Questo pezzo nasce come prosecuzione di una conversazione aperta nella rubrica Dialoghi di Humanist.life, dove ci siamo interrogati sul gesto del raccontare oggi: sulla sua frammentazione, sulla sovrapproduzione di contenuti e sulla difficoltà crescente di costruire senso dentro un flusso continuo di storie. A partire da quel punto, la domanda si sposta leggermente e diventa più concreta. Non riguarda più soltanto il modo in cui raccontiamo, ma chi decide cosa viene pubblicato, diffuso, reso visibile — e quindi, cosa arriva davvero ai lettori e alle lettrici.
Negli ultimi tempi continuano a tornarmi in mente tre immagini che più ci penso più mi sembrano appartenere allo stesso discorso, anche se in apparenza non hanno nulla a che fare l’una con l’altra.
La prima è quella di gruppi di lettura di donne e uomini, tutti – o quasi – over 65 che si incontrano a Torino nelle Case di quartiere per leggere insieme ad alta voce. Questa immagine è un amore pieno, concreto, per le storie, che non ha bisogno di giustificazioni né di legittimazioni. In quel gesto — leggere insieme, commentare, ritrovarsi — c’è qualcosa di molto chiaro: il desiderio di stare dentro storie che aiutino a orientarsi, che rendano la vita meno silenziosa, ma più abitabile, senza semplificarla ma nemmeno renderla opaca.
La seconda immagine è quasi opposta: ragazze (sì soprattutto ragazze) di 12, 13 anni che leggono romanzi romance con una voracità che spiazza.
Non si pongono il problema del valore, non cercano legittimazione. Leggono, scelgono, abbandonano, riprendono. Leggono quelle storie come se fossero territori da esplorare velocemente, e in questo movimento c’è una forma di precisione che spesso l’editoria sembra aver perso: quando queste ragazze, queste lettrici, trovano qualcosa che risponde a un loro bisogno, lo riconoscono subito.
La terza immagine è più sfuggente, ma tiene insieme le altre due: un settore editoriale che fatica a trovare equilibrio e, dentro questa fatica, una sensazione diffusa che riguarda il romanzo, sempre meno capace di sostenere urgenza, rischio, necessità.
Queste tre immagini appartengono allo stesso campo.
Ed è lì che conviene guardare.
I dati, infatti, non raccontano una crisi della lettura. Raccontano un cambiamento.
Grazie all’analisi presentata da Luca Morena di Nextatlas, durante una formazione all’interno di Hangar del Libro 2026 ho scoperto che in realtà i dati parlano di una crescita della lettura profonda, dei gruppi di lettura e della domanda di creatività umana. La trasformazione riguarda il modo in cui si legge e, soprattutto, ciò che si cerca leggendo. I gruppi di lettura rappresentano uno degli indicatori più interessanti di questo passaggio. Costruiscono tempo condiviso, relazioni, continuità. Offrono uno spazio che resiste alla frammentazione.
All’interno di questo spazio, tuttavia, emerge una tensione significativa.
La ricerca S.T.O.R.I.E. (Storie Trasformative, Opportunità, Relazioni, Inclusione ed Emozioni)* sui gruppi di lettura in Italia mostra come la bibliodiversità sia un valore dichiarato e desiderato, ma anche quanto sia difficile tradurlo in pratica. Solo una minima parte dei partecipanti afferma di conoscere bene l’offerta editoriale, mentre la maggioranza riconosce una conoscenza limitata. Questa distanza produce un effetto molto concreto: la varietà si riduce. A fronte di decine di migliaia di titoli pubblicati ogni anno, i libri effettivamente letti nei gruppi tendono a concentrarsi su un numero relativamente ristretto di opere.
La mappatura di oltre 1200 gruppi di lettura in Italia mostra con chiarezza questa tensione. Da un lato emerge un forte desiderio di bibliodiversità, accompagnato dalla citazione di un numero molto ampio di editori indipendenti. Dall’altro, però, la conoscenza effettiva di questo panorama resta limitata — solo una piccola parte dei gruppi dichiara di conoscerlo davvero — e le scelte di lettura tendono a concentrarsi su un numero relativamente ristretto di titoli e autori. I libri più letti nei gruppi di lettura? Quelli di Viola Ardone (Il treno dei bambini e Grande Meraviglia entrambi pubblicati da Einaudi).
Negli ultimi tempi si sta affermando un altro cambiamento sempre più evidente: il modo in cui il libro si colloca all’interno dell’ecosistema culturale sta progressivamente trasformandosi.
Da un lato l’oggetto libro e la sua lettura si integra sempre più nei circuiti della musica e del cinema, dove i book club di figure pubbliche come Dua Lipa o Reese Witherspoon contribuiscono a costruire comunità, visibilità e anche valore economico. Parallelamente cresce il ruolo della promozione (#adv) nel mondo dei book influencer, dove il libro entra nei codici della comunicazione digitale e viene raccontato attraverso formati pensati per funzionare rapidamente.
