Foto, interviste, filmati, registrazioni mi hanno fatto conoscere il suo volto, i suoi gesti, la sua voce. La lunga frequentazione con i suoi testi mi fa tuttavia prediligere l’immagine con la quale l’ha rievocata, nel 1986, nel suo romanzo Estinzione, Thomas Bernhard. Ingeborg Bachmann è lì Maria, “la mia prima poetessa” (così la chiama l’io narrante), che appare all’improvviso nella valle di una località dell’Italia settentrionale “con il suo folle completo, giacca e pantaloni”. Sembra che venga direttamente, o stia per recarsi, a una serata di gala al Teatro dell’Opera. Viene da Parigi, Maria, non da Roma, dove all’epoca abita. Così, per me, Ingeborg Bachmann è Maria, nella sua mise per l’Opera, felicemente fuori luogo per una escursione in montagna, con i pantaloni neri di velluto stretti sotto il ginocchio, con la giacca di velluto color rosso cardinale e il colletto turchese.
Il percorso che propongo qui attraversa tutta la sua opera poetica, proposta nella mia traduzione. Le date di stesura dei testi presentati vanno dal 1948, vale a dire dal gruppo delle poesie giovanili, al 1964, anno di stesura di Wahrlich (Veramente) e Böhmen liegt am Meer (La Boemia è sul mare). A proposito di quest’ultimo componimento, ecco alcune mie considerazioni e un breve ma significativo aneddoto, che accompagnò nel febbraio 2011 la sua pubblicazione sul blog dell’indimenticato Francesco Marotta, “La dimora del tempo sospeso”.
Il mare dove non c’è? Un’esplorazione, questa, che si addentra nel regno dell’utopia. Lì, insieme allo scanzonato Tucholsky che vagheggiava il mare a Berlino, incontriamo Franz Werfel, Ingeborg Bachmann, Franz Fühmann e Volker Braun che prendono le mosse dal Racconto d’inverno di Shakespeare. Una Boemia bagnata dal mare domina nei versi di Ingeborg Bachmann, che li scrive a Roma nel 1964. A quell’epoca risalgono anche le sue traduzioni dei versi di Ungaretti.
Dai ricordi di Inge von Weidenbaum riporto questa annotazione:
«Molto è stato detto della voce di Ingeborg. Che parlava a voce bassa, che parlava in modo esitante e stentato. Che non aveva idea di cosa fosse la recitazione, anche le Lezioni di Francoforte le aveva lette quasi sussurrando. Io l’ho sentita leggere insieme al poeta Giuseppe Ungaretti, noto per aver saputo abbinare all’arte della parola l’arte della musica. In effetti, la sua voce risuonava come un’onda possente che egli faceva rotolare nella parola “il ma-re, il ma-re”. E Ingeborg, che leggeva le sue poesie da lei tradotte, a un tratto abbandonò il suo contegno e anche la sua voce si fece sonora e profonda. Noi dicemmo allora che Ungaretti aveva compiuto in lei un miracolo di gemellaggio vocale. Cosa che successe ancora una volta durante una delle sue letture di “La Boemia sta sul mare”».
Anna Maria Curci
Tutte le traduzioni sono di Anna Maria Curci
Da Gedichte 1948-1953 (“Poesie 1948-1953”)
[A sera chiedo a mia madre]
A sera chiedo a mia madre,
in segreto, dello scampanio,
com’io debba interpretare il giorno
e preparare la notte.
Nel profondo esigo sempre
di narrare proprio tutto,
di assortire in accordi
ciò che in suoni mi lambisce.
In silenzio, insieme, tendiamo l’orecchio:
mia madre torna a sognarmi
e coglie, come antichi canti,
il modo maggiore e minore della mia natura.
Aus: Gedichte 1948-1953
[Abends frag ich meine Mutter]
Abends frag ich meine Mutter
heimlich nach dem Glockenläuten,
wie ich mir die Tage deuten
und die Nacht bereiten soll.
