Istella mea, mia stella. La storia di un amore, quello tra Rechella e Martino, che travalica il tempo gli spazi il confine tra vita e morte e quello fra reale e magico.
In una Sardegna atavica e terra di pastori il loro amore sboccia nell’età infantile, quando sono piccoli e passano le giornate all’aria aperta a bere il sole e il vento.
Martino è un bambino speciale, che vola, che ha percezioni ultrasensoriali. E non per niente è nipote di Jaja, la nonna, la donna rivale di Rechella. Sua nemesi e maledizione. Sùrbile. Il più alto grado di donna-maga, una specie di vampiro che succhia la vita. Come Jaja fa con Martino, lo prosciuga fino a che non ne rimane niente.
Jaja è la terra del male che mette radici nel mondo magico e luminoso dei due bambini, avvelenando la loro innocenza come i rovi fanno quando soffocano le piante.
Nel romanzo Rechella combatte con questo male, sentendosene parte e causa. Jaja le ha detto che Martino è morto a causa sua. È colpa tua, Rechella.
E lei se ne scappa in Argentina, ma solo il corpo è lì. Lo spirito in Sardegna con la sua istella Martino. La mente con Jaja. Indaga tutta la vita su quella donna malvagia che le ha strappato tutto. Martino.
Un tassello dopo l’altro – attraverso le voci di altre donne – ricostruisce la figura della sùrbile che ha succhiato la vita al suo amore, ma in fondo anche a lei.
Romanzo a tratti quindi anche corale in cui Offedu mescola magia e filosofia, in un’indagine sul male – quello che alberga nell’uomo ma anche quello che scolora la vita, il dolore e la sofferenza del vivere e del vissuto.
Un realismo magico tutto particolare – ancestrale e ctonio, oscuro e mortifero quello di Jaja e uno altresì ancestrale ma luminoso e naturale, la magia dell’innocenza infantile e dell’amore puro che nasce solo sporadicamente nel mondo, come un fiore raro.
E infatti l’amore di Rechella e Martino travalica anche il confine tra vita e morte, rimangono uniti oltre lo spazio ed il tempo. Istella l’uno dell’altra.
È una lettura impegnativa, dolorosa e conturbante, che si muove e fluisce come un fiume in piena attraverso le parole e le immagini di Rechella, finchè il letto del suo fiume non si distrugge. Straripa il dolore.
Ma alla fine, lassù, c’è Martino che dà senso al male, all’orrorifico e alla disperazione e insensatezza di una vita in fuga. Perché in fondo Rechella scappa da sé stessa, finché non capisce che la sua stella è lassù a brillare, che non l’ha abbandonata. Che l’ha amata e continuerà a farlo come una luce in cielo che brilla sempiterna.
“L’amavo come si ama a tredici anni, con stupore, perché il primo amore toglie il respiro.”
Chiara Rotundo
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