Ci sono libri che arrivano con molto rumore attorno, con recensioni entusiaste, con la promessa di raccontare “l’amore come non lo avete mai letto”. E poi ci sono libri che, nonostante tutto quel rumore, riescono a sorprenderti. Cuore l’innamorato è uno di questi.
Ok, lo ammetto, è un libro un po’ gigione, fatto ad arte per mettere al tappeto il lettore, specie nella seconda parte. Ma accorgersi del trucco non annulla la magia: semmai, la raddoppia.
Non è un romanzo sull’amore romantico. O meglio: lo è, ma nel senso più vulnerabile, meno consolatorio possibile. È la storia di Jordan che non si chiama Jordan (scopriremo come si chiama solo all’ultima pagina), aspirante scrittrice, fragile, irritabile, testarda, una ragazza fatta di parole e di desideri ancora informi (come tutti i ventenni?), capace di riconoscere una buona storia d’amore sulla pagina molto meglio di quanto sappia abitarne una nella vita vera.
Intorno a lei gravitano due figure maschili, due amici: Yash, dall’ironia malinconica e dal fascino trattenuto, e Sam, la solidità che diventa prigione. Sono loro che la soprannominano Jordan. Tra loro tre si svilupperà un triangolo amoroso. Jordan ama Sam, viene lasciata e scopre che l’amicizia con Yash non è amicizia, diventa amore. Ma quando Yash non si presenta a un appuntamento cruciale, Jordan non ci passa sopra (chi lo farebbe?). Nessuno dei due cerca l’altro e la storia si interrompe (ma non finisce).
Il romanzo si divide in due parti separate da un salto temporale di quasi trent’anni.
La prima è luminosa, affamata: l’ultimo anno di college, le domande esistenziali, la vita bohémienne. King rende con straordinaria esattezza quella brama di pienezza che si prova a vent’anni, quando tutto o è bianco o è nero, e il grigio non è contemplato.
La seconda parte è malinconica, adulta, più lenta: una vita costruita con attenzione per non essere vulnerabili (aha! Come se si potesse davvero!), una famiglia che richiede impegno e un passato che non si è mai del tutto chiuso. Il ritorno di Yash e Sam rimette in moto qualcosa che Jordan credeva sepolto. Alcune ferite non guariscono, si cicatrizzano soltanto.
In questa seconda parte c’è sfoggio di maggiore tecnica, la macchina narrativa si sente girare, in cui l’emozione viene orchestrata un po’ troppo a vista. Eppure – e forse è proprio questo il punto – il libro funziona lo stesso, perché i personaggi sono abbastanza veri da reggere anche i momenti in cui la scrittura li spinge al centro del palco.
Il punto di forza del libro è la sua onestà. Lily King non idealizza l’amore, non lo demonizza: lo osserva come una forza che può nutrire o destabilizzare, può farci perdere e ritrovare, a seconda di quanto siamo disposti a perdere noi stessi per trattenerlo, e quanto siamo disposti a lasciarlo andare per restare fedeli a noi stessi.
La prosa di Lily King è limpida, precisa, calibrata, intrisa di riferimenti letterari che non appesantiscono ma nutrono la narrazione.
Ne risulta una storia che parla di amicizia, dipendenza affettiva, scelte, rimpianti, malattia, sacrificio, commitment (non saprei come renderlo in italiano: è il restare quotidiano in una relazione nonostante le difficoltà e le paure), perdono e di come alcune persone abitino dentro di noi anche quando non le frequentiamo più.
Per chi è consigliato questo libro:
- per chi ha superato i vent’anni e si è accorto che l’età adulta non arriva con un manuale di istruzioni;
- per chi ha amato romanzi come Persone normali di Sally Rooney;
- chi cerca un romanzo sull’amore che non promette salvezza, ma consapevolezza;
- per chi ha vissuto un amore che non si è mai del tutto chiuso, e vuole trovarlo raccontato con la giusta dose di malinconia e di onestà.
Per accompagnare la lettura? Phoebe Bridgers, Joni Mitchell, The Smiths, Sufjan Stevens, London Grammar. Una canzone su tutte: Breathe me, Sia (chi si ricorda le ultime scene dell’ultima puntata di Six feet under, capirà e non potrà che concordare).
Patrizia Carrozza
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?