Tief im Grund verlang ich immer
alles restlos zu erzählen,
in Akkorden auszuwählen,
was an Klängen mich umspielt.
Leise lauschen wir zusammen:
meine Mutter träumt mich wieder,
und sie trifft, wie alte Lieder,
meines Wesens Dur und M
Da: Il tempo prorogato (Die gestundete Zeit, 1953)
Dire cose oscure
Come Orfeo io suono
la morte sulle corde della vita
e fin dentro la bellezza della terra
e dei tuoi occhi, che governano il cielo,
so dire solo cose oscure.
Non dimenticare che anche tu, all’improvviso,
quel mattino in cui il tuo giaciglio
grondava ancora rugiada e il garofano
dormiva sul tuo cuore,
vedesti il fiume oscuro
che ti passava accanto.
Tesa la corda del silenzio
sull’onda di sangue,
afferrai il tuo cuore vibrante.
Tramutati furono i tuoi riccioli
nella capigliatura d’ombra della notte,
i fiocchi neri delle tenebre
caddero come neve sul tuo volto.
E io non ti appartengo.
Di entrambi ora è il dolore.
Ma come Orfeo io so
la vita dalla parte della morte
e mi diventa azzurro
l’occhio tuo chiuso per sempre.
Dunkles zu sagen
Wie Orpheus spiel ich
auf den Saiten des Lebens den Tod
und in die Schönheit der Erde
und deiner Augen, die den Himmel verwalten,
weiß ich nur Dunkles zu sagen.
Vergiß nicht, daß auch du, plötzlich,
an jenem Morgen, als dein Lager
noch naß war von Tau und die Nelke
an deinem Herzen schlief,
den dunklen Fluß sahst,
der an dir vorbeizog.
Die Saite des Schweigens
gespannt auf die Welle von Blut,
griff ich dein tönendes Herz.
Verwandelt ward deine Locke
ins Schattenhaar der Nacht,
der Finsternis schwarze Flocken
beschneiten dein Antlitz.
Und ich gehör dir nicht zu.
Beide klagen wir nun.
Aber wie Orpheus weiß ich
auf der Seite des Todes das Leben
und mir blaut
dein für immer geschlossenes Aug.
Girotondo
Girotondo — cessa talvolta l‘amore
nell’estinguersi degli occhi,
e noi vediamo dentro
gli occhi suoi propri spenti.
Fumo freddo dal cratere
ci alita sulle ciglia;
solo una volta il vuoto orrendo
trattenne il respiro.
Gli occhi morti abbiamo
visto e mai dimentichiamo.
Più a lungo di ogni cosa dura l’amore
e mai ci riconosce.
Reigen
Reigen — die Liebe hält manchmal
im Löschen der Augen ein,
und wir sehen in ihre eignen
erloschenen Augen hinein.
Kalter Rauch aus dem Krater
haucht unsre Wimpern an;
es hielt die schreckliche Leere
nur einmal den Atem an.
Wir haben die toten Augen
gesehn und vergessen nie.
Die Liebe währt am längsten
und sie erkennt uns nie.
Il tempo prorogato
Verranno giorni più duri
Il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare la scarpa
E ricacciare i cani nei cortili,
ché le interiora dei pesci
si sono raffreddate al vento.
Arde misera la luce dei lupini
Il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia:
il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.
Dall’altra parte ti affonda l’amata nella sabbia,
sale sui suoi capelli svolazzanti,
le tronca la parola,
le ingiunge di tacere,
la trova mortale
e acconsente all’addio
dopo ogni amplesso.
Non ti cambiare
Allacciati la scarpa
Ricaccia indietro i cani.
Getta i pesci nel mare,
Spegni i lupini.
Verranno giorni più duri.
Die gestundete Zeit
Es kommen härtere Tage.
Die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.
Bald mußt du den Schuh schnüren
und die Hunde zurückjagen in die Marschhöfe.
