Se la fine di MTV può essere letta come la conclusione di una grande narrazione collettiva, come scrive Francesco Gavatorta nel suo pezzo su Humanist.life, la domanda che resta aperta non riguarda la nostalgia, né il destino dei media. Riguarda qualcosa di più essenziale: come nascono, crescono e si esauriscono le narrazioni che ci tengono insieme. E, soprattutto, chi se ne assume la responsabilità quando questo accade.
MTV è stata un dispositivo narrativo capace di costruire un’esperienza condivisa, un linguaggio comune, una forma di riconoscimento reciproco. Ha funzionato perché offriva continuità, durata, senso di appartenenza. Anche quando cambiava pelle, anche quando tradiva la propria origine, restava un luogo leggibile, attraversabile, criticabile.
Le grandi narrazioni collettive del Novecento – culturali, politiche, artistiche – avevano questa caratteristica: non erano innocenti, ma erano responsabili. Esponevano un punto di vista, si assumevano il rischio di durare, accettavano il conflitto che ne derivava.
Oggi quella struttura si è frantumata.
Come è stato osservato più volte, la crisi che attraversiamo non è tanto una crisi di storie, quanto una crisi della narrazione come forma di pensiero. Le storie circolano ovunque, ma raramente si sedimentano. Si consumano rapidamente, producono reazioni, non comprensione. L’orizzonte a cui si tende non è più la durata, ma l’impatto.
Il confronto tra Vivian Gornick e Byung-Chul Han, presentato nell’articolo La forza e la crisi della narrazione di Silvia Acierno, aiuta a mettere a fuoco questo nodo. Per Gornick, raccontare significa trasformare l’esperienza in forma, senza tradirne la complessità. Per Han, invece, il nostro tempo è segnato da un eccesso di comunicazione che svuota le storie della loro capacità di creare legami, riducendole a sequenze di stimoli immediati.
Forse non importante chi abbia ragione, ma una cosa è certa oggi raccontare è un atto più fragile, e proprio per questo più carico di responsabilità.
Raccontare non è mai un gesto neutro. Ogni narrazione modella il modo in cui interpretiamo il reale, definisce ciò che appare possibile o impossibile, legittimo o inaccettabile. Quando le storie rinunciano alla profondità, quando si limitano a semplificare, a polarizzare, a confermare identità già date, non smettono di agire: agiscono peggio.
Viviamo in una condizione di sovraccarico diffuso. Le richieste che arrivano alle persone – informative, emotive, identitarie – superano spesso la loro capacità di reggerle. L’attenzione è frammentata, la stanchezza cognitiva è diventata uno stato ordinario. Spesso la viviamo come una fragilità individuale dimenticandoci che in realtà è una condizione sistemica.
In questo scenario, le narrazioni non competono più solo tra loro: competono con l’esaurimento. Con menti che funzionano in una sorta di “modalità a basso consumo”, costrette a scegliere cosa ignorare prima ancora di decidere cosa ascoltare. Raccontare come se questa condizione non esistesse significa contribuire al rumore. Raccontare senza tener conto del limite significa chiedere ancora, quando non c’è più spazio per ricevere.
È qui che la responsabilità del racconto diventa centrale.
Raccontare non è solo produrre storie, ma decidere quanta pressione esercitare sull’attenzione altrui. Decidere se una narrazione apre uno spazio di senso o occupa l’ennesimo frammento di energia residua. Decidere se chiede adesione immediata o tempo. Se semplifica per convincere o complica per capire.
La frammentazione non è il problema. Il problema è fingere che non comporti conseguenze. In un mondo che chiede simultaneità, velocità, reazione continua, raccontare in modo responsabile significa anche saper rinunciare: alla ridondanza, all’urgenza artificiale, alla promessa di totalità.
Le grandi narrazioni del passato hanno retto perché chiedevano molto, ma offrivano durata. Oggi, forse, la posta in gioco è diversa. Non si tratta di costruire nuovi racconti totalizzanti, ma di imparare a raccontare senza consumare ciò che resta dell’attenzione comune.
Se le narrazioni continuano a tenerci insieme, lo fanno solo a questa condizione: che qualcuno si assuma il peso di raccontare meno, meglio, con maggiore consapevolezza del limite. Senza rinunciare al senso, ma per rendendolo ancora possibile.
Lea Iandiorio
Dialoghi è il viaggio condiviso con Humanist.life per indagare il presente e il futuro della narrazione.
Insieme alle contributor e ai contributor del magazine fondato Francesco Gavatorta pubblichiamo un articolo che sviluppa un rimbalzo ideale di stimoli, riflessioni, proiezioni e teorie sul come il raccontare stia mutando sotto i nostri occhi.
Prima puntata: La forza e la crisi della narrazione
Seconda puntata: Il fulcro rimane l’esperienza
Terza puntata: La narrazione si fa ancora più viva!
Quarta puntata: Un racconto salverà il mondo
Quinta puntata: MTV: quando muore una narrazione collettiva
Bonus track: Dialoghi… a voce / Prima puntata
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