Il 27 gennaio, Giorno della Memoria della Shoah, non interroga soltanto il passato. Interroga il modo in cui le società accettano, normalizzano, rendono possibili la violenza e l’esclusione. Ricordare significa allora andare oltre la commemorazione e trasformare la memoria in coscienza civile, in uno spazio di responsabilità.
È in questa prospettiva che si colloca Liberi e ribelli. L’antifascismo come scelta esistenziale di Antonella Tarpino. Un libro che non racconta la Resistenza come mito fondativo, ma come esperienza umana attraversata da decisioni difficili, spesso lente, mai lineari. Attraverso romanzi, diari e film, Tarpino riporta la storia dentro una domanda essenziale: come nasce una scelta, e cosa accade quando non si sceglie.
Uno degli elementi più rilevanti del volume è l’attenzione al tempo che precede la decisione. La Resistenza, nelle narrazioni analizzate, non è fatta solo di atti eroici, ma di esitazioni, paure, bisogni individuali, desiderio di appartenenza. Emblematica, in questo senso, è la figura di Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno: un bambino che si unisce ai partigiani non per un ideale politico consapevole, ma per una combinazione confusa di dolore, marginalità e necessità. Una scelta non eroica, quasi casuale, e proprio per questo profondamente rivelatrice.
Raccontare questa dimensione non significa indebolire l’esperienza resistenziale, ma restituirle verità. Perché è solo riconoscendo la complessità delle motivazioni umane che la memoria può diventare trasmissibile, soprattutto alle nuove generazioni. Non come modello da imitare, ma come esperienza da comprendere.
In questo quadro prende forma l’idea di un antifascismo generativo: non ridotto a patrimonio identitario o a memoria difensiva, ma capace di produrre senso nel presente. Generativo perché nasce dalle storie, dalle narrazioni, dai conflitti interiori; perché non si limita a dire “contro”, ma prova a costruire pratiche, linguaggi, responsabilità democratiche. È un antifascismo che non eredita il passato come un bene intoccabile, ma lo trasmette come una domanda aperta.
Letto nel Giorno della Memoria, Liberi e ribelli mostra con chiarezza che la Shoah non è stata solo il risultato di un progetto genocida, ma anche di un contesto fatto di obbedienze, indifferenze, adattamenti. Parlare di Resistenza il 27 gennaio non sposta il fuoco: lo allarga. Significa interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la democrazia – e su quelle che la svuotano.
Trasformare questa giornata in una pratica della democrazia vuol dire usare la memoria non per assolverci, ma per metterci in discussione. Chiederci non cosa avremmo fatto allora, ma cosa facciamo oggi di fronte alle ingiustizie, ai conflitti, alle esclusioni che attraversano il nostro tempo.
Liberi e ribelli ci ricorda che la memoria non serve a consolare.
Serve a scegliere.
Lea Iandiorio
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