Denn die Eingeweide der Fische
sind kalt geworden im Wind.
Ärmlich brennt das Licht der Lupinen.
Dein Blick spurt im Nebel:
die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.
Drüben versinkt dir die Geliebte im Sand,
er steigt um ihr wehendes Haar,
er fällt ihr ins Wort,
er befiehlt ihr zu schweigen,
er findet sie sterblich
und willigt dem Abschied
nach jeder Umarmung.
Zieh dich nicht um
Schnür deinen Schuh.
Jag die Hunde zurück
Wirf die Fische ins Meer
Lösch die Lupinen.
Es kommen härtere Tage.
Tutti i giorni
La guerra non è più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
si è fatto quotidiano. L’eroe
resta distante dalle battaglie. Il debole
è avanzato nelle zone di fuoco.
L’uniforme del giorno è la pazienza,
l’onorificenza la stella dimessa
della speranza all’altezza del cuore.
Viene conferita
quando non succede più nulla,
quando smette di martellare l’artiglieria,
quando il nemico è diventato invisibile,
e l’ombra di armamento perenne
copre il cielo.
Viene conferita
per la fuga dinanzi alle bandiere
per la prodezza dinanzi all’amico,
per lo svelamento di segreti indegni
e la non osservanza
di qualunque comando.
Alle Tage
Der Krieg wird nicht mehr erklärt,
sondern fortgesetzt. Das Unerhörte
ist alltäglich geworden. Der Held
bleibt den Kämpfen fern. Der Schwache
ist in die Feuerzonen gerückt.
Die Uniform des Tages ist die Geduld,
die Auszeichnung der armselige Stern
der Hoffnung über dem Herzen.
Er wird verliehen,
wenn nichts mehr geschieht,
wenn das Trommelfeuer verstummt,
wenn der Feind unsichtbar geworden ist
und der Schatten ewiger Rüstung
den Himmel bedeckt.
Er wird verliehen
für die Flucht vor den Fahnen,
für die Tapferkeit vor dem Freund,
für den Verrat unwürdiger Geheimnisse
und die Nichtachtung
jeglichen Befehls.
Nella bufera delle rose
Dovunque ci voltiamo nella bufera delle rose,
la notte è rischiarata da rovi, e il rombo
del fogliame, che era così sommesso nei cespugli,
ci segue ora passo dopo passo.
Im Gewitter der Rosen
Wohin wir uns wenden im Gewitter der Rosen,
ist die Nacht von Dornen erhellt, und der Donner
des Laubs, das so leise war in den Büschen,
folgt uns jetzt auf dem Fuß.
Da Invocazione all’Orsa maggiore (Anrufung des großen Bären, 1957)
Invocazione all’Orsa Maggiore
Orsa Maggiore, vieni giù, notte arruffata,
animale dal pelo di nubi con gli occhi antichi,
occhi di stelle,
dal groviglio luccicanti irrompono
le tue zampe con gli artigli,
artigli di stelle,
vigili le greggi custodiamo,
ma preda siamo del tuo incanto, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi e dei tuoi denti
aguzzi, che a metà scopri,
vecchia Orsa.
Una pigna: il vostro mondo.
Voi: le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine,
gli soffio sopra, gli guardo in bocca
e l’afferro con le zampe.
Abbiate timore oppure non ne abbiate!
Versate l’obolo nel bussolotto
e date al cieco una buona parola,
perché tenga l’Orsa ben stretta al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.
Potrebbe darsi che quest’Orsa
si liberi dal guinzaglio, non minacci più
e dia la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti; a quelle grosse, alate,
che precipitano dal Paradiso.
Anrufung des Großen Bären
Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.
Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.
Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.
‘s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradies stürzen.
Paese di nebbia
D’inverno la mia amata
è tra gli animali del bosco.
Ch’io debba tornare prima che si faccia giorno
sa la volpe e ride.
