Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2025, secondo Ungherese dopo Kertész, Krasznahorkai è erede di una straordinaria tradizione letteraria, che nel secondo dopoguerra ha avuto figure di spicco tra le quali, oltre, appunto a Imre Kertész, ricordiamo Magda Szabò, Agota Kristoff, Miklós Száraz. Scrittore impegnato, sempre vicino ai temi più delicati dell’attualità, anche internazionale, ma con un forte legame con le proprie radici, le sue opere non sono immuni dall’influenza della ricca tradizione del realismo magico dell’est Europa.

La scrittura di Krasznahorkai è densa, pastosa, quasi palpabile: ti avviluppa fino a toglierti il fiato, come sabbie mobili da cui cerchi di riemergere annaspando. Periodi infiniti, frammentati da virgole, ma senza punti, ritmo serrato, che quando sembra rallentare ha delle impennate che fanno trasalire, proprio mentre pare scorrere placido o deragliare lentamente verso il vuoto, come se, dopo aver sfiorato il freno su una stradina di montagna su cui è appena passata una processione, lasciando la sua scia di cera, la macchina scivolasse piano verso il precipizio e una controsterzata la riportasse in carreggiata.

È proprio il movimento il tema comune ai racconti di questa raccolta, come traspare fin dal titolo, Avanti va il mondo, che mostra immediatamente anche un’altra caratteristica peculiare: le ambientazioni sono le più disparate, dall’Europa alla Cina il mondo intero sembra essere il giardino di casa dell’autore, che descrive con la precisione dell’indigeno edifici, strade, piazze, rumori e colori di Shangai come di un villaggio sulle rive del Gange.  Eppure la direzione fa la differenza, conta eccome, scrive in uno dei primi racconti (intitolato, tra l’altro, Sulla velocità).

Molte storie non vanno da nessuna parte, si avviluppano su sé stesse, sfidando le regole delle scuole di scrittura, secondo cui in un racconto, soprattutto breve, è fondamentale far accadere qualcosa. Qui invece, in particolare nei primi, brevissimi, racconti, non accade nulla, non ci sono neanche personaggi. È la scrittura stessa ad essere protagonista, a divenire epifania di sé stessa, a trasformarsi in evento e narrazione. E protagonisti siamo noi lettori, nel momento in cui ci immedesimiamo nel racconto, perché ci ritroviamo nel bel mezzo di una cinica resa dei conti con noi stessi, in quanto figli non particolarmente illustri di un’epoca non particolarmente illustre.  Altri racconti, invece, sviluppano trame complesse, storie che ci portano altrove, in un altro luogo e un’altra dimensione, un altrove inimmaginabile in avvio, lontanissimi dal punto di partenza. Eppure a volte il movimento si fa circolare, perché riporta al punto di partenza, che diventa casa, in un loop che rappresenta l’esatto contrario del movimento: è immobilità, incapacità di staccarsi realmente da noi stessi e dalle nostre radici, stritolati dallo spazio magicamente ristretto della percezione umana, la consapevolezza dei cui limiti e il vano tentativo di espanderli sono tema cruciale di questi racconti, in cui spesso il pensiero e il ragionamento vengono semplificati, scarnificati, ridotti all’osso. L’uomo stesso è riportato alla sua forma primordiale, incapace di comprendere il mondo che lo circonda e i milioni di interconnessioni tra fatti, eventi, elementi. Rimane consapevole soltanto della propria presenza, ma non del proprio ruolo, incapace di prevedere il susseguirsi degli avvenimenti, di governare la propria vita, che è invece dominata dal caso, di capire le vere origini degli eventi, alcuni dei quali segnano l’inizio di una nuova era, senza che ce ne rendiamo conto. E ci ritroviamo tutti vecchi in un mondo nuovo. Un nuovo mondo, appunto, una nuova epoca comportano anche la necessità di una nuova lingua, per comprendere gli altri e farsi comprendere, un codice comune, una chiave per decifrare messaggi criptati, che spesso ci sfuggono completamente, anche perché confondiamo messaggio e messaggero, contenuto e contenitore, in una gigantesca metonimia. Non possediamo nulla, non conosciamo nulla. Rispetto al mondo nella sua essenza e alla sua realtà non possiamo dire o pensare nulla. Un nulla perfetto e scintillante.

Fiumi di parole e gesti, necessità di comunicare che si scontra con l’incomunicabilità. Riflessioni su riflessioni, sul mistero del mondo e della vita, su Eros e Thanatos, sull’impotenza del potere, sul ruolo della letteratura, baluardo della ragione, a volte sola via di fuga, ma anche incapace di cogliere la perdita di un senso complessivo della realtà. Fretta, attività frenetiche, ripetizioni di gesti e riti all’infinito. Umanità varie che si scontrano senza vedersi. Vite in bilico tra tristezza e ribellione, dove ogni ribellione riguarda il tutto.

La follia sommerge la realtà, creando una dimensione alternativa, ma forse non meno verosimile, all’interno della quale si muovono i personaggi, più o meno consapevolmente, cercando, alternativamente, di fuggire o di trovarvi il proprio posto.

Personaggi che, ciascuno con le sue peculiarità, vivono sospesi in un incubo, forse sempre lo stesso, ma con diverse declinazioni, attanagliati dalla sensazione di essere in trappola, senza via d’uscita; così provano a fuggire senza una meta, a liberare la mente per potersi liberare dal senso di oppressione, cercando di creare il vuoto dietro di sé e riempire di questo vuoto il caos che li circonda, di farsi scudo della paura per difendersi dalla massa.

Il mondo precipita verso una situazione di eterno conflitto, non c’è più margine per una convivenza serena, il manicheismo rende incolmabili le distanze che ci separano dagli altri, dall’altro in quanto diverso, al di là del nostro confine.

La fine è ineluttabile.

Fabio Sarno

Vento dell’Est: Ungheria