Queste dinamiche ampliano – probabilmente – il pubblico e rafforzano la presenza del libro, ma modificano anche il modo in cui viene percepito. L’oggetto libro assume una dimensione estetica, identitaria, condivisibile, che precede l’esperienza di lettura. Una trasformazione analoga riguarda anche gli spazi. Il modello di libreria BookBubble, recentemente aperto a Milano da Feltrinelli, propone un ambiente immersivo, organizzato per stanze tematiche, pensato come esperienza e non solo come luogo di acquisto. Il libro si inserisce così in una dimensione spaziale ed emotiva, diventando parte di un percorso.
Questi cambiamenti aprono possibilità nuove, ma pongono anche una domanda: quale spazio resta per il libro come dispositivo culturale, oltre la sua dimensione di oggetto e di esperienza?
All’interno di queste trasformazioni si delinea una doppia traiettoria.
Da una parte si consolidano letture visibili, accessibili, condivise.
Dall’altra si rafforza una ricerca più autonoma, che attraversa testi laterali, dimenticati o difficilmente reperibili. Un elenco di letture ricevuto recentemente da un amico, da sempre attento lettore e lontano dalle “mode”, ne è un esempio: opere fuori catalogo, autori non allineati, scritture non riconosciute come quelle di Marcello Barlocco (1910-1969), che lui stesso mi ha segnalato come una delle voci interessanti e poco lette del Novecento.
Questa distanza non definisce due mondi separati, ma segnala una tensione crescente.
Il problema non riguarda la quantità della lettura. Riguarda la perdita di necessità dei libri.
Una riflessione che si collega direttamente a un altro testo pubblicato su Exlibris20, La responsabilità di raccontare, dove il tema era la difficoltà di costruire senso in un contesto saturo di narrazioni. Qui la questione si concentra sul momento della pubblicazione. Intercettare i bisogni rappresenta solo una parte del lavoro. I bisogni stessi restano parziali, impliciti, spesso orientati alla conferma. La responsabilità editoriale consiste nel non ridurli. Un libro può limitarsi a restituire ciò che il lettore riconosce oppure può espandere il campo, aprire uno spazio ulteriore, anche minimo. La differenza si misura nella capacità di produrre trasformazione.
A questo punto la questione non riguarda soltanto cosa pubblichiamo.
Riguarda anche le condizioni che rendono possibile la scelta. Perché la bibliodiversità non è solo una proprietà del sistema editoriale, ma una pratica concreta di accesso, di mediazione, di circolazione. Può esistere come offerta ampia e articolata, ma restare invisibile, difficilmente raggiungibile, marginale nelle traiettorie di lettura.
E allora il punto si sposta.
Non basta interrogarsi su quali libri vengono pubblicati, ma su quali libri arrivano davvero ai lettori, su quali vengono messi in condizione di essere scelti, attraversati, discussi. Su quali trovano spazio nei gruppi di lettura, nelle librerie, nei dispositivi di racconto che oggi orientano il desiderio.
Perché è lì che si gioca la possibilità di trasformazione.
Un libro può esistere, ma non circolare.
Può essere disponibile, ma non accessibile.
Può essere riconosciuto come valore, ma non diventare esperienza.
La bibliodiversità, allora, non è solo una questione di produzione. È una questione di possibilità. Di spazio reale per incontrare libri che non confermano soltanto, ma che aprono, spostano, cambiano anche di poco il modo in cui guardiamo il mondo. E forse è proprio qui che la responsabilità torna ad essere condivisa. Non solo di chi scrive. Non solo di chi pubblica. Ma di tutti i dispositivi — editoriali, culturali, sociali — che decidono cosa resta visibile e cosa, invece, continua a restare ai margini.
Lea Iandiorio
*S.T.O.R.I.E. è un lavoro di indagine, finanziato da Adei e da Cepell, frutto delle analisi di Chiara Di Carlo, Barbara Di Meola, Michela Donatelli e Chiara Faggiolani, coordinatrice della ricerca e direttrice del Laboratorio di Biblioteconomia sociale e Ricerca applicata alle biblioteche – BIBLAB del Dipartimento di Lettere e Culture moderne dell’Università di Roma Sapienza.
Dialoghi è il viaggio condiviso con Humanist.life per indagare il presente e il futuro della narrazione.
Insieme alle contributor e ai contributor del magazine fondato Francesco Gavatorta pubblichiamo un articolo che sviluppa un rimbalzo ideale di stimoli, riflessioni, proiezioni e teorie sul come il raccontare stia mutando sotto i nostri occhi.
Prima puntata: La forza e la crisi della narrazione
Seconda puntata: Il fulcro rimane l’esperienza
Terza puntata: La narrazione si fa ancora più viva!
Quarta puntata: Un racconto salverà il mondo
Quinta puntata: MTV: quando muore una narrazione collettiva
Sesta puntata: La responsabilità di raccontare
Settima puntata: Raccontare con il silenzio
Bonus track:
Dialoghi… a voce / Prima puntata
Guerra – Dialoghi… a voce
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23 Aprile 2026 at 9:46
Lea si è chiesta ed ha chiesto quale spazio resta al libro come dispositivo culturale? Cosa ha a che vedere la letteratura con questa gentrification dell’intelletto? Il dispositivo culturale viene disinnescato, è la mia risposta. Il libro non urla più, arreda. È la vittoria del Camp. Il libro è un brand per riconoscersi tra simili. Abbiamo trasformato la letteratura in un bene di consumo “veloce”, un fast-intellectualism che predilige il packaging alla durabilità del pensiero.