Come tremano le nuvole! E sul
bavero di neve uno strato
mi cade di ghiaccio incrinato.
D’inverno la mia amata
è un albero tra gli alberi e invita
le cornacchie tapine
tra i suoi bei rami. Sa
che il vento all’alba
solleva il suo abito da sera
rigido, ricoperto di brina
e mi ricaccia a casa.
D’inverno la mia amata
è tra i pesci ed è muta.
Succube delle acque, mosse
da dentro dalla carezza delle sue pinne,
sto in piedi sulla riva, e vedo
com’ella si tuffa e vira,
finché lastre di ghiaccio non mi scacciano.
E di nuovo bersaglio del grido di caccia
dell’uccello che su di me spiega
rigide le ali, mi abbatto
in aperta radura: lei spenna
i polli e mi getta una bianca
clavicola. La metto intorno al collo
e vado via in mezzo al vortice amaro delle piume.
Infedele è la mia amata,
lo so, talvolta si reca in città
sospesa su tacchi alti,
nei bar, con la cannuccia,
ai bicchieri dà un bacio profondo,
e ha parole per tutti,
ma questa lingua io non comprendo.
Di nebbia un paese ho veduto
Di nebbia un cuore ho mangiato.
Nebelland
Im Winter ist meine Geliebte
unter den Tieren des Waldes.
Daß ich vor Morgen zurückmuß,
weiß die Füchsin und lacht.
Wie die Wolken erzittern! Und mir
auf den Schneekragen fällt
eine Lage von brüchigem Eis.
Im Winter ist meine Geliebte
ein Baum unter Bäumen und lädt
die glückverlassenen Krähen
ein in ihr schönes Geäst. Sie weiß,
daß der Wind, wenn es dämmert,
ihr starres, mit Reif besetztes
Abendkleid hebt und mich heimjagt.
Im Winter ist meine Geliebte
unter den Fischen und stumm.
Hörig den Wassern, die der Strich
ihrer Flossen von innen bewegt,
steh ich am Ufer und seh,
bis mich Schollen vertreiben,
wie sie taucht und sich wendet.
Und wieder vom Jagdruf des Vogels
getroffen, der seine Schwingen
über mir steift, stürz ich
auf offenem Feld: sie entfiedert
die Hühner und wirft mir ein weißes
Schlüsselbein zu. Ich nehm’s um den Hals
und geh fort durch den bitteren Flaum.
Treulos ist meine Geliebte,
ich weiß, sie schwebt manchmal
auf hohen Schuh’n nach der Stadt,
sie küßt in den Bars mit dem Strohhalm
die Gläser tief auf den Mund,
und es kommen ihr Worte für alle.
Doch diese Sprache verstehe ich nicht.
Nebelland hab ich gesehen,
Nebelherz hab ich gegessen.
Spiegami, Amore
Lieve il tuo cappello si leva, saluta, fluttua nel vento,
il tuo capo scoperto ha incantato le nuvole,
il tuo cuore ha da fare altrove,
la tua bocca s’annette nuovi idiomi,
l’erba tremolina si propaga nei campi,
Di aster, soffiando, l’estate attizza e spegne il fuoco,
e tu sollevi il volto accecato dai fiocchi,
ridi e piangi e a causa tua soccombi,
cos’altro mai può accaderti –
Spiegami, Amore!
Il pavone, in solenne stupore, fa la ruota,
la colomba rialza il suo bavero di penne,
satura del tubare, si distende l’aria,
grida il maschio dell’anatra, di miele selvatico
s’impregna tutto il paese, anche nel parco ben
disposto ogni aiuola ha cinto
una polvere d’oro.
Rosso si fa il pesce, supera il banco
e si tuffa tra grotte nel letto di coralli.
Su musica di sabbia argentea timido danza lo scorpione,
da lungi il coleottero fiuta la maestosa;
avessi questo suo senso, sentirei anch’io
sotto la sua corazza il bagliore di ali
e m’incamminerei verso il lontano cespuglio di fragole!
