In via Bocca di Leone, a Roma, al numero 60, c’è un palazzo rosa e sulla facciata del palazzo c’è una lapide. Le vetrine luccicano di lussi improponibili, per la strada incroci turisti stralunati dalla faticosa bellezza della città. Il quartiere, da sempre un quartiere di viaggiatori, perché qui vicino erano le stazioni di posta dove si cambiavano equipaggi, negli ultimi anni è cambiato. Le vetrine risplendono di lussi proibitivi, i palazzi si sono svuotati dei vecchi inquilini, gli appartamenti sono b&b a cui si accede aprendo i portoni con codici comunicati via messaggio. Anche al numero 60, lo vedo dal citofono, c’è un bed and breakfast. Niente portineria; rimango in strada, aspetto. Qualcuno dovrà pur uscire, o entrare. Aspetto e guardo la facciata del palazzo, di quel bel rosa dei palazzi romani, che potrei dire salmone, ma non è proprio salmone; è aranciato, appena appena, come certe sfumature di una pesca o di un tramonto d’estate. Mi domando di che colore fosse intonacato fra il 1966 e il 1971, nell’intervallo fra gli anni incisi sulla lapide. In quegli anni, la lapide dice, “visse e lavorò” in questo palazzo “la poetessa e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann”. La pietra riporta alcune sue parole su Roma, tratte dal celebre reportage che compose per la rivista Akzente a metà anni ’50, quando iniziava a conoscere Roma. C’era arrivata con l’idea di fermarsi qualche mese appena, flâneuse propensa a una timida meraviglia; sennonché i mesi si erano trasformati in anni, nella dolcezza indolente della città che le insegnava a vivere, come scrisse allora e ribadì molti anni dopo, filmata da una giovane intervistatrice, Gerda Haller, per un documentario sulla sua opera e il suo rapporto con Roma nell’ultimo giugno che avrebbe vissuto. Ingeborg Bachmann non aveva nemmeno trent’anni all’epoca in cui componeva il reportage per Akzente, Quel che ho visto e udito a Roma, e si lasciava attraversare dal mistero della città, osservando con occhi acuti di forestiera la disarmonia di voci sovrapposte in una musica imprevista, la coesistenza delle classi sociali in contraddizioni sulfuree e insieme placide, i quartieri di Roma che ribollivano di una vita non svenduta al turismo, la collisione del passato con il presente, la putrida confusione del mercato di Campo de’ Fiori con le immondizie ammassate sotto la statua di Giordano Bruno per essere incenerite in nuovi roghi molto prosaici, fra le urla dei fruttivendoli e il clangore delle bancarelle che chiudono. Ingeborg Bachmann camminava lungo il Tevere e giustapponeva con grazia di poeta i dettagli inconciliabili di una città di cui coglieva il malmostoso e imperscrutabile splendore, e non poteva sapere che Roma sarebbe diventata la città della sua vita adulta, l’approdo dai lunghi viaggi che la sua inquietudine le avrebbe imposto, e infine, in un autunno tiepido nemmeno troppo lontano, la città della sua illogica fine prematura.
Sulla lapide sono incise però altre parole, non quelle che raccontano la persistenza della storia nel rogo dell’eretico che si ripete senza eroismi fra verdure marce e carcasse, e nemmeno quelle, così personali, così lievi, sul tempo trascorso a Roma che le insegna a vivere. Quella scalpellata nel marmo è una frase ben più magniloquente – forse scelta proprio per questo, come omaggio alla città: “Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il Mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere S.P.Q.R.”.
Forse, mi dico mentre aspetto che qualcuno entri o esca dal portone per poter sbirciare dentro, se avessi dovuto scegliere io che frase incidere, ne avrei scelta una che ho trovato nella sua corrispondenza con Hans Werner Henze, il cavalleresco amico compositore che le fece scoprire l’Italia. Fu proprio lui, infatti, che la invitò a raggiungerlo nell’estate del ’53, dopo che si erano incontrati in quella piccola straordinaria banda di talenti che era il Gruppo ‘47, nel fervore di un rinascimento culturale che prendeva forma nelle discussioni di un gruppo di ragazze e ragazzi ventenni, rianimando la letteratura di lingua tedesca umiliata e distrutta dal lugubre Kitsch del nazismo. E fu dunque merito suo, se Ingeborg scoprì l’Italia, la costiera amalfitana, Ischia, Napoli e ovviamente Roma. Nella frase che avrei scelto, e che ricordo a memoria per essermici imbattuta nel loro epistolario – una delle corrispondenze più tenere, più intime, più nevrotiche che mi sia capitato di leggere – Ingeborg Bachmann diceva pressappoco che essere lontana dall’Italia, da Roma, dal luogo in cui aveva imparato a vivere, la faceva sentire male: fisicamente male. Come un’innamorata, come chi ha scoperto di avere bisogno di stare dove il suo cuore trova riposo, dove può vivere come ha imparato a fare.
