Geograficamente facciamo un passo indietro, riattraversando i Balcani, verso i Carpazi e il Mar Nero, in una terra dove, ancora una volta, diverse culture si sono incrociate, dove esuli da varie guerre e persecuzioni, soprattutto tedeschi e ungheresi, hanno costituito le loro enclave, mantenendo lingue e tradizioni dei paesi d’origine, che si sono poi mescolate con quelle della terra che li ha accolti, piuttosto di malavoglia.
Questo mescolarsi di lingue e di culture ha dato vita a una letteratura fiorente che, pur riconducibile sotto il cappello rumeno, ha prodotto opere in diverse lingue, soprattutto il tedesco.
La Romania, del resto, anche se fortemente influenzata dal dominio ottomano e dalla cultura slava, che hanno contribuito a donarle una straordinaria ricchezza culturale e lessicale, ha mantenuto la propria unicità, sola nazione dell’Europa orientale a utilizzare una lingua romanza, che evidenzia, anche nella sua letteratura, una certa affinità coi paesi latini.
Soprattutto nel periodo inter bellico è stata patria di grandissimi scrittori e intellettuali: Mircea Eliade, capace di scrivere in più lingue, Emil Cioran (un apolide metafisico, come egli stesso intitola uno dei suoi libri più brillanti), genio del paradosso e dell’iperbole, che nonostante il forte legame con il proprio Paese d’origine sceglierà il francese come lingua principale per la sua produzione letteraria, come pure farà il poeta Tristan Tzara, tra i fondatori del dadaismo, o il padre del teatro dell’assurdo Eugène Ionesco (che ha scritto, però, anche opere in rumeno).
Tra gli scrittori contemporanei merita una citazione Mircea Cărtărescu, autore del celebrato Solenoide.
Io ho scelto, però, di raccontare la letteratura rumena contemporanea attraverso due splendide voci femminile, tra le più originali e rappresentative: quelle di Ioana Pârvulescu e di Herta Müller.

DOVE I CANI ABBAIANO IN TRE LINGUE – Ioana Pârvulescu
Ioana Pârvulescu è una della autrici più interessanti del panorama rumeno contemporaneo: docente universitaria e saggista approda tardi alla narrativa, ma già con il suo primo romanzo, La vita comincia venerdì, conquista pubblico e critica, non solo in patria, vincendo anche il prestigioso Premio dell’Unione Europea per la letteratura.
Dove i cani abbaiano in tre lingue è un po’ un simbolo di questa multiculturalità di cui ho scritto in precedenza, caratteristica anche di alcuni ambienti di provincia. Tutti gli adulti della casa dicevano che si è tante persone quante lingue straniere si conoscono, e tutti erano almeno tre o quattro persone diverse tra loro, perché le lingue conosciute erano diverse, ma il romeno, il tedesco e l’ungherese apparivano nel repertorio di ciascuno…un amico di famiglia ripeteva spesso che a Brasov anche i cani abbaiano in tre lingue.
E tra le lingue conosciute e insegnate ai bambini fa capolino anche l’utopia dell’Esperanto.
Attraverso la voce di Ana, la piccola di casa, ripercorriamo le vicende di una famiglia borghese, un tempo benestante, costretta mano a mano a cedere pezzi della propria storia e anche della propria anima, per fare fronte alle varie crisi che si succedono dentro e fuori dalla mura della grande casa di via Majakovski (già, e poi di nuovo, via San Giovanni).
Ana scopre assieme al fratello e ai cugini, e attraverso di loro, la vita e il mondo Ecco che la vita si estendeva molto oltre i confini della nostra casa e molto oltre i muri della mia vita. Muri metaforici e fisici che vengono abbattuti per far posto al nuovo, che spesso sa già di vecchio, o che vengono attraversati come da spettri, alla ricerca di tesori nascosti. Tutto è gioco e scoperta, ma come ogni gioco è anche tremendamente serio. Il mondo dei bambini, arricchito dalle fameliche letture dei capolavori per ragazzi, nei cui personaggi si identificano, ma anche dall’irrompere di film e telefilm americani, che mostrano una realtà “altra”, ma non per questo meno vera, è uno specchio che riflette, seppure in scala ridotta, quello degli adulti: piccoli e grandi drammi, amori, amicizie, segreti e bugie.
