marchesi e duchi, che sotto la sua penna si sgretola, spettrale, fatiscente, buio, tetrico, come la dimora dei Cerentano. Lei, Elsa, la regina di stracci e di stoppa.

Mentre il mio corpo era quel che vi ho detto, l’anima mia era una cosa grossa e nera, piena di occhi curiosi e di tortuosi, cupi vicoli. Era un mostro ipocrita e spietato. Anzitutto, mentre gli altri mi credevano piccola, ero grande”. Quando la riaccompagnarono a via Vespucci, Elsa era contenta di essere tornata, piena di storie da raccontare e nuovi giochi segreti. Entrò e fingendo divertita delle maniere raffinate, aprì la valigia e con il suo sorrisetto dai denti distanti, sotto gli occhi invidiosi dei fratelli, tirò fuori un fonografo giocattolo, il suo primo strumento musicale.

Uno strumento musicale come il corno di Ida di Outside over there. Specie di flauto magico, che distrae Ida mentre i Gobelins rapiscono la sorellina ma anche strumento di potere, ammaliatore e magico come o al posto di una spada, che permetterà a Ida di trasformare  e sciogliere i Gobelins in un fiume. Simbolo del potere creativo dell’immaginazione.

I Morante cambieranno casa, nascerà Maria, l’ultima sorella, anche lei figlia di Francesco Lo Monaco, Elsa avrà la sua stanza, quella di una adolescente oramai.

Negli Aneddoti infantili racconta di essere innamorata del famoso aviatore Charles Lindberg a cui  scrive lettere d’amore, firmandosi «Velivola». Lo stesso Lindberg che era arrivato alle cronache per il rapimento di suo figlio, un neonato che sarebbe stato ritrovato morto, non distante dalla sua casa. Quella notizia di giornale terribile del ritrovamento del figlio dell’aviatore rapito, aveva perturbato profondamente l’infanzia di Maurice Sendak. La foto del corpicino martoriato era come una polaroid rimasta conficcata dentro. Tanto da sopravvivere e affiorare anni dopo nel racconto di cui vi sato parlando, la storia di Ida di Outside over there e del rapimento della sua piccola sorellina. Che i Goblin sostituiscono con una fantoccio di ghiaccio, bianco e senza vita.

Elsa protagonista di quelli che sono stati malamente intitolati aneddoti infantili, è una antieroina, come Max, come gli eroi e le eroine di Sendak: una bambina che non si ama, con l’anima nera, tra bambini scornati e lamentevoli, superba, dispettosa, che a chi le chiede cosa farai da grande rispondeva e a te che cosa importa. I don’t care! è quello che dice Pierre, altro enfant sauvage di Sendak. Abitante di un pianeta deserto e corrusco. Bruttissima, Una peccatrice, capace di architettare terribili bugie. Capelli maliziosamente arricciati e virgole sulle unghie. Che picaresca prende in giro anche don Celestino. Che bullizza Nella-Giacinta. Una bambina che vuole attirare l’attenzione con quei suoi vestisti sgargianti e pacchiani, veri o finti che fossero. Elsa imparerà a costruirsi ma in qualche modo rimarrà fedele a quel desiderio di eccesso coltivato nell’infanzia. Se il bonton dei salotti deve essere tenuto a bada, nascosto, e lasciarlo intravedere sotto il filo di perle, lei, scrittrice, continuerà a provocare indossando abiti Schiaparelli di carta straccia.

La bambina che con le sue fantasie e personificazioni ha forzato il mondo stolido degli adulti, che si è immaginata in qualcosa d’altro senza mai rinunciare a se stessa, è sempre stato l’anello magico che ha unito se stessa a quel mondo outside over there. Be still!, grida Max ai mostri. L’incanto è gettato e i suoi demoni si trasformano in parole.

Silvia Acierno