Spiegami, Amore!
L’acqua sa parlare,
l’onda prende l’onda per mano,
nella vigna s’ingrossa l’uva, si spacca e cade.
E quanto priva di malizia la chiocciola lascia la sua casa!
Una pietra sa come ammorbidirne un’altra!
Spiegami, Amore, ciò che non so spiegare:
dovrei passare questo breve orribile tempo
soltanto con pensieri e, caso isolato,
non conoscere amore né far nulla che amore sia?
Si è costretti a pensare? Non si avverte la mancanza di chi pensa?
Tu dici: un altro spirito conta su di lui.
Non spiegarmi nulla. Vedo la salamandra
attraversare ogni fuoco.
Non un fremito la scuote e nulla le dà dolore.
Erklär mir, Liebe
Dein Hut lüftet sich leis, grüßt, schwebt im Wind,
dein unbedeckter Kopf hat’s Wolken angetan,
dein Herz hat anderswo zu tun,
dein Mund verleibt sich neue Sprachen ein,
das Zittergras im Land nimmt überhand,
Sternblumen bläst der Sommer an und aus,
von Flocken blind erhebst du dein Gesicht,
du lachst und weinst und gehst an dir zugrund,
was soll dir noch geschehen –
Erklär mir, Liebe!
Der Pfau, in feierlichem Staunen, schlägt sein Rad,
die Taube stellt den Federkragen hoch,
vom Gurren überfüllt, dehnt sich die Luft,
der Enterich schreit, vom wilden Honig nimmt
das ganze Land, auch im gesetzten Park
hat jedes Beet ein goldener Staub umsäumt.
Der Fisch errötet, überholt den Schwarm
und stürzt durch Grotten ins Korallenbett.
Zur Silbersandmusik tanzt scheu der Skorpion
Der Käfer riecht die Herrlichste von weit;
hätt ich nur seinen Sinn, ich fühlte auch,
daß Flügel unter ihrem Panzer schimmern,
und nähm den Weg zum fernen Erdbeerstrauch!
Erklär mir, Liebe!
Wasser weiß zu reden,
die Welle nimmt die Welle an die Hand,
im Weinberg schwillt die Traube, springt und fällt.
So arglos tritt die Schnecke aus dem Haus!
Ein Stein weiß einen andern zu erweichen!
Erklär mir, Liebe, was ich nicht erklären kann:
Sollt ich die kurze schauerliche Zeit
nur mit Gedanken Umgang haben und allein
nichts Liebes kennen und nichts Liebes tun?
Muß einer denken? Wird er nicht vermisst?
Du sagst, es zählt ein andrer Geist auf ihn…
Erklär mir nichts. Ich seh den Salamander
durch jedes Feuer gehen.
Kein Schauer jagt ihn, und es schmerzt ihn nichts.
Réclame
Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
nel modo migliore
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
nel modo migliore
quando silenzio di tomba
sopraggiunge
Reklame
Wohin aber gehen wir
ohne sorge sei ohne sorge
wenn es dunkel und wenn es kalt wird
sei ohne sorge
aber
mit musik
was sollen wir tun
heiter und mit musik
und denken
heiter
angesichts eines Endes
mit musik
und wohin tragen wir
am besten
unsre Fragen und den Schauer aller Jahre
in die Traumwäscherei ohne sorge sei ohne sorge
was aber geschieht
am besten
wenn Totenstille
eintritt
Canti lungo la fuga
Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, I Trionfi
XV
Ha un trionfo l’amore e la morte ne ha uno,
il tempo e il tempo dopo.
Noi non ne abbiamo alcuno.
Solo calare d’astri intorno a noi. Riverbero e tacere.
Ma il canto oltre la polvere dopo
ci saprà scavalcare.
Lieder auf der Flucht
Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
Petrarca, I Trionfi
XV
Die Liebe hat einen Triumph und der Tod hat einen,
die Zeit und die Zeit danach.
