E così, mi dico, non condivido niente con la ragazza che si dirigeva verso quella cena, attraverso la brina confusa della città, una sera di febbraio di nove anni fa. Lei ha di sé un’immagine alterata: disinibita, vitale, passionalissima. Ha reagito a quell’invito, ricevuto poche ore prima tra i corridoi dell’università a cui è iscritta, con uno scatto repentino di gioia.
Aveva da poco terminato un esame. Ha guardato il cellulare, ha letto il messaggio e scriverà poi sul diario che non ricorda come ha sceso le scale né come ha attraversato il cortile. La sua testa è dentro un pallone.

Lui l’ha invitata a cena a casa sua, quella sera. La sera di venerdì. La sera di un venerdì di febbraio. Lei aspetta, deside da tempo che le accada qualcosa di simile. Lui abita in un’elegante villa di un viale del centro che la ragazza conosce benissimo. Ambisce con tutta se stessa a somigliare al prototipo della sua donna ideale. Vuole sedurlo, abbagliarlo. Convincerlo in modo irriducibile, definitivo che lei possiede le qualità giuste, tutte quante. Quali? Bellezza, fascino. Una bellezza contemporaneamente discreta e audace, eterea e sfacciata. Una bellezza che attira l’attenzione, ma incapace di contenere in sé nulla di disturbante, di poco familiare. Nulla che non sia già stato visto, vagliato. Toccato con mano.

La ragazza tuttavia sa che questo non è assolutamente sufficiente, è solo la base, un requisito ovvio, in assenza del quale non si troverebbe ora a incedere per le strade, un semaforo dopo l’altro, in mezzo a case buie, accasciate. Serve qualcosa in più, un elemento invisibile, una specie di ondeggiamento verticale; una grinta cieca, un’arroganza beffarda. Una naturale predisposizione ai dialoghi urticanti, alla dialettica tra i sessi. Un’attitudine cinematografica.
La ragazza è assolutamente convinta, persuasa che le basterà poco, il tempo di una cena, per dimostrare all’uomo che lei serba in sé tutto quanto, che dispone delle virtù necessarie quasi fossero peccati, un insieme conturbante, spettacolare di dettagli.
Simili a vesti avrebbe dato l’impressione di sfilarle una ad una, avrebbe creato l’illusione ottica di un denudamento progressivo.

Lui le domanda di arrivare alla cena con delle amiche. Quante più riesce a portarne. Ma la ragazza non ha amiche. Può contare solo su un paio di vecchie compagne di scuola, dei tempi del liceo. Per il resto si accompagna a gruppi variopinti, sempre diversi, con i quali esce la notte, tira fino a tardi, buoni soltanto all’occasione; gente evanescente che ha un solo pregio: quello di bere molto, di sapersi divertire.

La ragazza inizia un giro frenetico di telefonate. Nessuno può andare, nessuno si libera. Supplica le uniche amiche che ha.
Ottiene un sì. Che qualche ora dopo viene ritirato, ritrattato: sai quanto mi piacerebbe, so che è molto importante per te, ti prometto che la prossima volta…
Colleziona giustificazioni, scuse generiche che getta via sbrigativamente, con astio. Sì, è molto importante per lei. Che cosa? Piacere a quell’uomo. Fare ciò che lui le ha chiesto.
Risultare perfettamente conforme, perfettamente sintonica alle sue aspettative.

Alla fine, mette insieme un gruppetto di quattro. Di più non ha potuto. Si arrende. Sono quasi le otto. Scrive all’uomo, avvilita.

Lui risponde che se sono così poche possono anche rimandare. Che se sono così poche la serata non ha senso. D’un tratto, in una sorta di miraggio confuso, visualizza la serata che verrà, a cui sta per andare. Avverte la consistenza gelida delle immagini, le sfiora rapidamente. Sa bene che dovrebbe rinunciare, sottrarsi, dirgli che sì, sarà per un’altra volta. Eppure distoglie lo sguardo; procede.
Il senso del pericolo non la agguanta. In cuor suo, è sicura che niente di male può accaderle, quantomeno niente di veramente brutto. Rileggendo il diario mi balza agli occhi una frase, una sola, stipata in mezzo alle altre: Mi sento già fottuta prima di andare.