Sarebbero state, forse, parole meno celebrative della città di Roma; che però sostengono il peso di una tenerezza indifesa, di una meraviglia travagliata che secondo me è la cifra di tutto quello che Bachmann su Roma ha scritto – nel suo reportage, nelle poesie che compaiono in quella raccolta perfetta che è Invocazione all’Orsa maggiore. Bachmann, a Roma, se è stata felice, lo è stata a modo suo – con l’intensità insostenibile della sua sensibilità scoperta. Però ha di certo esercitato uno sguardo incredibilmente acuto, ha ascoltato la città, l’ha guardata. L’ha attraversata in innumerevoli traslochi, in una serie di indirizzi provvisori. Del primissimo alloggio fin troppo bohémien in Via di Ripetta, accanto all’Accademia delle Belle Arti, dove si ferma brevemente poco dopo il primo approdo, ricorderà la trasandata desolazione e gli squittii dei topi. Ma lo squallore non bastò a disamorarla di Roma, centro di gravità delle sue inquietudini di poeta di confine, che per tutta la vita tenterà di ridisegnare con le parole una geografia immaginaria in grado di dilatare le frontiere fino a farle scomparire, di accogliere chi sente di non appartenere a nessuna terra, chi è esule ovunque se non nelle mappe tracciate dall’immaginazione poetica che, come in una delle sue ultime poesie, colloca la Boemia sul mare quando il mare in Boemia chiaramente non c’è, se non in un verso del Racconto d’Inverno di Shakespeare – un verso che riesce nell’incantesimo di renderlo reale. Tornò difatti a Roma e nell’estate del 1954 Klaus Wagner, il giornalista dello Spiegel che venne a visitarla per scrivere il suo ritratto, che finirà in copertina – in tutte le edicole tedesche a metà agosto apparirà il suo bel viso giovane e accigliato, i capelli corti e stranamente scuri, un primato indiscusso sotto ogni rispetto: per la prima volta il settimanale aveva in copertina una poeta, una donna, di ventotto anni – bussò a piazza della Quercia, al portone del cinquecentesco palazzo Ossoli, in pieno centro. Allora non era insolito che i patrizi proprietari di palazzi antichi e austeri affittassero a giovani inquilini un po’ spiantati: la variegata confusione sociale che Bachmann dipinse con piccoli tratti impressionisti nei testi che scriveva come corrispondente dall’Italia per radio tedesche nasceva e sopravviveva anche così. Klaus Wagner costruì un racconto buffo, di lieve gusto neorealista, su una vicina che strepita contro il baccano che arriva, la notte, dall’appartamento della giovane poeta, la quale si presenta alla porta tutta assonnata, nel sole del mezzogiorno, e si trova davanti due carabinieri richiamati appunto dalla vicina furiosa, e rivela candida che il rumore è quello della macchina da scrivere. I gendarmi si inteneriscono, dunque la signorina è poeta?, lei si infila nell’appartamento, torna con i fogli dattiloscritti, radi versi che punteggiano le pagine, e sconsolati quelli commentano: così tanto fracasso, così poca poesia. C’è via Giulia, al numero 102, dove ancora qualcuno degli inquilini ricorda che, all’inizio degli anni ’60, abitò “una tedesca”, che era poi lei, nel tempo in cui si innamorava di Max Fritsch, e incominciava la loro convivenza impossibile che proseguì ai Parioli, sopra villa Borghese, in via de’ Notaris. Tornerà a trasferirsi in via Giulia, infine, nel 1972, e sarà la sua ultima casa, Palazzo Sacchetti, al civico 66, con le sue scale labirintiche e le terrazze, la casa in cui in una sera di fine settembre nell’anno dei suoi quarantasette anni i barbiturici faranno scudo al dolore per le ustioni provocate da una sigaretta che incendia la vestaglia; la morte arriverà, dopo un’agonia atroce all’ospedale sant’Eugenio, in una forma sinistramente prefigurata in certe pagine di Malina sul rischio di bruciare accendendo il fornello, la camicia tramutata nella tunica maledetta di Nesso, o nell’ossessione per i versi di Gaspara Stampa sulla salamandra che vive ardendo senza sentire il male.
Il periodo più lungo, e forse più felice, della sua vita romana, però, è quello ricordato dalla lapide e da un nutrito numero di fotografie che la ritraggono nel quartiere, mentre fuma e sorride, o cammina in trench nero e stivali con Trinità dei Monti alle spalle, e la città splende di un sole che si indovina anche nel bianco e nero, nelle bancarelle di frutta, nelle edicole, nei bar. Una poesia molto bella di Marie Luise Kaschnitz, che conobbe Bachmann a Roma e divenne sua grande amica, si intitola Via Bocca di Leone e recita: La tua Roma non è morta/ Questa in particolare,/ Piena di bancarelle di fiori/ Piena di barbieri/ Con l’odore del carbone di legna/ Sotto casa l’inverno. Evoca il salotto grazioso della casa di Ingeborg, il suo bagno rosa e bianco, un paio di scarpe da uomo nell’armadio, che la turbano, lei che non poteva, però, “respirare senza amore”.
Finalmente qualcuno esce dal portone al numero 60 di via Bocca di Leone. Faccio finta di niente e prima che si chiuda mi infilo nell’androne, che è poi un corridoio angusto. La guardiola del portiere è dismessa. C’è un cortiletto, mi domando dove affacciasse la finestra dell’appartamento di Ingeborg Bachmann. Se sia proprio quello, oggi, a essere diventato un b&b. Sento il grido di un gabbiano, guardo in alto, mi domando se le piastrelle del bagno saranno ancora bianche e rosa.
Rimarranno domande senza risposta, torno a uscire e la luce è forte, stringo gli occhi, vado verso il Tevere. Fra i negozi troppo eleganti c’è un fioraio, compro una piantina di salvia. Malgrado tutto, penso, la tua Roma non è morta.
Ilaria Gaspari
Frantic Bachmann
Ingeborg Bachmann: poesia, voce e utopia del mare
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