Wir haben keinen.
Nur Sinken um uns von Gestirnen. Abglanz und Schweigen.
Doch das Lied überm Staub danach
wird uns übersteigen.
Da: Poesie 1957-1961 (Gedichte 1957-1961)
Hôtel de la Paix
Dalle pareti crolla senza far rumore il peso delle rose,
e dalla trama del tappeto spuntano fondo e fine.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.
Hôtel de la Paix
Die Rosenlast stürzt lautlos von den Wänden,
und durch den Teppich scheinen Grund und Boden.
Das Lichtherz bricht der Lampe
Dunkel. Schritte.
Der Riegel hat sich vor den Tod geschoben.
Esilio
Un morto sono che cammina
non segnalato più da nessuna parte
ignoto nell’impero del prefetto
in soprannumero nelle città dorate
e nella terra verdeggiante
liquidato già da lungo tempo
e provvisto di nulla
Solo di vento di tempo di suono
io che non so vivere tra umani
Io con la lingua tedesca
questa nuvola intorno a me
che tengo come casa
trascino attraverso tutte le lingue
Oh come si oscura lei
quei toni cupi i suoni di pioggia
solo pochi cadono
In zone più chiare poi lei porta su il morto
Exil
Ein Toter bin ich der wandelt
gemeldet nirgends mehr
unbekannt im Reich des Präfekten
überzählig in den goldenen Städten
und im grünenden Land
abgetan lange schon
und mit nichts bedacht
Nur mit Wind mit Zeit und mit Klang
der ich unter Menschen nicht leben kann
Ich mit der deutschen Sprache
dieser Wolke um mich
die ich halte als Haus
treibe durch alle Sprachen
O wie sie sich verfinstert
die dunklen die Regentöne
nur die wenigen fallen
In hellere Zonen trägt dann sie den Toten hinauf
Dopo questo diluvio universale
Dopo questo diluvio universale
vorrei una volta ancora
veder salvata la colomba,
e nient’altro che la colomba.
Andrei di certo a fondo in questo mare
se non spiccasse il volo,
se non portasse il ramoscello
quando è giunta l’ora.
Nach dieser Sintflut
Nach dieser Sintflut
möchte ich die Taube,
und nichts als die Taube,
noch einmal gerettet sehn.
Ich ginge ja unter in diesem Meer!
flög’ sie nicht aus,
brächte sie nicht
in letzter Stunde das Blatt.
Lasciapassare (Aria II)
Con uccelli ebbri di sonno
e alberi crivellati dal vento
si leva il giorno, e il mare
gli vuota addosso una coppa spumeggiante.
I fiumi scorrono all’acqua grande,
e la campagna mette promesse d’amore
in bocca all’aria pura
con fiori freschi.
La terra non vuole sostenere funghi di fumo,
non vuole sputar creature via dal cielo,
far fuori con pioggia e lampi d’ira
le voci inaudite dello sfacelo.
Con noi vuole veder destarsi, lei,
i fratelli variopinti e le sorelle grigie,
il re pesce, sua altezza l’usignolo
e il principe del fuoco salamandra.
Per noi pianta coralli nel mare.
Ai boschi ordina di mantenere la calma,
al marmo di gonfiare la bella vena,
alla rugiada, ancora una volta, di andare oltre la cenere.
La terra vuole avere ogni giorno
un lasciapassare dalla notte per il cosmo,
che ancora per mille e un mattino giovane grazia
si faccia dall’antica bellezza.
Freies Geleit (Aria II)
Mit schlaftrunkenen Vögeln
und winddurchschossenen Bäumen
steht der Tag auf, und das Meer
leert einen schäumenden Becher auf ihn.
Die Flüsse wallen ans große Wasser,
und das Land legt Liebesversprechen
der reinen Luft in den Mund
mit frischen Blumen.
