Se chiudi gli occhi puoi vederla La Repubblica italiana dei poeti, il sogno utopico di una terra ideale, un luogo incantato in cui tutti gli abitanti coltivano amabilmente l’arte dei versi, comunicano tra loro in endecasillabi e trascorrono la propria esistenza nell’irrinunciabile culto della bellezza. Eppure, dischiuse le palpebre, dinanzi al tuo sguardo si ergerà sempre La Repubblica italiana dei poeti, nella forma di un volume criticamente semiserio a firma Marco Merlin, in arte Andrea Temporelli, edito per Industria e Letteratura. E, come ogni risveglio che si rispetti, la realtà avrà un sapore decisamente amarognolo. Spesso il dato reale implica il ridimensionamento della prospettiva onirica: inutile ribadire che il titolo allude alla sterminata mole di materiale poetico pubblicato ogni anno dall’editoria italiana. Il sottotitolo dell’opera non lascia alcun dubbio, anzi rilancia un’ulteriore provocazione, non priva di fondamento: Un catalogo di autori prima del grande oblio. Si assiste inermi all’imperversare di pubblicazioni che, sommate tra loro, producono un quasi totale anonimato poetico, di conseguenza, destino delle epoche a venire è dover fare i conti con l’ineluttabile oblio, un gorgo indeglutibile di poeti e sillogi e plaquette e antologie. Eppure qualcosa di questi ultimi cinquant’anni di poesia dovrà pur rimanere, o no? Con quali criteri e con quali responsabilità? E, soprattutto, (domanda da un milione di dollari) con quali poteri e conferiti da chi?
Andrea Temporelli non ha da mettere in campo dei verdetti definitivi, il suo potrebbe essere parte di un sentiero da battere per chiunque vorrà provare a selezionare il meglio che la poesia nostrana ha da offrire. Forte di una solida formazione (a proposito, vi consiglio di visitare il suo canale YouTube, ricco di splendide riflessioni) e di un’intensa quanto sana disillusione del mondo poetico, offre una serie di spunti sugli autori incrociati durante i tanti anni di attività, tenendo alla larga i poeti nati dagli anni ’80 in poi, e preservando nel finale una rosa di nomi da tenere in considerazione, altri già canonizzati, altri ancora su cui discutere. Un regolamento di conti generazionale e coi padri nobili senza discendenti? Forse, o almeno in parte. Tra acute disamine, frizzanti boutade e ripensamenti, non mancano momenti personali, gustosamente aneddotici, ma il tutto spassosamente calato nella fossa dei leoni, il luogo in cui oggi ha sede la fu società letteraria: Facebook.
La Repubblica italiana dei poeti è stata di fatto generata sul Social di Meta, con quattro mesi di condivisioni sul profilo dell’autore, in un periodo in cui Temporelli ha pubblicamente cantierizzato la volontà di pubblicare un volume del genere, con lo scopo di riflettere su una possibile selezione poetica da offrire. Sono stati mesi in cui si è visto passare di tutto tra i commenti, dagli apprezzamenti alle delegittimazioni: il pubblico autoriale è quanto mai esigente, in sua presenza ne vengono fuori di ogni, c’è sempre una mancanza che salta fuori, un’approssimazione di troppo, una parola fuori luogo nei confronti di questo o quel nome. I post venivano accompagnati, inoltre, da foto standard: volumi e volumi di poesia in primo piano, con la mastodontica libreria di Temporelli a fare da sfondo. In seguito a questa fase di folle condivisione, c’è stato un periodo di ritiro e di rielaborazione, e con l’aggiunta di ulteriori spunti, in parte più meditati, in parte, come da ammissione dello stesso Temporelli, più frettolosi, ossequiosi di evidenti limiti umani, ma in conformità con quanto è intuibile sin dall’inizio: la via è impervia eppure da qualche parte bisogna cominciare a selezionare, poiché è solo la scelta a nobilitare per davvero ciò che rappresenta un’arte in un dato momento storico.
Esperimento fallito? Non esattamente, perché La Repubblica italiana dei poeti non si distingue tanto per la selezione proposta, quanto per una lucida testimonianza del caos attuale. Il che non è affatto una banalità in un mondo affamato di risultati e vincitori che si lasciano dimenticare frettolosamente (per la poesia poi, un’arte in cui domanda e offerta coincidono col medesimo soggetto, l’autore-lettore), si lascia apprezzare l’esperienza, il percorso, con un pizzico di presunzione invita tutti gli attori in campo a mettersi in gioco: «Liberiamoci dai tanti cattivi maestri che ci hanno educato a pensarci protagonisti in scuole esclusive. Riconosciamo nel dissenso e nelle diversità di vedute l’unica opportunità sensata e interessante per superare la palude contemporanea. Il nemico leale sarà il vero maestro, la pietra per saggiare e rafforzare il talento», afferma Temporelli, verso la fine del viaggio.
La Repubblica italiana dei poeti, al pari di altri prestigiosi volumi dedicati alla poesia, come Il pubblico della poesia (a cura di Cordelli e Berardinelli), non si distingue per la bellezza della proposta, non passerà alla storia per una selezione imprescindibile, ma potrebbe diventare un’opera di culto su cui poeti, critici e, perché no?, lettori, sono invitati a riflettere. Questo libro potrebbe regalare delle scoperte interessanti oppure urtare la sensibilità di qualcuno. Mettetelo pure alla berlina, ma a una condizione, quella di offrire una o più alternative corroborate da argomentazioni solide e credibili. Del resto un bravo critico è un capitano coraggioso e sa affrontare il mare nella tempesta della scrittura, oggi più di ieri. Chi saprà accettare la sfida?
Federico Preziosi
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