“Je ne suis personne quand j’écris. Je cherche”

Lisa ha cinquantacinque anni, da tre anni si sveglia, poggia i piedi sul tappeto del letto, si alza, tira il cordino della tenda, spinge in avanti le persiane e inspira l’aria salata.

Poi si versa un bicchiere d’acqua liscia e prende tre pasticche lasciate sul davanzale la sera prima, su un piattino.

Tre anni davanti a quella finestra sul mare.

Tre anni fa, ha fatto le valigie e ha preso un aereo per Mar de Plata, Argentina. La città dove sua nonna Rachele, di Buenos Aires, trascorreva le estati da ragazza: faceva la bambinaia per una famiglia di orafi.

Lisa non sentiva più nulla da tempo. Le voci degli altri la annoiavano. I colleghi del suo ultimo lavoro avevano costruito le proprie carriere sulla sofferenza del prossimo. Non capiva più perché aveva scelto quel campo.

Il sesso la interessava sempre meno. Aveva avuto diversi amanti, uno in particolare, M., le era piaciuto più degli altri, ora anche il suo odore la infastidiva. La pelle coperta di nei, i capelli disordinati, tagliati senza grazia sul collo. Scopavano ogni tanto, in quella specie di scannatoio pieno di dischi che era stata casa di lui quando studiava all’università, un monolocale che si era tenuto di nascosto dalla moglie. Ma che fosse sposato era un sollievo, Lisa non avrebbe mai voluto un uomo dentro casa, e lui era uno di quelli che in casa andava gestito. Cinquantadue anni, era bravo a scopare, le bastava. 

Aveva smesso di rispondere anche a M. Aveva smesso di rispondere a tutti.

Anche agli editori. Era successo lentamente, e poi all’improvviso, dopo l’ultimo romanzo che aveva tradotto. Un giallo dozzinale, la vicenda di un bambino sparito in un bosco nel nord d’Italia.

Come per ogni altro libro, si svegliava, si alzava, beveva il caffè americano nella tazza viola, mangiava due fette biscottate coperte di marmellata all’albicocca senza zuccheri aggiunti, si lavava i denti, metteva dei pantaloni comodi e iniziava a lavorare. Teneva il telefono spento fino alle tredici.

Nessuna mattina era diversa dalle altre. La routine la proteggeva del disordine degli altri. Gli altri, fino a qualche mese prima erano stati anche un piacere. Gli altri avevano sempre avuto uno spazio nella sua esistenza, le piacevano le persone. Rideva in compagnia, beveva, parlava di cose serie. Le piaceva ascoltare.

Aveva passato un mese con quel romanzo mediocre sulla scrivania. 

L’aveva visto l’estate dopo sul telo di un uomo in spiaggia. A bruciare al sole, come si meritava. 

Quella visione aveva segnato la fine di qualcosa.

O forse era tutto deciso da prima. A maggio, consegnata la traduzione, era andata al cimitero per cambiare l’acqua ai fiori della madre e del padre. Gigli e rose. Uno accanto all’altra. Erano stati due genitori generosi. Una madre severa e un padre affettuoso, si compensavano. Erano diventati una coppia quando li aveva visti lì, insieme, in quel corridoio freddo e bagnato; lei era arrivata pochi mesi dopo di lui. Coppie che si amavamo e che morivano insieme. Lo aveva già visto succedere, in famiglia. 

Nella sua vita gli uomini capitavano, arrivavano e ripartivano. Le andava bene così. Non aveva mai fatto nulla per trattenerli. Ci passava il tempo. Il sesso la faceva dormire meglio.

Alle elementari si alzava prima di tutti, accendeva la televisione e aspettava che il padre scendesse al piano terra e le preparasse il latte caldo. Le piaceva guardarlo preparare la colazione per lei e la madre, che aspettava il caffè a letto. Come faceva sua nonna Rachele, come aveva fatto Florinda, la sua bisnonna.

Da adulta, le erano sempre bastate sei o sette ore di sonno. Da un po’ di tempo, le ore si erano ridotte. A volte, si alzava alle cinque e aspettava l’alba leggendo. Amava fare il caffè dopo aver girovagato per casa qualche minuto, come faceva suo padre, per ricomporre il mondo. Ripeteva quei gesti meccanici che gli aveva osservato: riempire, avvitare, stringere. Poi aspettava, la testa vuota, l’acqua che diventava vapore e saliva nel filtro, il profumo che le apriva le narici. Le sembrava che la vita al risveglio fosse piena di possibilità. Al mattino si poteva ancora cambiare tutto. Fare le valigie e andarsene.