Il racconto, come i romanzi di Kundera, non segue una linea temporale retta, ma procede per fatti rilevanti e connessioni mentali, ricordi che richiamano altri ricordi, a cui, nel racconto, si aggiunge quell’in più di ora. Linee narrative che si diramano per raggiungere luoghi anche fisicamente lontani, per poi, in qualche modo, ricongiungersi, quanto meno nelle sensazioni della protagonista, che anche quando torna al presente non si fa mai adulta. Se è Ana a narrare a noi le vicende della sua famiglia, altre voci si alternano all’interno del romanzo, per raccontare le loro storie presenti e passate: storie personali che si intrecciano alla storia di un Paese passato attraverso guerre, dominazioni, emigrazioni e che vive ora una sotto un regime che forse non ha ancora mostrato il suo volto più crudele.
È un romanzo di formazione, di esplorazioni e conseguenti scoperte, o delusioni, costruito come una continua caccia al tesoro, ricco di piccoli e grandi segreti da svelare (credo che ogni persona debba avere un segreto per essere davvero bella. E credo che ogni libro debba avere un segreto per essere davvero buono), custoditi dentro cassetti chiusi a chiave o tra le pagine ingiallite di vecchi libri. Assieme ad Ana attingiamo, presi dal suo stesso stupore, distillati di saggezza dalle parole dei vecchi: assorbiamo sentimenti di amore familiare, solidarietà, speranza, fiducia nel prossimo, accoglienza.
Vediamo crescere i bambini, ma anche mutare il mondo attorno a loro: cambiano i nomi delle strade, vengono abbattuti confini e se ne costruiscono di nuovi, spariscono i vicini (perché hanno perduto la casa, o sono finiti in galera, “in collegio” per i ragazzi, magari solo per aver espresso il proprio pensiero, o perché sono morti). Cambiano persino i profili di boschi e montagne. La mente di un bambino fatica a concepire quello che il suo sguardo non può abbracciare, per cui il passato esiste solo nei racconti, come nelle favole, ma non esistono i genitori prima di esser tali, o gli zii con altri amori, o i nonni da giovani.
L’esplorazione, la scoperta, come detto, sono il tema fondamentale del romanzo: all’interno della casa, che nasconde antichi segreti, nelle strade del quartiere e, soprattutto, all’aria aperta: montagne, sentieri, boschi, fiumi sono teatro di mille avventure per grandi e piccoli. Proprio la natura con le sue meraviglie è grande protagonista, soprattutto la montagna che caratterizza la città di Brazov e ne chiude l’orizzonte e che accoglie le frequenti escursioni della famiglia.
La Storia irrompe a sprazzi nella vita dei personaggi, non solo con l’attualità, ma anche attraverso i ricordi, così si aprono squarci sulla Romania del ‘900 e tutti i suoi mutamenti, più o meno drammatici. E se la storia sconvolge sempre le vite, la “vita privata” si permette, in alcuni istanti, di lottare e addirittura sconfiggere la storia, prendendosi la propria rivincita, permettendo, anche, di vivere brevi momenti di paradiso in mezzo all’inferno.
Se le parole stesse, a Brazov, scivolano da una lingua all’altra come se pattinassero, la scrittura della Parvulescu scivola con la stessa grazia attraverso la storia, con la leggerezza di uno sguardo di bimba perennemente incantato, sempre pronto allo stupore, che solo l’improvviso “apparire” della morte (quella del padre di Ana) in qualche modo intacca, senza però riuscire a corromperlo.


IL PAESE DELLE PRUGNE VERDI – Herta Müller
Anche Herta Müller è un tipico esempio della multietnicità della Romania del secondo dopoguerra. Nata in un villaggio di lingua tedesca, che sarà sempre la lingua delle sue opere, verrà costretta dal regime a emigrare proprio in Germania, dove pubblicherà gran parte dei suoi romanzi, che la porteranno a vincere l’unico premio Nobel per la letteratura per la Romania, anche se nel 2009, anno del premio, è ormai da tanto cittadina tedesca.
