Avete mai immaginato una situazione, del tutto fantasiosa, in cui siete di fronte a un alieno che non conosce Jane Austen? Perigliosa ma intrigante questione, si direbbe! Si potrebbe cominciare dicendo che Miss Austen è tra le autrici che più hanno influito sullo sviluppo della letteratura britannica e occidentale. Non è sufficiente, certo. Che ha scritto romanzi brillanti in spirito di libertà e originalità. E anche con voce e coscienza abbaglianti.

Ma in che periodo ha creato le sue opere? Oh, beh… in un’epoca in cui le donne non erano considerate creature capaci della sublime arte della scrittura. Pensi, signor alieno, che non si era nemmeno certi che le donne possedessero un’anima!

Era concesso loro di scrivere epistole ad amici e parenti, o anche poesiole, sempre sotto la supervisione di padri, fratelli, mariti. I generi letterari erano esclusivo appannaggio  maschile e, più di ogni altra cosa, alle wannabe scrittrici era assolutamente preclusa la pubblicazione, per una mera questione di reputazione.

Jane Austen, così come molte altre autrici prima di lei, scriveva nel soggiorno di casa, interrotta continuamente, affrettandosi a nascondere i suoi manoscritti appena il cardine della porta scricchiolava, senza avere né spazio né tempo per sè. «Che genio, che integrità bisognava avere davanti a tutta quella critica, in mezzo a quella società puramente patriarcale, per insistere coraggiosamente nella realtà così come la vedevano gli occhi di una donna! Soltanto Jane Austen ci è riuscita; e anche Emily Brontë. […] Scrissero come scrivono le donne, e non come scrivono gli uomini. […] Furono le sole a dimostrarsi sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora dominante, ora ferita, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora familiare. Quella voce che non lascia in pace le donne, ma deve sempre inseguirle, come una governante troppo onesta»[1]

Queste parole di Virginia Woolf esprimono con chiarezza la rilevanza straordinaria di Jane Austen come autrice e come modello per la posterità, sebbene dopo 250 anni c’è ancora chi considera universale il lavoro intellettuale dello scrittore, di genere (diretto alle donne) l’opera della scrittrice.

– Signor Alieno, non resti così a bocca aperta! –

Sue personalissime doti furono il senso ironico innato, lo spirito sagace e arguto, due lenti impeccabili attraverso le quali osservava e dipingeva affreschi ricchi di dettagli, evidenziando dinamiche e aspettative della comunità nei confronti delle donne, del loro ruolo, delle loro opportunità. 

Se ciò non bastasse, Austen è l’autrice che più di ogni altra trasse divertimento nel prendersi gioco delle classi alto-borghesi e aristocratiche della provincia inglese sull’orlo di un cambiamento imminente: il progresso, fuligginoso e insalubre padre della rivoluzione industriale, avrebbe cambiato per sempre gli equilibri all’interno del sistema classista britannico, e la comparsa della middle class fu la vera rivoluzione sociale, generatrice di un cambio di scenari e protagonisti nella narrativa post georgiana.

Con particolare attenzione ai rituali del corteggiamento, Austen accese una luce sull’inequità delle norme che lo regolamentavano suggerendo quanto le giovani donne fossero prive del «potere di fare cose con le parole». [2]

Si rese conto delle limitazioni sofferte dalle parole delle donne, dunque,  forse più a livello intuitivo che consapevole ma il suo occhio allenato all’osservazione della società del suo tempo coglieva il fatto che le giovani donne si trovavano spesso in situazioni nelle quali le loro parole non erano prese sul serio e/o credute. Da vera maestra dello stile narrativo e discorsivo, Austen, in molte delle sue indimenticabili scene, puntava i riflettori sullo scarso valore attribuito alle parole delle donne.

Vi ricordate Lizzy Bennett che friendzona il cugino Collins?

– Parliamo di Orgoglio e Pregiudizio, Signor Alieno –

«Credetemi, cara Miss Elizabeth […] quasi fin dal primo momento in cui sono entrato in questa casa, vi ho scelta come compagna per la mia vita futura.»

(Unilateralmente, scientificamente, freddamente, Mr Collins?)

«Siete troppo precipitoso, signore […] Sono consapevole dell’onore della vostra proposta, ma non posso fare altrimenti che rifiutarla.»

(Fermamente, con grazia e rispetto. Brava Lizzy!)

Tutto molto chiaro. Fine del colloquio? Of course not! Collins incalza Elizabeth:

«Non mi è nuovo il fatto […] che sia costume tra le giovani donne rifiutare la corte dell’uomo che è in realtà loro segreta intenzione accettare, quando per la prima volta egli si dichiara a loro, e anche che quel rifiuto spesso viene ripetuto una seconda e una terza volta. Tuttavia, non mi sento affatto scoraggiato da ciò che mi avete appena detto, e spero ancora di condurvi all’altare da qui a poco.»

(Non ci credo, lo ha detto davvero?)

«Parola mia, signore la vostra speranza è davvero singolare dopo quanto vi ho detto. […] Sono assolutamente convinta del mio rifiuto. Non potete rendermi felice, e sono altrettanto certa di essere l’ultima donna al mondo in grado di rendere felice voi.»

(Oh! Chiaro, Mr Collins?)

Collins incalza con lodi sperticate riguardo l’amabilità di Elizabeth la quale però non si fa ammansire e insiste: «Davvero, Mr Collins, non è necessario che mi lodiate. Dovete darmi la possibilità di giudicare da me stessa e concedermi l’onore di credere a quanto dico.»

(Che lucidità, Lizzy!)

