Siamo nel 1929: l’Unione Sovietica è nata da poco, e sono ancora fresche le vicende della Rivoluzione d’Ottobre. Soprattutto è ancora viva la memoria della vecchia Russia, quella contadina, tradizionale, medioevale. Il primo Piano Quinquennale voluto da Stalin ha stabilito la costruzione di numerose dighe sulla Volga, per deviare il corso dei fiumi e irrigare la regione di Mosca.

La vicenda si svolge nel cantiere di uno di questi sbarramenti, ormai quasi completato. Intorno al gigante di cemento si intrecciano le vicende degli ingegneri che ne hanno diretto la costruzione, delle loro donne – mogli, figlie, amanti – e della gente semplice dei villaggi, costretta a lasciare le terre abitate da generazioni, che verranno presto sommerse.

L’autore, Boris Pil’niak, è stato uno dei più grandi scrittori della nascente epoca sovietica: seppe approfittare della relativa libertà concessa da Stalin negli Anni Venti e pubblicò opere di grande successo. Ma ebbe una battuta d’arresto quando il suo racconto dal titolo Mogano fu giudicato anti-sovietico. Per cercare di soddisfare le richieste della censura Pil’niak lo riscrisse in forma di romanzo, sforzandosi di celebrare i successi del socialismo e l’organizzazione sovietica del lavoro, capace di irregimentare enormi masse di operai e di sfidare la Natura stessa, mutando il corso dei fiumi.

Sotto il Cremlino si stendeva la Mosca del 1929, degli atti e dei progetti colossali, dello spirito battagliero, degli enormi conflitti. Mosca, come l’intera URSS, marciava al passo cadenzato di una parata verso il socialismo, per vincere. La Storia durante quegli anni non camminava, correva, non fluiva, ma veniva costruita, edificata come la Russia.

In molte parti del testo traspare però la sua ammirazione per la vecchia Russia: non quella degli Zar, chiusa nel suo assolutismo, ma quella del popolo, dei contadini, delle tradizioni, della storia profonda dell’Asia. La figlia stessa dell’ingegnere capo è un’archeologa, che documenta le antichità della regione prima che scompaiano per sempre.

La narrazione non si sviluppa in modo lineare, ma procede per episodi, frammenti, flussi di coscienza: questi ultimi sono oggi ben noti e praticati nella narrativa, ma all’epoca costituivano una novità assoluta. Questo è il modo di narrare di Pil’niak, presente anche in altri suoi scritti.

Nonostante lo sforzo per adeguarsi, il regime giudicò questo romanzo anti-storico e anti-sovietico. Pil’niak venne estromesso dalla scena culturale, e cadde completamente in disgrazia quando fu accusato di essere una spia straniera: fu arrestato nel 1937 e condannato a morte l’anno successivo. Fu riabilitato solo negli Anni Cinquanta.

Stefano Tartaglino