La Müller nelle sue opere racconta le miserie e i drammi della vita quotidiana nella Romania di Ceaușescu, drammi che aveva vissuto in prima persona, costretta, come detto, all’esilio per essersi rifiutata di cooperare con la polizia segreta. Nelle motivazioni al premio si legge: ha saputo descrivere il panorama dei diseredati con la forza della poesia e la franchezza della prosa. Franchezza che ritroviamo estremizzata in Il Paese delle prugne verdi, in cui non c’è spazio per l’edulcorazione, per l’abbellimento: seppure con uno stile evocativo, una scrittura a tratti iperbolica, la ferocia del regime, la miseria e lo squallore delle vite degli umili, delle minoranze, dei non allineati, vengono esposte al lettore nude e crude. Lo stile di Herta Müller evoca echi di mondi sommersi, di substrati squallidi, quelle che sembrano suggestioni e metafore, deliri sconnessi, frammenti irrisolti di incubi tormentosi, si rivelano schizzi di una squallida realtà, i cui contorni nebulosi a poco a poco si dipanano, rivelando figure malsane, che si muovono goffe e voluttuose su miseri prosceni. La scena, soprattutto all’inizio, è dominata da ombre deformi; oscurità e silenzio, buio che penetra nella mente e nelle ossa. Uscivano nella notte e si infilavano nella luce del vagone – scrive Lola – e vedo un uomo così stanco del giorno che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra. I personaggi sono ciechi: cieco il potere, cieche le sue vittime.
E poi arriva la morte: quella che aleggiava nell’aria e l’impregnava di sé, ma restava pur sempre una presenza indefinita prende forma nel giovane corpo di Lola, impiccato a una cintura (non sua) in un armadio del dormitorio femminile. E tutto, al contempo, acquista e perde senso, di fronte all’assurdità della morte giovane (come un fiore purpureo quando, reciso dall’aratro, languisce morendo[1]). Davanti a quest’assurdo dolore non c’è difesa, non c’è un filtro per renderlo meno atroce, non una chiave di lettura che permetta di comprendere, di provare a superare. Così si viene schiacciati da un silenzio opprimente, un silenzio colpevole e l’assenza di pensiero critico, la passiva accettazione della lettura che il potere, in tutte le sue forme, a tutti i livelli, dà della realtà, annienta le coscienze, annulla ogni forza di volontà.
È proprio in seguito a questo tragico evento che emergono le figure dei tre protagonisti, che cercano disperatamente di reagire, di opporsi silenziosamente, di affrontare la fatica quotidiana di vivere.
Ma mentre cercano nei libri una salvezza che disperano di trovare nella vita vera, sono soffocati dall’angoscia, dalla paura, per la quale l’unico antidoto è forse la follia (infatti la città pullula di matti). Vivono come in attesa della morte. Straordinaria è la capacità della Muller di trasferire l’angoscia, non solo dei suoi personaggi, ma di un intero popolo, di svelare la capacità del regime di penetrare in ogni aspetto della vita, fin dentro i pensieri e i sogni, togliendo il respiro, la serenità, la fiducia negli altri. Dalla paura caddi nella paura più certa.
I ragazzi si muovono in bilico tra desiderio di fuga e idee di suicidio, non riescono più a capire se a essere insopportabile sia quella vita o l’esistenza in sé.
Tutti sognano di fuggire e si aggrappano a qualsiasi segno: anche il più insignificante può rappresentare una speranza. Persino gli elementi naturali diventano nelle fantasie di evasione un alleato. Eppure la lista di morti per fuga si aggiorna quotidianamente. Il sistema di valori è stravolto, l’annullamento dell’individualità porta all’abbrutimento, alla perdita del senso del pudore, all’assuefazione al marciume che li circonda. Restano solo orrore, disumanizzazione, assuefazione all’orrore.
Poche macchie di colore, sprazzi di luce tingono le fosche tenebre il fitto fogliame che batteva fuori dalla finestra colorava la luce nella stanza e faceva svanire il colore della morte recente. Ma anche la bellezza della natura si trasfigura, tutto diviene terrificante.
Brama e lussuria permeano l’aria, assieme al senso di impunità per qualsiasi crimine, perché le colpe vengono ribaltate.
Paura e apatia paralizzano, ma neanche la paura è individuale, ciascuno si rispecchia nella paura dell’altro.
Il culmine del tormento dei protagonisti è la perdita del lavoro: crolla anche quell’ultimo sottile filtro che li separa da un mondo in cui vengono già considerati dei falliti, dei reietti, così divengono dei falliti, delle nullità anche ai loro stessi occhi e questo è intollerabile. Il disprezzo degli altri penetra in loro e una stanchezza folle e devastante li pervade, fino ad annullare ogni barlume di volontà e li trascina verso l’abisso, in bilico tra la necessità di fuggire e la paura della morte, tra fiducia e tracollo. Il legame tra di loro resta una delle poche, se non l’unica ragione che gli impedisce di tentare il suicidio, ma anch’esso è fragile e deteriorato.
[1] Virgilio – Eneide Libro X

Fabio Sarno
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