Paolo Massari ci consegna un libro, pubblicato da poche settimane da UTET Editori, che è al tempo stesso memoir e saggio, ricostruzione storica e indagine personale. Il cuore del racconto è Sabaudia, città di fondazione fascista, vetrina del razionalismo architettonico e della propaganda del regime che, nell’epoca della sua nascita, accoglie i coloni giunti da diverse parti d’Italia mentre le paludi pontine si fanno bonificare. Ma in quella città, tra gli anni ’60 e ’70, il tempo porta nuovi abitanti: scrittori, registi, poeti, pittori ne fanno infatti un luogo di riflessione e di confronto. Coloni della terra, ieri; coloni della cultura, poi. Qui coltivano il pensiero, si misurano nel confronto e trovano nella coesione intellettuale una via di rinnovamento, in un contesto di riposo operoso in cui disporre del proprio tempo.
Così nelle case protette dal Circeo si muovono figure paradigmatiche della cultura italiana: Pasolini, Moravia, Dacia Maraini, Laura Betti, Bernardo Bertolucci, per citarne alcuni. Ciascuno vi porta un proprio sguardo personale: per Pasolini Sabaudia è una metafora dell’Italia moderna, bellezza naturale piegata dalla speculazione edilizia, città imposta dal fascismo ma reinventata da chi la vive e la respira; per Moravia è un rifugio domestico e ordinato, fatto di scrittura mattutina e bagni al mare, di riti quotidiani che restituiscono equilibrio; per Bertolucci una casa può trasformarsi in sala di montaggio, luogo di lavoro e di incontri informali; Laura Betti, infine, vi realizza una sorta di teatro privato, tra cene improvvisate e tensioni, sempre, dopo i fatti di Ostia, con l’ombra di Pasolini da custodire.
Quella che Massari racconta non è soltanto una comunità, ma una rete di amicizie che vivono di dialettica. E non possono farne a meno. Essere amici infatti significa anche non essere d’accordo, anzi: confrontarsi in modo aspro e continuo. Esempio emblematico è il delitto del Circeo del 1975 che spacca l’opinione pubblica italiana e trova letture divergenti tra gli stessi protagonisti di Sabaudia. Pasolini lo interpreta come sintomo del degrado antropologico prodotto dalla società dei consumi; Moravia lo legge invece come un atto di violenza di classe, un gesto sadico compiuto da giovani borghesi contro ragazze popolari; Maraini sposta l’accento sulla violenza di genere, figlia negletta di una brutalità quotidiana, consumata silenziosamente nelle famiglie e nella società. Non si tratta quindi di cercare un consenso ma di prendere posizioni, anche antitetiche, che sono parti della vera amicizia.
La scrittura di Massari accompagna questa ricostruzione con un tono immediato, quasi febbrile, animato dal desiderio di condividere con il lettore ogni dettaglio che ha scoperto sull’irripetibile cenacolo di Sabaudia. Si avverte il peso della sua formazione italianistica, il rigore della ricerca che non cancella però una nota personale: tra le righe emerge un senso di mancanza, la nostalgia per un tempo in cui gli intellettuali non erano distanti dalla gente comune, si poteva incontrarli a sorseggiare un Campari al Caffè Italia o a comprare al mattino il pesce al mercato o a trovarseli in spiaggia come semplici bagnanti. Alcune pagine del libro hanno un tono di rimpianto: l’autore racconta di aggirarsi nella Sabaudia di oggi e di immaginare che dietro quelle persiane chiuse possano ancora brillare luci e idee, che in quelle stanze si tengano grandi cene, conversazioni accese, o che il battito delle macchine da scrivere scandisca le notti perché il pensiero critico non va in vacanza.
In questo percorso non mancano aperture verso un orizzonte più ampio. Massari ricorda che anche Ingeborg Bachmann sceglie la zona del Circeo per ospitare la prima riunione internazionale del Gruppo 47, portando sulle coste pontine scrittori come Hans Magnus Enzensberger e Günter Grass. Quel dettaglio diventa rivelatore: Sabaudia e i suoi dintorni non sono isolati, ma parte di una rete europea in cui i luoghi di villeggiatura possono trasformarsi in officine intellettuali. Ed è proprio a partire da qui che il lettore è portato a immaginare un confronto con altre geografie culturali: Tangeri, crocevia trasgressivo di Bowles, Burroughs e Ginsberg; Capri, mito cosmopolita abitato da Malaparte, Graham Greene e Neruda. Sabaudia non ha l’esotismo della prima né la mondanità della seconda: è un luogo domestico tutto italiano che unisce convivialità, silenzio, confronto e riflessione.
Oggi la città è diventata meta di villeggiatura dei VIP. Gli intellettuali, quelli veri, non ci sono più e Massari sembra domandarsi se sia ancora possibile trovarli, se ci siano luoghi in Italia in grado di coagularli con la stessa intensità. Perché costoro non sono semplici ospiti di una stagione: sono coloro che prendono parte attiva alla vita politica, che incidono nella realtà del proprio paese, che sanno svegliare le coscienze, eliminare i torpori, farsi voce e coscienza critica della società. Proprio come i coloni di un tempo, anche loro seminano. Non grano ma idee, dubbi, prospettive nuove. Tra la gente e non da una torre d’avorio.
E qui il titolo del libro sembra rivelare il suo doppio senso: La vacanza degli intellettuali non è solo il racconto di una stagione di villeggiatura colta ma anche la rappresentazione di un’assenza, di una sospensione. Gli intellettuali oggi sembrano davvero “in vacanza”, lontani dal dibattito, assenti dalla scena pubblica. Quella che Massari evoca non è solo memoria ma anche una domanda urgente: ci sono ancora comunità capaci di vivere e di pensare con la stessa intensità o la vacanza è diventata un vuoto senza ritorno?
Claudio Musso
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