Che persona è chi lavora nelle pompe funebri? Forse è una domanda che non ci siamo mai posti. Generalmente ai funerali vediamo una brigata seria e composta di giovani eleganti che senza mostrare sforzo alcuno si caricano sulle spalle il peso della morte. Li dirige un capo, di solito più anziano, che organizza e pensa a tutto, anche lui elegante e discreto. Donne non se ne vedono. Gli intimi, i parenti sono liberi di piangere, non devono avere preoccupazioni pratiche. I professionisti della morte sbrigano la necessaria burocrazia, sistemano fiori, lavano, vestono e ricompongono la smorfia della morte sui volti dei defunti, con il rispetto che le si deve. 

La memoria sensibile delle cose di Rita Brescia ci permette di entrare dalla porta di servizio, in un’agenzia di onoranze funebri nello storico quartiere San Paolo della Torino di oggi e dal punto di vista di una donna. Il luogo ha il sapore antico e polveroso della vita passata, un anziano proprietario, Severino, gentile, empatico e professionale, come è giusto che sia nella stazione di transito dei corpi mortali, prima della partenza per il viaggio definitivo. Come uscita da un’altra epoca e da un altro tempo, ad accoglierci però c’è Rosa, una donna ancora giovane, ma dall’aspetto e dalla sensibilità profonda e silenziosa di chi ha vissuto molto vite. A quelle vite la tengono legata gli oggetti della sua casa, sempre uguali, rassicuranti, specialmente nel ricordare il buio della tempesta, quando un lutto significativo l’aveva travolta e naufragata. Moderna Proserpina, Rosa, lavora come segretaria e aiutante di Severino. Un lavoro non scelto il suo, un lavoro e basta che con la sua discrezione e distanza obbligata le garantisce quel quotidiano e monotono equilibrio tra il nulla e il senso che le permette di sopravvivere.

Ade-Severino la rispetta con affetto e le sconsiglia cambiamenti, quando in agenzia si presenta una donna, Giovanna, che ha appena subìto la dolorosa perdita di Elisa, l’amata sorella. La donna le propone un singolare viaggio alla ricerca di qualcuno che deve sapere ad ogni costo di quella morte e a cui consegnare una lettera. 

Attratta dalla luce e intuendo che quel viaggio la porterà fuori dalle confortanti tenebre in cui si era nascosta, Rosa decide di partire. La sua destinazione è un sito di scavi archeologici in Basilicata, terra dell’antico popolo dei Lucani, signori di quei luoghi prima della conquista romana. Rosa attraversa i più di mille chilometri con la sua utilitaria, fermandosi in tappe che in qualche modo la attraggono per l’amenità o l’interesse culturale, quasi a voler rimandare la meta, al punto da seguire un uomo, appena incontrato, in un giro fuori programma a Napoli. 

Da abitante del passato e compagna della morte, Rosa, proprio come Proserpina, si riaffaccia alla vita, incoraggiata dalle donne lucane che incontrerà nel suo cammino, anch’esse anime antiche, forti e ben radicate nel solido ruolo di dee della natura, che nutrono, riproducono la vita, la abbelliscono e la distruggono con la medesima grazia.

Lo scopo del suo viaggio è ritrovare una donna, Cinzia, una archeologa, scomparsa da qualche tempo, a cui la protagonista deve consegnare la lettera e dare la notizia della morte di Elisa, la sorella di Giovanna.

Rosa va dalla morte alla vita, attraverso un viaggio lungo la penisola che le ridà la voglia di vivere. Sfiora l’amore di un uomo, ma non commette l’errore di aggrapparsi all’amore di quell’uomo per ritrovare se stessa; ha il coraggio di perseguire il suo obiettivo fino in fondo, fino alla fine del viaggio che salverà lei e Cinzia. La sorellanza femminile, in tacita e sotterranea comunicazione di sensi, come le radici di un bosco antico, porterà a smascherare un uomo di potere che, abusando del suo potere, aveva provocato la temporanea scomparsa di Cinzia.

Il viaggio di Rosa e la meta archeologica sono metafora del percorso interiore di riconnessione con la propria essenza femminile e vivifica. Il suo ritorno a Torino lascia intuire ola nuova vita della protagonista nel finale, aperto ad ogni possibilità, come la vita che si risveglia.

Irene Valenti