Cosa ho capito ogni volta che ho alzato l’asticella – Parole, musica e immagini di illimitati confini con Marcello Villani
Marcello Villani è un creator digitale, un project manager, un collega ma soprattutto una persona che stimo per la sua infinita capacità di superare limiti, siano essi fisici o mentali. Lavoriamo per la stessa azienda e io sono, lo ammetto, una sua fan.
Impazzisco di gioia ogni volta che posta una delle sue imprese e mi si increspano le labbra in un sorriso quando vedo una foto di lui su una vetta con la bandiera della nostra azienda ben piantata sulla cima.
Ho intervistato Marcello dopo aver letto una sua prefazione a un libro che uscirà a marzo. Il libro in uscita è Il Kilimanjaro Dentro di Chiara Del Nero (Felici editore, 2026), un testo che parla di una scalata ad una vetta che con i suoi 5.895 metri s.l.m. è il monte più alto del continente africano, la montagna singola più alta del mondo e uno dei vulcani più alti del mondo, oltre ad essere una delle Sette cime del pianeta; sua maestà il Kilimangiaro.
Un testo che non si limita a parlare della scalata fisica e del superamento di quelli che sono i limiti fisici di un manipolo di eroi, ma di quanto la montagna, altro non sia che un paradigma della vita stessa, con le sue sconfitte, le sue vittorie, le gioie, le fatiche, i dolori e le emozioni che ci regala.
Marcello, in questa prefazione, tu affermi che: “la montagna non si conquista, si ascolta”. È una frase che ti ho visto scrivere in molti tuoi post dedicati alla montagna, che cosa intendi e come puoi spiegare questa affermazione, basandoti sulla tua esperienza di alpinista e trial runner?
Quella frase non è una posa, né una metafora costruita a tavolino: è qualcosa che ho capito tardi, dopo aver sbagliato parecchio! All’inizio anch’io salivo per arrivare, per “fare”, per dimostrare. Poi la montagna, con una pazienza che non appartiene agli esseri umani, mi ha rimesso al mio posto.
Ogni vetta che ho raggiunto prima di arricchirmi mi ha prima tolto qualcosa: energie, certezze, presunzione.
Io penso che la montagna richieda attenzione, presenza, rispetto. In alta quota non c’è spazio per il rumore di fondo: o ascolti, o vieni respinto. A volte con gentilezza, a volte no.
In cima non trovo quasi mai un’esplosione di felicità: mi attende una felicità piccola, compressa, quasi timida. Un miscuglio di freddo, fatica, stanchezza, gratitudine. E soprattutto la consapevolezza di non aver conquistato nulla. La montagna resta lì, identica a prima. Sei tu che torni diverso, un po’ più leggero, un po’ più spogliato di ciò che, in fin dei conti, non ti serve.
Ascoltarla significa accettare che non sei il centro del mondo, ma un ospite temporaneo. Ed è una lezione che, se la lasci sedimentare, ti segue anche molto lontano dalle vette.
A luglio scorso hai scalato il monte Elbrus, la vetta più alta della catena del Caucaso e della Russia, ci hai raccontato in un lungo post che lo hai fatto in compagnia di un ragazzo di nome Konstantin conosciuto quando insieme scalaste il Pik Lenin.
Che cosa ci puoi raccontare della nascita di questa esperienza con Konstantin e di come anche in questo caso, i limiti che potrebbero essere dettati dalle proprie considerazioni politiche o ideali della vita, vengano meno di fronte all’impresa.
Konstantin l’ho conosciuto sul Pik Lenin, una montagna di oltre 7000 metri, uno di quei luoghi dove le etichette smettono di funzionare. Lì non sei russo, italiano, occidentale, orientale. Sei solo un corpo che respira male, che ha freddo, che deve fare i conti con la fatica e con la quota.
Con lui è nato un rapporto semplice, basato su una fiducia essenziale: io mi fido di te perché so che se qualcosa va storto, tu ci sei. E tu puoi fidarti di me allo stesso modo. Punto.
Quando siamo in cordata tutto il contesto di politica, ideologie, confini è irrilevante. In montagna contano i gesti, non le opinioni. Conta come monti una tenda, come passi una borraccia, come aspetti qualcuno che è più lento. Conta quello sguardo che ti racconta tutto senza nemmeno dover parlare.
Quelle salite fatte con lui mi hanno ricordato che molti limiti che ci poniamo sono costruzioni mentali di comodo, spesso alimentate dalla paura. Quando condividi il freddo, la stanchezza, il silenzio e per certi versi, il pericolo, scavi a fondo. E quello scavare, per me, è uno dei migliori antidoti a tutta questa sovrastruttura sociale che in un certo senso non ci fa essere spontanei!
Di tutte le tue grandi imprese, ce n’è una che mi ha colpita perché l’ho trovata molto divertente: la maratona di Milano.
