Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema,1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini tiene corsi di scrittura, scrive e legge molto. Il suo sito è alessandraminervini.info.


Le canzoni di New York, Liz Moore, NN Editore, 2026

New York, anni Duemila. Jax è la direttrice della famosa etichetta Titan Records, che gestisce in maniera inflessibile e competitiva, sempre alla caccia di nuovi cantanti da mettere sotto contratto. Finora la Titan ha potuto contare sul successo di Tommy Mays e la sua band, ma le mode musicali cambiano in fretta e bisogna essere pronti a intercettare i gusti del pubblico. Lo sa bene Theo, il talent scout che ha appena scommesso su un nuovo gruppo, i Burn, a cui ha chiesto di aprire gli ultimi concerti di Tommy Mays. Ma il cammino verso la fama è un continuo saliscendi, e Jax dubita che i Burn abbiano le carte in regola per farcela. Lei punta tutto, invece, sulla giovane, bella e talentuosa Lenore Lamont, che sembra immune da dubbi e paure. Finché il peso delle aspettative e una delusione d’amore risvegliano le fragilità della ragazza, proprio alla vigilia della sua occasione per conquistare il grande pubblico.
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Lezione n. 73

Scrivere un romanzo corale

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«E hanno tutti il cuore spezzato. E sono tutti così giovani.»

Amo il modo in cui Liz Moore fa della dispersione un paradigma unificante, un gemito percepito come colonna portante, un’illusione ottica che diventa più reale del sole e della luna. Dei suoi romanzi apprezzo molto la trasversalità dei temi, dei punti di vista, dei moti interiori, che diventano paradigma primario.
Quando si pensa a una storia trasversale la prima impressione è sbagliata. Trasversale si interpreta come un’esperienza narrativa gestita a maglia larga, affetta dal tergiversare di terza e quarta dimensione. In modo approssimativo trasversale è inteso come indiretto, un satellite narrativo che gira intorno. Non è questa l’accezione corretta, non è questa la simmetrica trasversalità di Liz Moore ne Le canzoni di New York.  
Si sente la musica, si sente l’aria viziata, si sente l’amore, si sente la solitudine, si sente l’amicizia, si sente il tradimento. Tutto quello che vivono i quattordici personaggi, del mondo della Titan, major discografica newyorkese, è raccontato senza inganni. L’esordio di Liz Moore, finalmente in Italia grazie a NN e nella traduzione di Ada Arduini, è un romanzo che trasforma la coralità in incandescenza. Le canzoni di New York è una calamita, dotata di un magnetismo affettuoso. Decide chi legge da che parte stare tra i tanti affacci narrativi che la scrittrice americana offre. Dopo Il Peso, I cieli di Philadelphia (da cui è stata tratta una serie tv con Amanda Seyfried), Il mondo invisibile e Il dio dei boschi, ho deciso di leggere, e mostrarvi, il suo esordio nello sguardo della sua fedele traduttrice Ada Arduini, che ha gentilmente risposto ad alcune domande.

Che idea ti sei fatta in generale del modo in cui Moore utilizza il lessico per creare, o inventare, certe atmosfere uniche che rendono le sue storie riconoscibili. Come arriva in lingua originale questa sua peculiarità?

Sin dal primo suo libro su cui ho lavorato, Heft (Il peso), mi sono resa conto che Moore ha una finissima capacità di costruire le atmosfere dei suoi romanzi usando ambientazioni che non restano semplici sfondi, ma sembrano quasi dare forma ai suoi personaggi, una forma che lei arricchisce di dettagli che restano impressi: la prima volta che ho letto Long Bright River (I cieli di Philadelphia) sono rimasta colpitissima dalla sua descrizione di una prostituta con la rima dell’occhio segnata da una riga di matita nera, e questa immagine è stata come una chiave che mi ha aperto tutto il mondo in cui Moore aveva deciso di far vivere la sua storia. Lo stesso posso dire delle descrizioni della natura e insieme della tensione che innerva tutte le pagine di God of the Woods (Il dio dei boschi), della casa soffocante del protagonista de Il peso. La sua capacità di evocare i luoghi, di farli diventare vivi e di costruire con piccoli, ma profondi tocchi l’universo emotivo dei suoi personaggi si fonda su un uso della lingua non eccessivamente complesso, ma sempre punteggiato di momenti lirici che aprono nella mente del lettore degli squarci di grande vividezza e intensità.

Ne Le canzoni di New York qual è stata la parte più coinvolgente come traduzione, come ti sei sentita dentro il testo che è denso di personaggi, analessi, flashback; deve essere un’esperienza ipertestuale tradurlo, vuoi raccontarci qualcosa in più in proposito?

Quello che ho più amato di questo libro è stata proprio la struttura in capitoli che sono quasi dei racconti, ma tutti concatenati: ognuno è un mondo a sé stante, in cui Moore si è concessa spazio per sperimentare. In realtà gli andirivieni temporali sono una presenza direi fissa nella sua produzione, anche all’interno di strutture apparentemente più classiche, come quella del romanzo che ha scelto di seguire dopo. Come ho scritto nella NdT, qui il concetto è quello dell’album, o meglio del concept album, una serie di brani musicali che tutti insieme danno vita a un racconto corale.    

Che idea ti sei fatta dei personaggi, in particolare di Tom e come lo presenteresti ai lettori?