Camminano spedite, parlando del più e del meno. Conversano amabilmente, battendo appena i denti a causa del freddo. Sono cinque. Avvolte nei cappotti. Battono sull’asfalto le suole pronunciate dei loro stivali. Hanno le voci squillanti. Discutono dell’ultimo ragazzo con cui sono uscite, dei modi tutti diversi, tutti particolari in cui di volta in volta gli uomini le esasperano, le confondono. Le definiscono situazioni sentimentali.
Scherzano a proposito di questo. Sono a proprio agio, in confidenza con quella prossemica notturna, vagamente più elettrizzate del solito perché stanno raggiungendo quel tipo di casa, quel genere maschile – adulto, benestante, inserito – e piacevolmente arrese allo svolgersi cadenzato degli eventi. Si aspettano di ubriacarsi, di essere corteggiate, strapazzate innocentemente. Coinvolte in dinamiche appena sopra le righe. Nulla di più.

Non appena arrivano, la loro inadeguatezza – l’inadeguatezza di tutte – emerge alla stregua di un fatto inconfutabile, di un’evidenza. Dovevano essere magre e bellissime, molte, questa era la richiesta, la posta in gioco, e invece sono poche, giovanissime, incerte. Chi ha portato una bottiglia di vino se la vede sfilare dalle mani con distratta cortesia e portata via, condotta altrove, in zone remote e periferiche della casa, in cucina, destinata ai domestici oppure liberata, svuotata dentro il canale di scolo del lavandino. Altre bottiglie, bottiglie diverse sono disposte sul tavolo. Da quelle si deve bere. E loro lo fanno. Hanno fretta di riempirsi il bicchiere, lo allungano sollecite, decorose.

Il salotto è occupato da circa dieci uomini, in piedi o seduti. Indossano camicie, gilet, orologi da polso. Profumano: di talco, di dopobarba. Aromi igienici, da toilette. Su cui lui svetta, si impone pur restandosene in disparte. Apre e chiude la porta senza darlo a vedere. Sorride solo per prendere in giro. Con malizia, con precisione. A un certo punto chiede di non fotografare i quadri appesi alle pareti; di non postarle da nessuna parte.

Loro sono ansiose di rientrare nei paradigmi estetici, sociali, culturali incarnati da quegli individui. Culturali nel senso ampio del termine. E cioè non testi, autori, ragionamenti. Nessun filosofeggiare. L’attenzione si concentra tutta su viaggi, esperienze, associazioni mondane, conoscenze. Si tratta di principi contemporaneamente astratti e molto pratici. Astratti perché privi di sostanza, di peso, di rappresentazioni. E tuttavia combaciano con l’aspetto più prosaico dell’esistenza – i soldi, i peccati di gola, certe vedute, scorci di paesaggi marini, montani. Cose apparentemente accessibili, che però loro non dominano: devono simularne l’effetto. Per questo scopo, allo scopo di acquisire un valore di cui si sentono sprovviste, sono dispostissime a farsi umiliare.

Ricordo adesso di aver pensato, guardandomi intorno, che la casa aveva molti libri, che i libri erano dappertutto, insieme a vasi, posaceneri, grandi piatti tondi e trasparenti e sculture piccole, ritorte. Ero stata in altre case, case simili a quella, ma di libri non vi era traccia. Credetti in fondo di essere giunta in un territorio affine, certamente non rischioso. La ragazza che ero continua a ritenere di poter volgere la situazione a suo favore, di avere gli strumenti per riuscirci; deve solo dimostrare una contiguità, una consanguineità con quella gente. Sono simili, tutto sommato simili: basta che si riconoscano.
In realtà in comune non hanno niente, non condividono nulla, ma lei confonde le premesse con le conclusioni: è persuasa sia sufficiente coincidere approssimativamente con un’immagine, darne un’idea, un bagliore improvviso per entrare a pieno titolo in un certo ambiente, in una parte di mondo.

Va in bagno, si guarda allo specchio: ha il sospetto di aver sbagliato ogni cosa. Il modo in cui si è vestita. I pantaloni attillati, la maglia brillantinata. Il trucco, alla luce delle lampade, le appare pallido. È già assillata dalla specifica volontà di capitolare, portarsi indietro nel tempo, riconcepire la serata da capo. Ridurla a poltiglia, a una materia inerte.

Benedetta Sofia Barone

Annie Ernaux ha contribuito a sovvertire il nostro immaginario, rendendo dicibili e raccontabili esperienze che prima restavano sepolte dietro la soglia della vergogna, dietro lo schermo di un esubero di memoria. Ecco perché il nostro omaggio ad Annie Ernaux ha preso anche inedite forme letterarie. Per dimostrare che la sua testimonianza ha raggiunto altre donne, le ha spinte a proseguire il loro cammino a ritroso, la loro ricerca di quello che un’altra autrice, Anne Carson, definirebbe “l’imperduto”. Questo è il racconto di Benedetta Sofia Barone.

Tratto da un lavoro in preparazione