L’aveva creduta una di quelle fantasie destinate a svegliarsi con lei ogni mattina per svanire alla lettura dei giornali.

Ma da qualche tempo non sentiva più nulla, aveva smesso di nuotare, di andare al cinema, di uscire. Sapeva che qualcosa era cambiato, e la visione di quelle valigie aveva cominciato a sembrarle ogni giorno più nitida.

E un pomeriggio d’inverno la dottoressa aveva chiamato dopo aver letto le analisi. Fuori dalle finestre, i lampi coloravano la fine della giornata, sarebbe venuto a piovere di lì a poco. Faceva freddo. Lisa la ascoltava. Avrebbe dovuto fare degli esami specialistici. Era malata. No, no, il corpo stava benissimo. Ma era malata.

Il 15 dicembre a Mar de Plata facevano 23 gradi. Aveva appena tolto l’acqua calda dal fornello, la brezza del mare faceva volare le tende delle finestre, le sembrò per un attimo di vedere un abito di Loïe Fuller, poi si concentrò sul verso acuto dei gabbiani, che mettevano allegria a sua nonna. Quelle bestie con gli occhi cattivi le facevano simpatia. Anche Rachele aveva gli occhi scuri e l’aveva sempre fatta ridere.

La casa l’aveva cercata davanti al mare, come il grande sogno da bambina: una finestra per guardare l’acqua, il cielo, una porta per scendere a sentire la sabbia sotto i piedi con gli occhi ancora chiusi. 

Era tornata in Argentina per cercare sua nonna, che come lei a un tratto si era ammalata.

Le sembra che queste parole siano di Rachele, mentre le appunta velocemente su dei foglietti rosa pallido, le sembra che da qualche parte a Mar de Plata lei ci sia ancora, e scriva queste righe:

Ho sognato di andare lontano. Ho attraversato la strada e ho pensato che avrei voluto essere altrove. Ho in testa un’altra me, in un altro continente, che prova a vivere, senza dolore. Poi mi sono ricordata che era troppo tardi.

Allora sono entrata in un locale e ho ordinato da bere.

C’è qualcosa che mi scava dentro, una punta affilata che entra nella pelle e arriva fino alla testa. Un dolore che arriva da lontano, forse, o che forse è qui dietro l’angolo, che mi prende per mano e mi fa entrare in una stanza buia, dalla quale non riesco a uscire.

Degli altri mi ricordo sempre i particolari, il colore di un maglione, come aprono la porta. È difficile che io mi ricordi delle situazioni. Forse di uno con cui ho scopato ricordo la casa, la disposizione dei mobili, dove teneva i dischi, ma non ricordo cosa mi piacesse precisamente di lui. Però ricordo con precisione come fumava.

Mentre guarda il mare e piega i tre foglietti quadrati uno contro l’altro, quattro volte, aspetta che suonino alla porta per consegnarle la posta. Come sempre, il mercoledì, entro le dieci. Dopo aver buttato la pubblicità nel cestino lì accanto, insieme a quei foglietti con i pensieri suoi e di Rachele, entrerà e uscirà dalla doccia, si passerà l’olio di mandorla e andrà alla porta di casa. In strada l’aspetta Marta, per andare a comprare i giornali.

Francesca Mancini

Molto spesso alla mia memoria riaffiorano solo ricordi dolorosi: abbandoni, delusioni, liti, separazioni. Perché la mia memoria non conosce la felicità?
La memoria è al centro di gran parte del lavoro di Annie Ernaux. Dieci anni fa, quando lessi
Il posto, rimasi folgorata. In quel condensato preciso di lingua e sintassi trovai la più affilata indagine sulla memoria: un corpo a corpo con l’origine delle nostre scelte e la nostra relazione con il passato. Cosa perdiamo quando ci trasformiamo in farfalle?
Ernaux racconta il gioco crudele e ostinato che ci accompagna per tutta la vita: tenere insieme ciò che siamo stati e ciò che cerchiamo di diventare. È quell’origine che ci convoca sempre sull’altare della colpa, davanti alla quale vorremmo arrivare in stracci e invece finiamo per presentarci con il nostro abito migliore.
Di questa lotta senza vincitori ha scritto Annie Ernaux. Ed è per questo che con questo racconto la ringrazio.