Il libro Lezioni di cose del filosofo spagnolo Gustavo Puerta Leisse, da poco tradotto in italiano dalla casa editrice Quinto Quarto, si apre con un esergo meraviglioso. È una frase del poeta e scrittore Juan Ramón Jiménez, anche lui spagnolo, premio Nobel per la letteratura nel 1956, che dice: “voglio guardare le cose, e invece vedo attraverso di esse”.

E in effetti tutto il libro, passando per bottoni, palle, volanti, salvadanai, cesti, vasi e imbuti, prova ad osservare semplicemente questi oggetti, ma di fatto trova ogni volta un pretesto per raccontare una storia.

Ognuno degli oggetti raccolti in questo libro mi ha portato a pensare, macchinare, mettere in relazione, conversare, scrivere e condividere. In altre parole, a comprendere e apprendere molte cose a partire da poche cose”.

L’oggetto di osservazione di Puerta Leisse sono le cose quotidiane, frutto di quello che prende il nome di “design anonimo”, ossia quel design non elaborato da un progettista specifico e che, come sottolinea Andrea Branzi “sembra essere sempre esistito e per certi versi è un fenomeno extrastorico”.

Gli oggetti di design anonimo sono quegli oggetti prodotti nel tempo da un sapere popolare, collettivo e diffuso che si sono evoluti e definiti nel tempo grazie ad una creatività collettiva, non riconducibile all’intelligenza di un singolo designer. Difficile dire chi abbia ideato per primo un cucchiaio, ma ancora più difficile è immaginare di vivere senza.

Per questo motivo Lezioni di cose prova a rendere visibile quello che nella quotidianità scompare, a far emergere il senso nascosto nelle piccole cose nel tentativo di suscitare una maggiore consapevolezza estetica e culturale. Tra illustrazioni, aneddoti e motti divertenti questo libro contribuisce al dibattito sempre più diffuso, anche in ambito editoriale, sulla cultura materiale e sugli oggetti intesi non tanto come entità oggettive, ma come sintesi visuali e tattili di storie, usi e valori.

Ciò che però distingue questo volume dai molti altri dedicati alle cose è la modalità di osservazione. “Quasi senza rendermene conto, all’improvviso ho visto cose che prima mi erano invisibili. Ciò che mi era sempre sembrato insignificante di colpo si riempiva di senso. Non erano le cose ad essere cambiate, ovviamente. Ero io ad esserlo. Si è trattato di un cambiamento tanto piccolo quanto significativo: sono stato attento”.

Questo invito all’attenzione, più che la descrizione dei singoli oggetti, è il vero punto di forza del libro. Un’attenzione che è contemporaneamente cura, scoperta e meraviglia.

“In fin dei conti l’obiettivo è sentir sbocciare il desiderio di soffiare via lo strato di invisibilità che copre quelle cose che prima nemmeno guardavamo e scoprire da soli l’emozione che si prova nel portare alla luce la loro affascinante bellezza”.

Non stupisce perciò se parlando del cucchiaio di legno, uno degli oggetti più antichi della storia umana, riflettendo sulla sua forma, le sue possibili impugnature, i suoi molteplici usi, si finisca per immaginare un “bosco di cucchiai”. Perché “prima di essere un cucchiaio, è stato legno. Prima di essere legno, è stato un tronco. Prima di essere un tronco, è stato un albero. Un albero cresciuto in un bosco”. E perciò l’illustratrice Elena Odriozola compone una tavola bellissima in cui svettano un noce, un melo, una betulla, un castagno, un bambù ma anche un piccolo susino e un bosso.

Perché le cose in fondo hanno solo una lezione da insegnarci: ed è esattamente quella di guardare al di là di esse. Coglierne la profondità e la complessità. L’universo celato.

Una cosa è vedere e un’altra è osservare. Una cosa è sentire e un’altra è ascoltare. Una cosa è odorare e un’altra è annusare. Una cosa è toccare e un’altra è tastare. Una cosa è mangiare e un’altra è assaporare. La differenza tra le une e le altre sta nell’attenzione che vi poniamo”.

Porre attenzione agli oggetti anonimi può essere dunque un utile esercizio di comprensione e conoscenza. E probabilmente, a furia di interrogarsi sul senso delle cose andando oltre la forma e la dimensione, prima o poi si diventerà capaci di farlo anche con le persone. E chissà quante lezioni si potranno imparare sul mondo diventando capaci di andare oltre l’apparenza statica degli stereotipi, dei pregiudizi e delle false credenze.

Perché, come diceva Amleto nell’omonima tragedia shakespeariana:“ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne conosca la nostra filosofia”.

Loredana La Fortuna