Ho acquistato questo romanzo al Primo Salone del Libro della De Tomi: la casa editrice era nata da poco e aveva tre – quattro titoli in catalogo. Le loro copertine acquerellose mi avevano colpito e ammiravo la pazzia di Sergio di aprire una casa editrice e presentarsi al Salone, conquistando i lettori con la semplicità.
Come sempre, poi, i libri ti chiamano, in un dato momento. Questo mi ha chiamato la settimana scorsa, dopo quasi due anni di permanenza in libreria.
Strani. L’impiegato dell’Ufficio Protocollo è un romanzo breve, misurato e sorprendentemente incisivo, che parte con passo quieto ma finisce per lasciare un segno profondo, soprattutto grazie alla finezza della scrittura e alla delicatezza con cui tratteggia il suo protagonista, Roberto Strani.
Roberto Strani è un modesto impiegato dell’Ufficio Protocollo di un piccolo comune emiliano, uomo di routine, sacrifici economici, sogni rimandati e una vita familiare segnata da rimpianti e da un rapporto problematico col figlio, mai davvero conosciuto. Ha abdicato alla vita. È stato il belloccio della classe, destinato a fare sfracelli, ora è un anonimo uomo di mezzo età, dimesso, con un unico desiderio (ma non ambizione): farsi trasferire alla biblioteca, nel settore cultura, dove la sua laurea in filosofia troverebbe finalmente un senso.
Come indicato sul sito della casa editrice: “Fai attenzione a non innamorarti del protagonista, che tanto non s’innamorerà di te. Oramai ha superato quella fase della vita.”
Attorno a lui si muove una galleria di figure umanissime: colleghi, superiori, il figlio, e personaggi come Massimo, collega balbuziente e leale, che contribuiscono a creare un microcosmo credibile e tenero, fatto di piccole fatiche quotidiane più che di gesti eclatanti.
Il romanzo ha un inizio volutamente lento, come il ripetersi delle giornate di Strani, tra il tragitto in bicicletta verso il municipio e la monotonia dell’ufficio comunale. Questa lentezza iniziale funziona come fase di immersione: il lettore entra gradualmente nel ritmo della vita del protagonista, percepisce il peso delle abitudini e il logorio dei sogni ridotti all’osso. La trama, infatti, si anima quando compare Sara Nerini, l’ambiziosa nuova direttrice generale, figura che scuote l’inerzia esistenziale di Strani. Ex compagna di scuola, ex amica, con un doppio fine e un’agenda tutta sua, non dichiarata.
Da quel momento il romanzo, pur mantenendo il suo garbo, acquisisce tensione narrativa: Strani è costretto a prendere posizione, a compiere scelte, a uscire – almeno in parte – dal proprio anonimato, e il lettore si ritrova a fare il tifo per lui. Perché alla fine tutti abbiamo un prezzo… occorre solo stabilire se vale la pena vendere l’anima al diavolo o restare coerenti con sé stessi.
La scrittura di Laura Corsini è raffinata senza mai risultare compiaciuta: lessico curato, termini precisi, ma una prosa limpida, scorrevole, che “arricchisce e intrattiene” senza appesantire.
Il tono complessivo resta misurato, empatico, quasi pudico: Corsini non indulge nel sentimentalismo, ma lascia che siano le piccole scene quotidiane (la spesa con i buoni pasto, il pranzo solitario, il tragitto in bici per non rovinare l’auto) a restituire la dignità e la fatica del suo protagonista.
Ne risulta un romanzo davvero garbato, come non ne leggevo da tempo: mai urlato, ma capace di restare nella memoria proprio per la sua discrezione e per la capacità di rendere interessante la vita di un uomo che, in apparenza, non ha nulla di straordinario.
Il libro affronta, con leggerezza solo apparente, temi molto concreti: le raccomandazioni sul lavoro, i rapporti di potere tra colleghi e superiori, le difficoltà economiche, i sogni che fanno fatica a realizzarsi e il rapporto non semplice tra padre e figlio. In filigrana, il romanzo parla di riscatto e di possibilità tardive: dopo molti anni dietro la scrivania di un ufficio comunale, il destino sembra offrire a Strani “un’ultima occasione” e la domanda è se lui saprà coglierla o meno, se varrà la pena farlo.
Questa dimensione di “ordinario eroismo” – l’eroismo di chi resiste, di chi non rinuncia del tutto ai propri desideri nonostante la vita lo abbia messo all’angolo – rende il personaggio vicino e riconoscibile.
Strani. L’impiegato dell’Ufficio Protocollo è un romanzo godibilissimo, ben dosato: parte piano, chiede al lettore pazienza e ascolto, e in cambio offre una storia compatta, coerente, che unisce osservazione sociale e introspezione.
La qualità della prosa, la costruzione accorta dei personaggi secondari e la capacità di trasformare un’esistenza “minima” in un percorso di consapevolezza e riscatto ne fanno un gioiellino, consigliabile a chi apprezza le narrazioni intime, i ritmi lenti ma progressivamente coinvolgenti.
Per chi è consigliato questo libro:
- Gli “Strani” della vita reale – chiunque si sia sentito almeno una volta un ingranaggio invisibile nella macchina burocratica/aziendale, con sogni di laurea in filosofia ridotti a timbri e protocolli.
- I lettori che hanno superato “quella fase della vita” – come avverte la casa editrice stessa. Non è per cuori romantici che cercano innamoramenti travolgenti, ma per chi riconosce la dignità silenziosa del quotidiano.
- Gli amanti dell’antieroismo ordinario e dei microcosmi – chi preferisce Stoner a Superman, chi preferisce il microcosmo di un comune della provincia ai viaggi intercontinentali.
Per accompagnare la lettura, c’è l’imbarazzo della scelta: De Andrè, Guccini, Gaetano, Dalla, Capossela, Brunori sas.
Patrizia Carrozza
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