Il nome di Norbert Wiener, com’è risaputo, figura tra i fondatori della cibernetica, settore di studio interdisciplinare che, a partire dagli anni quaranta del secolo scorso, iniziò ad interrogarsi sistematicamente sulla possibilità di poter creare dei sistemi, macchine, ect., che potessero agire in modo autonomo. La complessità del settore rende impossibile, in queste poche righe, anche solo elencare la vastità di ambiti che gli studiosi dell’epoca inaugurarono per raggiungere i propri obiettivi ma, per quanto riguarda i risultati, l’opera di Wiener 🔗Introduzione alla cibernetica costituisce un tassello imprescindibile.

Sebbene il testo risalga a settanta anni fa contiene degli elementi che, tutt’oggi, continuano a dar da pensare. I capitoli dell’opera presentano quella che, secondo una specifica declinazione, Wiener etichettò come “èra delle macchine” a tutto tondo, èra che comportava e continua a farlo “l’urgente necessità di esaminare le capacità di queste macchine nella misura in cui esse influenzano la vita dell’uomo, e le conseguenze di questa nuova, fondamentale rivoluzione nel campo della tecnica”, pronta ad estendersi, ed è successo, in ogni settore umano, pronta a “modificare molti aspetti del nostro tradizionale costume di vita” (pp. 15-16). Se oggi, con l’IA, la robotica e il complesso delle tecnologie ICT, è sotto gli occhi di tutti, più di mezzo secolo fa era solo prevedibile la pervasività, che Wiener ebbe modo di intuire, delle “nuove tecniche che non sono come il gioco del meccanico o trenini elettrici, che si possono confinare in una stanza, ma si allargano ai rapporti reciproci di tre [otto] miliardi di uomini”, pervasività da assumere in termini descrittivi che, già all’epoca, fece emergere come “noi non siamo più liberi di ritornare al nostro stato primitivo. Il progresso industriale ha ipotecato il nostro futuro” (p. 71).

Le macchine che dagli anni 40 iniziarono ad essere costruite (servomeccanismi, macchine digitali, ect.,), portarono Wiener e gli studiosi del tempo ad inquadrare i fenomeni dell’informazione e della comunicazione in modi differenti. In questi incavi la macchina appariva divenire “un organismo comunicativo” (p. 181) sempre più “regolata dai suoi rapporti con il mondo esterno” (p. 25) che, in essa, si costituiscono come informazioni traducibili “in una nuova forma, utilizzabile dagli stadi successivi del funzionamento”, per poi “tradursi in un’azione effettiva sul mondo esterno” (p. 30). Ebbene, Wiener nota come questo processo crei una situazione inedita dove “i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo, e fra le macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante” (p. 23) nella realtà umana, ruolo, oggi lo si vede, assunto dall’entrata in scena di macchine differenti all’interno del rapporto costitutivo umano-mondo esterno. Macchine, se così le si può ancora definire, che non si limitano ad essere usate dall’essere umano ma, che, incorporando specifiche caratteristiche, risultano capaci di agire. L’esempio che Wiener aveva dinanzi agli occhi era costituito dalle infrastrutture tecnologiche della sua epoca rese possibili dalla convergenza di tecnologie nate separatamente, egli è spettatore di quelle prime grandi “strutture di comunicazione, sia nazionali che internazionali” che presentavano gradi di “completezza finora mai raggiunti nella storia” (p. 142), in quanto “ciò che la retroazione e il tubo elettronico” rendevano possibile erano “non progetti isolati di singoli dispositivi automatici, ma un sistema generale per la costruzione di congegni automatici dei tipi più diversi” (p. 193), tecnologie che “neppure i pontefici della scienza attuale comprendono pienamente” (p. 158).

Non è di poco conto la capacità che il fondatore della cibernetica ebbe di interpretare il suo presente e di gettare una minima luce sul futuro e oltre ad aver ben chiaro che “la coscienza del destino è la coscienza che il mondo non è un piccolo e morbido nido creato per proteggere l’umanità, ma un territorio grande e in gran parte ostile […] in cui non vi è alcuna sicurezza” (p. 227), ebbe anche modo di prevedere che, grazie alle caratteristiche di questi nuovi tipi di macchine, esse potranno venire “ugualmente applicate a un lavoro di carattere direttivo come al lavoro più pesante e meno qualificato” e che ogni tipica azione umana, quindi, “potrà essere meccanizzata” (p. 200).

Tutto questo, secondo Wiener, sarebbe stato possibile, di fatto lo è divenuto, grazie alla capacità delle nuove macchine di fare esperienza, tramite varie forme di comunicazione, del mondo esterno.   Per concludere si può affermare che il punto della questione, messo in evidenza da Wiener, ha a che fare con dispositivi capaci di apprendere e che ritrovavano la loro peculiarità nel principio della retroazione: grazie a quest’ultimo “il comportamento [della macchina] viene periodicamente confrontato con il risultato da conseguire e il successo o il fallimento di questo risultato modifica il comportamento futuro. La sua funzione è di rendere il comportamento di una macchina relativamente indipendente dalle cosidette condizioni esterne” (p. 82).

Matteo Spagnuolo