Die Erde will keinen Rauchpilz tragen,
kein Geschöpf ausspeien vorm Himmel,
mit Regen und Zornesblitzen abschaffen
die unerhörten Stimmen des Verderbens.
Mit uns will sie die bunten Brüder
und grauen Schwestern erwachen sehn,
den König Fisch, die Hoheit Nachtigall
und den Feuerfürsten Salamander.
Für uns pflanzt sie Korallen ins Meer.
Wäldern befiehlt sie, Ruhe zu halten,
dem Marmor, die schöne Ader zu schwellen,
noch einmal dem Tau, über die Asche zu gehn.
Die Erde will ein freies Geleit ins All
jeden Tag aus der Nacht haben,
daß noch tausend und ein Morgen wird
von der alten Schönheit jungen Gnaden.
Voi, parole
Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con devozione
Voi, parole, su, seguitemi!,
e anche se siamo andati avanti,
troppo avanti, ancora una volta
si va oltre, si va senza fine.
Non sta schiarendo.
La parola si tirerà soltanto
altre parole dietro,
la frase un’altra frase.
Così vorrebbe il mondo,
definitivamente, farsi invadente,
esser già detto.
Non dite il mondo.
Parole, seguitemi,
che non divenga definitiva,
no, questa brama di parole
e botta e risposta!
Non fate, ora, per un po’,
parlar alcuno tra i sentimenti,
lasciate il muscolo cuore
allenarsi in altro modo.
Lasciate, dico, lasciate.
Al sommo orecchio nulla,
nulla, dico, in un sussurro,
per la morte nulla ti venga in mente,
lascia, e seguimi, non mite,
né aspra
non consolatoria
non sconsolatamente
significativa,
dunque neanche senza segno –
E non solo questo: l’immagine
nella tela di polvere, vuoto arrotolarsi
di sillabe, vocaboli di morte.
Neanche una parole,
voi, parole!
Ihr Worte
Für Nelly Sachs, die Freundin, die Dichterin, in Verehrung
Ihr Worte, auf, mir nach!,
und sind wir auch schon weiter,
zu weit gegangen, geht’s noch einmal
weiter, zu keinem Ende geht’s.
Es hellt nicht auf.
Das Wort
wird doch nur
andre Worte nach sich ziehn,
Satz den Satz.
So möchte Welt,
endgültig,
sich aufdrängen,
schon gesagt sein.
Sagt sie nicht.
Worte, mir nach,
daß nicht endgültig wird
– nicht diese Wortbegier
und Spruch auf Widerspruch!
Laßt eine Weile jetzt
keins der Gefühle sprechen,
den Muskel Herz
sich anders üben.
Laßt, sag ich, laßt.
Ins höchste Ohr nicht,
nichts, sag ich, geflüstert,
zum Tod fall dir nichts ein,
laß, und mir nach, nicht mild
noch bitterlich,
nicht trostreich,
ohne Trost
bezeichnend nicht,
so auch nicht zeichenlos –
Und nur nicht dies: ein Bild
im Staubgespinst, leeres Geroll
von Silben, Sterbenswörter.
Kein Sterbenswort,
Ihr Worte!
Da: Poesie 1964-1967(Gedichte 1964-1967)
Veramente
Per Anna Achmatova
A chi una parola non ha mai tolto la parola,
e lo dico a voi,
chi se la sa cavare soltanto
e con le parole –
per lui non c’è nulla da fare.
Non alla breve distanza
e non alla lunga.
Rendere resistente un’unica frase,
reggerla nello scampanio di parole.
Questa frase non la scrive nessuno
che non sottoscriva.
Wahrlich
Für Anna Achmatova
Wem es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten –
dem ist nicht zu helfen.
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.
Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.
Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.[1]
La Boemia è sul mare
Se le case qui son verdi, entro ancora in una casa
Se qui i ponti sono intatti, io cammino su un buon fondo,
Se le pene d’amore sempre sono perdute, qui le perdo volentieri.
Se non sono io, è un altro, che vale quanto me.
