Qualche anno fa scrissi per questa rivista un articolo sull’eredità di Antonio Tabucchi, citando alcuni “giovani” scrittori che erano stati incoraggiati, sostenuti dallo scrittore toscano o si erano formati intorno ai valori letterari da lui tramandati. Andrea Bajani era uno di questi. Sia all’uscita di Se consideri le colpe (Einaudi, 2007), che per Ogni promessa (Einaudi 2010) Tabucchi volle esprimere a Bajani il suo gradimento e salutò la scrittura dell’autore romano tra quelle più promettenti.

Andrea Bajani è sicuramente una penna di razza, ha una scrittura elegante e asciutta, e se per qualche anno – ossia dal 2021 in cui fu presente sia nella cinquina del Campiello che in quella dello Strega con il suo romanzo Il libro delle case (Feltrinelli) – non lo abbiamo trovato puntuale in libreria, credo che sia stato per una sua scelta personale. Lui stesso ha dichiarato infatti che, dopo una pausa percepita come necessaria, l’urgenza di scrivere la storia autobiografica narrata ne L’Anniversario (che gli è valso la vincita del Premio Strega 2025, sia quello ufficiale che quello votato dai giovani lettori) si è affacciata in modo prepotente e lo ha costretto a scrivere alle 4 di mattina o per intere notti, mentre svolgeva altre attività professionali a Houston, Texas, dove attualmente vive.

Ne è venuto fuori un libro senza dubbio coraggioso, che forse è piaciuto ai giovani proprio perché affronta quello che nella nostra società italiana è ancora un tabù: la rottura volontaria dei rapporti famigliari a causa delle eredità tossiche e delle influenze tarpanti che spesso ci portiamo dietro dall’educazione ricevuta.

Se da una parte i giovani di oggi spesso non si trovano neppure nella condizione di poter tagliare i ponti con la famiglia d’origine – l’impossibilità di trovare lavoro stabile, la mancanza di assistenza sociale, la distanza tra la formazione e la professionalità sono grossi deterrenti – certamente nella mentalità attuale è più chiaro il limite al di là del quale l’appartenenza al nucleo famigliare d’origine non può e non deve diventare intrusiva e frustrante nello sviluppo della personalità di un giovane. Non è stato certamente così per la generazione di Bajani e per quelle immediatamente precedenti e successive.

Leggendo L’Anniversario, si resta impressionati dal fatto che l’autore è nato nei primi anni Settanta e quindi gli accadimenti di cui narra e che ruotano intorno alla figura del padre – portatrice di una visione patriarcale, coercitiva rabbiosa e nevrotica, oppressiva delle individualità all’interno della famiglia a partire da quella della madre, a sua volta incapace di esprimere una propria personalità e un’affettività libera nei confronti persino dei propri figli – si svolgono tra gli anni Ottanta del Novecento e gli anni Dieci del Duemila, quindi in un tempo estremamente recente;  quello in cui io per esempio, nata solo una decina di anni prima,  sono cresciuta e divenuta adulta, ho trascorso la mia vita in gran parte all’estero confrontata con ambienti internazionali molto più evoluti e con le eredità di grandi battaglie sociali che dagli anni Settanta in poi hanno cercato di riformare il diritto di famiglia garantendo alle donne maggiore parità, diritto al lavoro, posti all’asilo per i figli.

Entrare nell’atmosfera claustrofobica del romanzo di Bajani significa dimenticare che tutto questo appartenga alla stessa epoca: qui il telefono in casa compare negli anni Novanta (allora mio marito in Germania già completava insieme a ingegneri da ogni parte del mondo la rete che ci avrebbe regalato la telefonia mobile) e diventa strumento di controllo e di ricatto, più che di comunicazione; solo verso la fine del libro diventa il simbolo di un legame artificioso e languente, un filo ormai eroso con cui si tiene in vita un rapporto che è terminale. Le battaglie delle altre donne non fanno neppure da sottofondo alla dipendenza psicologica ed economica della madre dello scrittore dal marito.

Non ho mai scritto di mia madre. (…) La porzione di mondo che occupava era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro famigliare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare. Quella di un uomo che aveva tutto da riscuotere dalla vita, il che implicava che fossimo tutti a pagare, a bruciare nel fuoco insieme a lui.

Si percepisce lungo tutto il racconto come Bajani colpevolizzi la genitrice di non essersi mai sottratta, ribellata non solo alla condizione di subordinazione, ma anche alle scelte educazionali rigorosamente imposte dal coniuge, all’uso del ricatto affettivo e dell’umiliazione, dal quale sono derivati rapporti genitori-figli privi di empatia ed emozione.

È questa assenza di comprensione e di vicinanza d’animo che viene ricostruita nel flusso della memoria sulle pagine, a mezzo di linguaggio curato, preciso e privo di picchi emotivi, dal quale traspare solo un dolore ormai spento sotto le ceneri e una rabbia controllata, anzi, una rabbia che probabilmente ha lasciato il posto al senso di liberazione.

Lo scrittore afferma che i dieci anni trascorsi dall’ultima volta in cui ha incontrato la famiglia sono stati i più felici della sua vita. L’Anniversario di Bajani sconvolge proprio per aver eliminato il senso di colpa che in Italia è presenza scontata per chi taglia di netto un legame famigliare. Eppure, nelle perverse dinamiche narrate e che ancora oggi si svolgono tra molte mura domestiche, chi non si riconosce, almeno in parte? E quanti riescono ad ammettere pubblicamente che ci possa essere una guarigione nel sottrarsi a certi vincoli di sangue?

Questo romanzo vincitore dello Strega 2025, come molti altri premiati o proposti in anni recenti attinge alla vita dell’autore (qui anzi coincide con quella) o di altri personaggi della contemporaneità. La dimensione è quella del trauma, della presa di coscienza del dolore esistenziale. Nell’attualità ciò che per secoli era stato affidato alle storie di fiction sembra essere migrato nella storia personale di chi scrive. Questa è più che una tendenza, oramai. Non può stupire in questo senso, che L’Anniversario abbia confermato ogni pronostico con la sua vittoria.

Anna Bertini