Tom rappresenta, sotto molti aspetti, un ponte tra i diversi mondi del romanzo: l’ambizione artistica, la fedeltà alla propria individualità e la realtà concreta del mondo della musica. È il tipo di personaggio che all’inizio sembra pragmatico, con i piedi per terra, soprattutto se pensiamo ai grandi sogni e alle ossessioni dei musicisti che lo circondano. Si muove nel suo ambiente di lavoro non come un artista o una star, ma come uno che lì dentro cerca di costruirsi una vita sua. Tom non è un idealista ma non è neanche un cinico. Sta nel mezzo, tra chi vede la musica soprattutto come arte e chi la vede soprattutto come prodotto. È un realista. Magari non è il personaggio più drammatico del romanzo, ma grazie a lui Moore riesce a spiegarci cosa vuol dire dedicare davvero tutta la vita alla musica.

«Il giorno in cui la seconda arma da fuoco più famosa della storia del rock’n’roll conficcò la sua pallottola mortale nelle pareti rosse, grigie e vive della bocca e del cervello di Kurt Cobain, a Siobhan erano venute le prime mestruazioni.»

C’è voluta una preparazione particolare per immergerti nel linguaggio musicale del libro; come pensi ti abbiano influenzato, se l’hanno fatto, nella traduzione le suggestioni musicali?

Per tutta una parte della mia vita ho molto seguito la scena musicale, parlo soprattutto degli anni Ottanta e Novanta, conoscevo quasi tutti i brani citati in esergo da Moore e in passato ho frequentato molto sia concerti che musicisti: per fortuna quando ho dovuto verificare qualche termine tecnico sapevo a chi rivolgermi! Ho amici che si occupano tuttora di musica, sia come ascoltatori che come artisti: ogni traduttore ha in rubrica i nomi di amici o conoscenti esperti in una serie di settori specifici che possono risultare utili nel lavoro, dalle armi al canto degli uccelli, dalla geologia al mondo appunto della produzione di concerti dal vivo. I brani citati da Moore mi sono certamente serviti per inquadrare la storia raccontata in ogni capitolo e per provare a riprodurne il ritmo, l’andamento, la melodia, l’atmosfera.

Quale dei personaggi ti è parso particolarmente attuale e vicino all’oggi e quale invece ti è sembrato lontano anche rispetto agli altri personaggi di Moore?

Mi pare che il più attuale potrebbe essere Theo, il dirigente della casa discografica che sa cosa vuol dire buona musica, e che fa un po’ l’alternativo, ma è costretto a fare milioni di provini per trovare ogni anno the next big thing per accontentare i capi della sua azienda, per fare business insomma. Forse invece la situazione meno attuale è quella della girl band, che mi pare adesso sia un fenomeno meno diffuso rispetto a vent’anni fa, anche se devo dire che Moore è stata efficacissima nel descrivere le dinamiche tra le ragazzine e a raccontarci la storia di Tia, con il suo corpo non conforme e quel padre così invadente.

«Si ricorda di aver provato disgusto per il protagonista e per Nabokov. Non era riuscito a cogliere l’intento satirico; aveva semplicemente trovato l’impulso di salvare la giovane Lolita dalle grinfie del suo snobbissimo narratore. Ma io non sono meglio di lui, pensa Jeff.»

Quale dinamica di interpretazione condiziona, se lo fa, il lavoro di traduzione: stile, ritmo, punto di vista?

Direi tutte e tre. La vera sfida sta nel tenere tutto insieme, nel costruire una traduzione che sia sempre in ascolto: della voce dell’autore, di quelle dei protagonisti, dell’ambientazione (che come abbiamo detto per Moore fa parte dei personaggi del libro), del ritmo della lingua, del punto di vista di chi guarda e di chi parla, delle esigenze di lettori e lettrici. Una buona traduzione secondo me è quella che riesce a costruire un equilibrio efficace e soprattutto sincero tra tutti questi elementi.

Come definiresti il lavoro di traduzione per te?

Per me tradurre è un lavoro artigianale, fatto di tante ore di lettura, di scrittura, di ricerca minuziosa su parole, aggettivi, verbi, espressioni idiomatiche o tecniche, gerghi, echi di altri autori, di altre lingue, di altre parole. Come diceva Natalia Ginzburg, è un lavoro da formica e da cavallo insieme, perché si sgobba e si suda per trasportare nella nostra lingua, un granellino alla volta, l’enorme duna di sabbia di un romanzo o di una raccolta di racconti, piano piano, senza scoraggiarsi, trovando sempre un equilibrio, non smettendo mai di tenere occhi e orecchie aperti.

C’è una frase in particolare che identifica più di altre questo romanzo?

Non riesco davvero a trovare una frase che racchiuda da sola tutti i mondi che Liz è riuscita a raccontare in questo suo romanzo/cassette tape. Ho però amato molto alcuni personaggi, come i genitori di Jax, Abraham e Pacifica, con la loro corte di amici forse un po’ snob ma pieni di voglia di vivere, di godersi la vita, l’arte, le cose belle e buone. E poi posso dirti che forse il mio capitolo preferito, per il tipo di atmosfera sospesa che riesce a creare, è quello dedicato a Mike R. e alla sua ex ragazza, Nora Cross, ma non voglio raccontare il perché per non fare spoiler!


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