Io, Itaca è la storia di Silvia.
È lei stessa definirsi “Itaca senza ritorno”.
Perché non c’è un ritorno, a Itaca? A se stessi?
E quale valenza ha il nostos nel microcosmo di Silvia?
Leggendo il nuovo romanzo di Angela Vecchione appena uscito per Arkadia (sua seconda fatica letteraria dopo La Piazza, edito da Robin, con la quale fu proposta allo Strega nel 2021), ciascuno può dare forse una risposta a questa domanda, che, essendo collegata al titolo del libro, pare cruciale.
La protagonista si racconta in prima persona, racconta la propria trasformazione da stanziale ragazza campana – rimasta precocemente orfana di madre in circostanze tragiche – a donna capace di seguire il filo del destino. La corrente del ricordo esce quasi incoercibile dalla giovane di ieri, mentre la donna di oggi, Silvia che vuole divenire scrittrice, si appresta a dare forma al racconto senza l‘intento di sofisticare i furori, le contraddizioni e le limitazioni autoimposte dalla sé più giovane. É questa una storia passionale, certamente, e anche la storia di donne e uomini appassionati, nei sentimenti e negli ideali. Ancor prima che lei incontri a Londra il ragazzo israeliano che squarcerà la cortina di dubbi e paure in cui è rimasta prigioniera, noi conosciamo Silvia circondata dagli amici di sempre – Rino Michele Ada Fabrizio, con i quali condivide l’impegno sociale per il piccolo borgo natio – e da una serie di figure di riferimento non sempre classiche. Il padre Umberto e la di lui compagna Carmen – già amica della madre prima di anelare a supplirne la figura genitoriale –; l’anziana Minù, colta ex-professoressa di filosofia, atea convinta, che ama Borges ed è ormai cieca quanto lui, in un processo di identificazione, a cui Silvia legge a voce alta, restituendo parte della devozione per la letteratura e il pensiero che lei le ha tramandato; il professore cui fa da assistente all’Università di Napoli. La famiglia pare tuttavia essere per Silvia il Sud stesso da cui proviene, che funge da bagaglio culturale e identitario. Nel senso di colpa che non l‘abbandona, per aver, sin da piccola, caricato su di sé la disfunzionalità del rapporto con i genitori (senza poter comprendere veramente dove originasse), Silvia ha concepito le profonde radici della sua terra come generatrici: accoglienza, pensiero critico, amicizia, legame ideale.
È in questo mare magnum che nuota la ricerca del sé: in embrione, si incontrano e scontrano le molte dualità che Vecchione pone a dibattito, di natura etica, filosofica, politica. Così dalla polis greca ci possiamo spostare poi sul territorio più aspro e scottante di scontro: la coesistenza, dannata dalla storia, del popolo palestinese con quello israeliano. L’uomo che è riuscito a distaccare Silvia definitivamente dal frustrato proposito di rincorrere il grande amore di gioventù, è infatti un fotoreporter di guerra, obiettore facente parte del movimento Yeshm Gvul, che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi. In questo contesto la fedeltà alle proprie urgenze di coscienza si paga cara, ma i personaggi che accompagnano Silvia – tutti e ciascuno a proprio modo, da una parte all‘altra di confini che sono mentali, prima che disegnati sulle mappe – sono disposti a farsene carico fino in fondo. Perché questo è l’amore, ci dice Angela Vecchione nei panni della sua Silvia, l’amore è quanto più ci avvicina alla libertà, all’autocoscienza.
D‘animo sincero, questa eroina sa trasportarci con eguale intensità nelle passioni del corpo e nei rovelli dello spirito, che siano i propri o quelli di Minù e Arjen, di Joel e di Ahmed, di Carmen e Umberto. O quelli della madre Tiziana, che la morte ha sottratto all’essere decifrata. O solo quelli di chi sceglie la scrittura, perché c’è anche questa questione sottesa al racconto: la letteratura e la vita, quanto si intrecciano e quanto si sottraggono, vicendevolmente?
Ma tornando al nostos, alla domanda con la quale abbiamo iniziato. Silvia tornerà a se stessa? Ne sarà capace? Si saprà accogliere e perdonare?
È difficile parlare di questa complessa trama senza toccare le maglie di avvio degli intrecci, che vanno progressivamente e fino alla fine dipanandosi: preferisco lasciare al lettore la sorpresa, sono sicura che troverà la storia appassionante. Anche anticipare molte delle belle e funzionali citazioni che Vecchione colloca nella tessitura non mi pare appropriato, per cui dirò solo che mi sono sentita molto vicina alle tematiche nodali, riconducibili forse a due principali: dubbio e fede, rispetto dell’altro e libertà personale.
Ho rivisto nei miei occhi la Tel Aviv che mi ha stupito e spaventato quanto Silvia, che la conosce prima e ha il coraggio, dopo, di sceglierla. Ho ricordato l‘attraversamento dei territori, con il senso di peso che hai l’impressione debba gravare sulla coscienza universale. Ma anche l‘abbraccio tra il bambino palestinese e quello israeliano, incuranti dei muri eretti dall’uomo.
Per non sottrarre spazio alle voci che vi parleranno in questa storia, di cui Angela tiene salde le redini, vi darò la risposta alla domanda iniziale solo con la mia, di voce: dopo anni di lontananza dalle origini, avendo scelto una vita adulta al nord, ho sviluppato l’idea che spesso è proprio l’andare lontano che ci fa pienamente tornare “in noi”, nel territorio dell’identità. Così dicevo nella mia poesia Passi verso nord (da Profusioni, FusibiliaLibri, 2015):
(…)
La lontananza
ci fa tornare
ed è solo tornando
che si procede
(it’s cause we return
that we find us
being further.
(…)
Leggendo la storia di Silvia ho avuto dentro di me come nuove queste parole, che voglio dedicare all’autrice e a questo libro, augurando a entrambi di andare molto lontano.
Anna Bertini
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