Anche in questo caso hai deciso di superare un limite che qualsiasi essere umano normale (tu evidentemente non lo sei), non avrebbe avuto voglia di superare, hai voglia di ricordare quel momento con noi?
La maratona di Milano corsa con un mal di schiena allucinante è stata una follia molto poco epica!
Niente panorami maestosi, niente tende sferzate dal vento, niente ghiaccio. Solo asfalto, semafori, rotonde e il corpo che a un certo punto ti dice: “Basta. Perché stai facendo questa cosa?”.
È lì che è arrivata la parte interessante: non quella atletica, quella mentale. Il limite non era la ripetizione di un movimento, l’assenza di poesia o il caos intorno a me; il limite lì era la gestione del dolore e la volontà di resistere a quel gesto ritmico e continuo pur avendo mille motivi per fermarmi!
Quella maratona mi ha insegnato che non tutti i limiti sono spettacolari: alcuni sono grigi, quotidiani, silenziosi. Superarli non fa di te un eroe; sei solo una persona che ha deciso di restare dentro la fatica ed il dolore senza cercare scorciatoie. Alcuni la chiamano la “Caverna del dolore”: una condizione mentale prima ancora che fisica; quel punto in cui la fatica diventa totale e tutte le motivazioni superficiali saltano. È uno spazio che all’inizio sembra opprimente, soffocante, ma che proprio nel decidere consapevolmente di restare lì si allarga, diventa abitabile e ti costringe a ridefinire i tuoi limiti, non subendoli ma comprendendoli!
Io e te lavoriamo per la stessa azienda, siamo colleghi e brand ambassador ma io non ho mai piantato la bandiera aziendale su nessuna vetta, non sarei in grado, sono anche asmatica, ci manca solo che salga su un monte per morirci, ma tu lo hai fatto più volte, che cosa rappresenta per te questo momento, il momento in cui ti porti dentro anche quella parte di te? La parte più professionale e apparentemente lontana dal mondo dell’alpinismo?
Portare la bandiera dell’azienda in vetta non è marketing travestito da alpinismo, almeno non per me. È integrazione: io non sono una persona diversa quando lavoro e quando salgo una montagna. Porto con me lo stesso senso di responsabilità, la stessa attenzione alle persone, lo stesso rispetto per il contesto. Quella bandiera rappresenta una parte importante della mia vita: il lavoro, i colleghi, le relazioni costruite nel tempo. Portarla lassù significa dire che anche quella dimensione, apparentemente lontana dall’alpinismo, fa parte di chi sono. E’ un gesto di appartenenza. E anche di gratitudine.
Se tu dovessi attribuire una colonna sonora ai limiti che hai superato quale sarebbe? Quali brani più di altri rappresenterebbero al meglio le tue imprese, così che ascoltandoli, possiamo farle anche un po’ nostre.
Mannaggia, qui è un casino: ciò che ascolto ha attinenza a come mi sento in quel momento; non celebra nulla, anzi semmai è pure un po’ triste! Ho mille canzoni che mi girano in testa. Guccini con “Il pensionato” da una parte che racconta di quanto effimera sia la nostra esistenza sulla terra, Vecchioni con “Samarcanda” dall’altra che ti spiega che qualunque cosa tu faccia, non sfuggirai al tuo destino. Se devo raccattare un po’ di energia mi affido ai Queen. Ma poi penso a “Nuvole Bianche” di Einaudi, perché somiglia a certe albe in quota: semplici, lente, inevitabili. E potrei continuare, ma ora devo fermarmi per andarle ad ascoltare.
Varanasi, la città sacra lungo il fiume Gange. Ci sei stato, se non erro, due anni fa, mi colpirono molto i video che mi facesti vedere, la luce ondulata e danzante del fuoco, il fumo dei corpi che venivano cremati, ho immaginato il dolore, l’odore pungente, il caldo accanto alle pire. Nugoli di cenere e sbuffi di fumo intorno alle barche fatiscenti che solcavano le acque calme del fiume sacro.
Come puoi descriverci quel momento e quale limite ti pare di aver superato in quella precisa occasione?
Varanasi è stato uno schiaffo gentile e violentissimo insieme: il fuoco che arde senza sosta, i corpi che diventano cenere, il fumo che entra nei vestiti e non se ne va più. La vita e la morte che convivono senza imbarazzo, senza filtri, senza pudore. E quell’odore. Non si scorda quell’odore.
Il limite che ho superato lì non è stato fisico, ma culturale ed emotivo. Ho dovuto abbandonare l’idea occidentale della morte. Lì la morte è presente, visibile, condivisa, mai nascosta mai sterilizzata, mai anestetizzata.
Guardando il Gange, le pire, le persone che continuavano a vivere accanto a tutto questo, ho capito che il nostro bisogno di controllare tutto è una fragile illusione.
Varanasi mi ha insegnato a “starci”, a non distogliere lo sguardo, a riconoscere che la fine fa parte del percorso, e che accettarlo rende la vita, paradossalmente, più intensa.
Intervista di Patrizia Puccio
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