«Quando avrò l’onore di parlarvi di nuovo a questo proposito, spero di ricevere una risposta più favorevole di quella che mi avete dato oggi; e tuttavia, non vi accuso di essere crudele, perché so che è consuetudine per il vostro sesso rifiutare un uomo alla sua prima proposta e forse avete detto abbastanza da incoraggiare la mia richiesta, come è consono alla squisita sensibilità dell’animo femminile.»

(Che frustrazione!)

Povera Lizzy! Le sue parole non sono degne di essere ascoltate né credute, d’altro canto non sono pronunciate da un uomo e di conseguenza sono solo espressione di capricci femminili fatti ad arte per tormentare il povero corteggiatore. Allora Elizabeth deve ripetere:

«Davvero, Mr Collins […] voi mi sconcertate. Se in quanto vi ho detto finora riuscite a vedere dell’incoraggiamento, non so in che altro modo esprimervi il mio rifiuto per convincervi del fatto che è del tutto sincero.»

Non si può certo rimproverare Lizzy di aver usato perifrasi complesse per comunicare il suo deciso rifiuto, tuttavia Austen rende evidente, attraverso le convinzioni del cugino Collins, quanto sia poco credibile che Lizzy, considerata la sua dote infelice, possa permettersi di rifiutare la proposta di matrimonio di un uomo così ben posizionato nella scala sociale.

Dunque Collins resta convinto che le parole di Elizabeth siano, appunto, «solo e soltanto parole» scelte per accrescere l’amore con l’incertezza «com’è d’abitudine tra le signorine di buona famiglia».

(C’è di che perdere la pazienza, santi numi!)

L’ultima risposta di Lizzy è ancora una volta garbata, ma sarcastica e decisa: «Vi assicuro, signore, che non ho la presunzione di avere quel genere di raffinatezza che consiste nel tormentare un uomo rispettabile. Vorrei invece che mi faceste la cortesia di credermi. Vi ringrazio ancora e sempre per l’onore che mi avete fatto nel proporvi a me, ma accettate il fatto che quello che sperate non sia possibile. Tutti i miei sentimenti lo impediscono. Potrei essere più esplicita? Non pensate a me come a una elegante signorina che intende affliggervi, ma come un essere razionale che vi dice il vero dal profondo del cuore.»

(Game over, Mr Collins…)

«Siete assolutamente adorabile! E sono convinto che quando sarà avallata dall’autorità di entrambi i vostri esimi genitori, non potrete far altro che accettare la mia proposta.»

(Incredibile, parola mia!)

La scena si chiude qui, con Elizabeth che lascia la stanza in silenzio, avendo come unica prospettiva l’intervento decisivo di suo padre il quale conosce bene il cuore di sua figlia e le cui parole di gentiluomo non potranno essere male interpretate da Mr Collins.

È un perfetto esempio di ingiustizia discorsiva, come spiega bene Vera Gheno. «[…] nonostante Lizzy sia chiarissima sin dal primo momento, Collins proprio non le crede: è convinto che le schermaglie di Elizabeth siano solo il segno della civetteria dell’epoca, il modo tipico delle ragazze un po’ frou-frou di dire di sì dicendo di no.»[3]

Le questioni matrimoniali non erano definibili dalle donne poiché ai loro discorsi, alle loro idee, alle loro parole nessuno attribuiva spessore e importanza; la dichiarazione era un semplice atto formale a conclusione di una serie di trattative di ordine economico-sociale tra famiglie nelle quali le giovani avevano uno spazio di manovra quasi inesistente.

Curiosa cross-reference che indico a lettrici e lettori è il romanzo più travagliato di Jane Austen, L’abbazia di Northanger nel quale leggiamo, sebbene acerbe e leggere, allusioni allo stesso fenomeno sinora argomentato:  in molti dialoghi tra la protagonista, Catherine Morland e i suoi pretendenti John Thorpe e Henry Tilney, avvertiamo l’impulso irrefrenabile che li porta a correggere, modificare le frasi di Catherine, a volte a suggerire azioni differenti da quelle anticipate, o anche indicare comportamenti più accettabili alla luce della logica maschile! É vero che Catherine è descritta come una fanciulla inesperta, ingenua come molte ragazze del suo tempo, cresciute in casa con istitutrici, pochi contatti col mondo esterno, gettate improvvisamente nella mischia della vita. Ed è pur vero che sia Thorpe sia Tilney sono tratteggiati con grande ironia e il loro eloquio, noioso e rozzo quello di Thorpe, brillante e garbato quello di Tilney, risente dello sguardo satirico che l’autrice destina loro. Insomma, senza conoscere ancora il neologismo mansplaining, Jane Austen lo avvertiva istintivamente e, senza peraltro il desiderio di denunciarlo, lo esponeva alla riflessione e al divertimento del suo pubblico.

 – Il signor Alieno ha uno sguardo poco convinto ma mi ha chiesto dove trovare la libreria più vicina –  

Sono passati più di due secoli e noi, janeites o meno, siamo ancora qui a leggere Austen continuando a scoprire la sua grandezza non solo come romanziera ma anche come attenta coscienza del suo tempo, indagatrice delle dinamiche discorsive, scrutatrice dei significati profondi del linguaggio e del delicato equilibrio sociale ed emotivo tra uomini e donne.

Come solo una donna avrebbe potuto fare.

Barbara Buttiglione


[1]     V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano, 2005, pagg. 110-111

[2]     Vera Gheno, Parole d’altro genere, BUR Rizzoli, 2023, pag. 92

[3]     Ibidem