Se una parola confina con me, la lascio fare.
Se la Boemia è ancora sul mare, torno a credere ai mari.
E se credo ancora al mare, allora spero nella terraferma.
Se sono io, allora è ognuno, che è tanto quanto me.
Non voglio più niente per me. Voglio andare a fondo.
A fondo – cioè al mare, là ritrovo la Boemia.
A fondo, in rovina, mi sveglio quieta.
Fino in fondo ora so, e non son persa.
Venite qui, boemi tutti, naviganti, puttane del porto e navi
non ancorate. Se non volete essere boemi, allora illiri, veronesi,
e veneziani tutti. Recitate le commedie, che fanno ridere
e che sono da piangere. E sbagliate cento volte,
come sbaglio io che non ho mai superato prove,
eppur le ho superate, una dopo l’altra.
Come la Boemia le ha superate e un bel giorno
ebbe la grazia di trovarsi sul mare e ora è sull’acqua.
Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,
boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.
Böhmen liegt am Meer
Sind hierorts Häuser grün, tret ich noch in ein Haus.
Sind hier die Brücken heil, geh ich auf gutem Grund.
Ist Liebesmüh in alle Zeit verloren, verlier ich sie hier gern.
Bin ich’s nicht, ist es einer, der ist so gut wie ich.
Grenzt hier ein Wort an mich, so laß ich’s grenzen.
Liegt Böhmen noch am Meer, glaub ich den Meeren wieder.
Und glaub ich noch ans Meer, so hoffe ich auf Land.
Bin ich’s, so ist’s ein jeder, der ist soviel wie ich.
Ich will nichts mehr für mich. Ich will zugrunde gehn.
Zugrund – das heißt zum Meer, dort find ich Böhmen wieder.
Zugrund gerichtet, wach ich ruhig auf.
Von Grund auf weiß ich jetzt, und ich bin unverloren.
Kommt her, ihr Böhmen alle, Seefahrer, Hafenhuren und Schiffe
unverankert. Wollt ihr nicht böhmisch sein, Illyrer, Veroneser,
und Venezianer alle. Spielt die Komödien, die lachen machen
Und die zum Weinen sind. Und irrt euch hundertmal,
wie ich mich irrte und Proben nie bestand,
doch hab ich sie bestanden, ein um das andre Mal.
Wie Böhmen sie bestand und eines schönen Tags
ans Meer begnadigt wurde und jetzt am Wasser liegt.
Ich grenz noch an ein Wort und an ein andres Land,
ich grenz, wie wenig auch an alles immer mehr,
ein Böhme, ein Vagant, der nichts hat, den nichts hält,
begabt nur noch, vom Meer, das strittig ist, Land meiner Wahl zu sehen.
[1] In occasione del conferimento del premio Etna-Taormina a Anna Achmatova, che ebbe luogo il giorno 12 dicembre 1964 nel Castello Ursino a Catania, Ingeborg Bachmann che, come componente della giuria, ne aveva sostenuto (insieme a Debenedetti, Pasolini, Richter, Ungaretti) l’opera, recitò con voce sicura, senza tremare, senza esitare, senza impuntarsi su alcune parole, diversamente da ciò che avveniva ogni qualvolta leggeva i propri versi, questa sua poesia dedicata alla poetessa russa da lei devotamente ammirata. Le testimonianze riferiscono di una reazione molto positiva di Anna Achmatova, nel segno dell’entusiasmo. Il mese successivo Wahrlich di Ingeborg Bachmann fu pubblicata sulla rivista che proseguiva l’esperienza di “L’Europa letteraria”, che nel corso degli anni si era arricchita delle sezioni “L’Europa artistica” e “L’Europa cinematografica” e che con il numero di gennaio 1965 prende il nome di “L’Europa letteraria, artistica, cinematografica”. In quella serata del 12 dicembre 1964 a Catania fu premiato anche il poeta Mario Luzi.
Frantic Bachmann
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